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Moser

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Francesco Moser [1951]

Ciclismo


 (gfc) Chi è stato Moser e che cosa ha rappresentato questo nome per il ciclismo e per lo sport italiano? Un uomo prima ancora che un atleta. L’uomo dei record, soprattutto quelli incredibili sull’Ora, ma in bicicletta che ha fatto cinque volte il giro del mondo, il corridore che ha vinto il maggior numero di corse in un anno, trentasette su 121 gare disputate. Ma è stato solo questo? A volerlo, il suo cognome si può leggere come l’anagramma di quella S. Remo che gli riuscì di vincere solo a 33 anni, ma può significare anche le tre vittorie nel fango e nel freddo della Parigi-Roubaix. E poi l’epopea dei Giri d’Italia, un decennio trascorso sul podio con 23 tappe vinte e 55 giorni in maglia rosa (di più avevano fatto, allora, solo Binda e Merckx): un palmares che contempla il secondo posto del 1977, il terzo del ‘78, il primo dell ‘84, ancora il secondo del 1985 alle spalle di Bernard Hinault, e infine il terzo del 1986. Il Tour de France senza fortuna del ’75, pur con una settimana in maglia gialla. Un uomo che ha fatto del rigore nello sport e dell’impegno nel lavoro quasi una religione, un modo di essere e di proporsi che l’ha portato, nella seconda vita iniziata a corse finite, a trasformarsi in un industriale di successo e in un produttore di vini di gran classe.  

           Francesco Moser è nato in un maso di Palù di Giovo, un paesino del Trentino di 600 abitanti, il 19 giugno del 1951. Una famiglia numerosa la sua, undici figli a tavola, legata da sempre alla terra, con viti e mele da coltivare. Ma anche innervata dalla tradizione delle due ruote con due fratelli professionisti, Enzo nato nel 1940 e Diego nato sette anni più tardi. Quando anche Francesco prese la decisione di smettere di fare il contadino per seguire le orme dei fratelli maggiori, il padre commentò: “Forse troveremo un campione, ma sicuramente abbiamo perso due buone braccia”. Il 4 settembre 1977 Moser gli rispose vincendo, sotto un uragano di pioggia e vento, la volata per il titolo mondiale su strada a San Cristobal, nel Venezuela, battendo il tedesco Thurau e il grande rivale Saronni. Aveva 26 anni. S’era vendicato della beffa di Ostuni, quando – tre anni prima – era stato bruciato allo sprint da Freddy Maertens e s’era dovuto accontentare della maglia iridata dell’inseguimento su pista vinta a Monteroni.

                Con quelle credenziali, eccolo affrontare la straordinaria stagione ‘78 nella quale fu capace di vincere tutto o quasi tutto, con un solo rimpianto per il secondo posto nel mondiale di Adenau, quando fu beffato sul traguardo dall’olandese Knetemann. In ogni caso, una annata irripetibile, a metà di una carriera iniziata dieci anni prima e che si sarebbe conclusa solo nel 1988. E poi la grande stagione dei record sull’Ora aperta dall’incontro con Francesco Conconi – il chiacchierato guru di Ferrara, all’epoca in stretta sintonia col CONI – e l’équipe dell’Also-Enervit, ma soprattutto resa possibile dalle intuizioni del professor Antonio Dal Monte, lo scienziato-fisiologo che nel suo laboratorio dell’Acquacetosa aveva portato a perfezione l’idea della ruota lenticolare. Una ruota – come disse lo stesso Dal Monte – “capace di dare un certo vantaggio, specie in condizioni di calma di vento, ma certo non tale da modificare sostanzialmente il risultato”.

             Il record sull’Ora – ora un po’ dimenticato – era all’epoca il più prestigioso del ciclismo. L’avevano detenuto i più grandi di sempre: per restare ai più recenti, Fausto Coppi nel 1942 (45,871 chilometri al Vigorelli), Roger Rivière nel ‘58 (47,346), Ole Ritter nel ‘68 (48,653) ed Eddy Merckx nel ‘72 (49,432). Ma tutti lontano dalla soglia dei 50 chilometri. Per Francesco Moser la caccia a quel record si aprì nel 1984, quando già in molti lo ritenevano sul viale del tramonto. Per il primo tentativo contro il limite di Merckx venne scelta la pista scoperta, fondo in cemento, del Centro Deportivo Olimpico Mexicano, a 2200 metri di quota. Il via fu dato alle ore 10,33 del 19 gennaio: sotto la ruota lenticolare del trentino caddero via via i limiti mondiali dei 5 (5’48”24), dei 10 (11’39”72) e dei 20 chilometri (23’30”84). Alla fine dell’Ora Moser sarebbe diventato il primo ad abbattere il muro dei 50 percorrendo 50,802 chilometri. Il Merckx del 1972 sarebbe stato doppiato 4 volte! Nel secondo tentativo, quattro giorni più tardi, il neo-primatista allungò ancora spingendo il record fino a 51 chilometri e 151 metri! Poi, il 17 marzo, sullo slancio e l’entusiasmo di una seconda giovinezza conquistò finalmente la Milano-Sanremo e, il 10 giugno, concluse la rincorsa nell’ultima tappa del 67° Giro d’Italia, una cronometro corsa sempre con le ruote lenticolari ad oltre 50 di media, che gli consegnò il suo unico successo al Giro contro il francese Laurent Fignon.

                L’affascinane stagione dei primati presentò ancora una coda. Il 26 settembre del 1986, al mitico Vigorelli, Moser fece suo anche il primato “scoperto” a livello del mare pedalando per 48,543 chilometri. Il 3 ottobre successivo seppe migliorarsi ancora raggiungendo i 49,802. Restava solo il record su “pista coperta” che il sovietico Viencheslav Ekimov aveva portato a 49,672 chilometri. Motivo per cui venne scelta proprio il velodromo di Mosca dove, il 10 ottobre 1987, Moser percorse 48,637 chilometri, 995 in meno del russo. La troupe si trasferì allora Vienna dove si ritentò il 16 ottobre: ma la prova venne interrotta dopo 27 minuti. Tutto rinviato al 1988. La preparazione fu lunga e meticolosa, oltre ai soliti test contemplò un periodo in altura ai 2700 metri di Bogotà e l’adozione della famosa “ruotona” posteriore, consigliata da diverse motivazioni dinamiche. Finalmente, dopo tre felici tentativi contro la mezz’ora, il record cadde a Stoccarda: era il 21 maggio 1988 quando Moser, anche senza l’ausilio dell’altura, riuscì a superare di 644 metri i 50 chilometri anche a livello del mare!

                Poteva bastare per restare nella storia del ciclismo e dello sport. Il tempo di smettere scoccò alla fine di quella stagione: aveva 37 anni. In bacheca Moser poteva contemplare 273 vittorie, terzo tra i grandi dopo lo stesso Merckx e Rick Van Look. E qui comincia la seconda vita di Moser, con scelte di vita che si possono anche non condividere, ma che vanno rispettate. Alcune tentazioni nella politica con gli schieramenti di centro-destra, poi il riuscito banco di prova dell’industria con un marchio di biciclette che porta il suo nome, disegno e materiali innovativi e, soprattutto, la linea di vini di pregio, in cima alla carta quello spumante amabile che in etichetta reca la cifra del maggior trionfo: 51,151. La grande azienda sviluppata sui terreni attorno a Maso Villa Warth, antica e restaurata dimora vescovile che è centro delle Cantine Moser, da curare con la famiglia, la moglie Carla e i tre figli, due maschi e una femmina. La tradizione delle due ruote continua con il nipote Moreno – 21.enne figlio di Dario – che nel settembre 2012 ha esordito in azzurro al mondiale su strada di Maastricht. Una strada ancora lunga per poter raggiungere lo zio che di mondiali, tra il 1974 e l’87, ne ha disputati 14. Un altro dei molti record dell’uomo Moser.  

(revisione: 2 ottobre 2012)

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