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Persone / L'oro di Londra: Carlo Molfetta

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Domenica 19 agosto 2012

Attesa interminabile al centro del tappeto per un verdetto che deve rompere una parità, rimasta tale anche dopo un extra round. Poi il braccio alzato e che la festa abbia inizio. Carlo Molfetta, ventottenne pugliese di Mesagne, batte il gabonese Anthony Obame – che gli rendeva 10 centimentri d’altezza – ed è campione olimpico nella categoria maggiore del taekwondo, la vittoria meno attesa nel clan italiano. Ma, fra le otto medaglie d’oro, quella voluta e costruita con la maggiore caparbietà. Sempre contro avversari più grossi e pesanti, ma anche meno lesti e per questo più facili da colpire. Tre riprese da tre minuti, da vivere con piedi nudi e caschetto, con calci slanciati verso il capo, il torace, i fianchi. Secondo quando prescrive uno sport tanto antico quanto giovane.

Codificato in Corea nel 1957, ai tempi della guerra, rielaborazione moderna di antiche arti marziali, con il primo mondiale disputato nel 1973, il taekwondo è stato ammesso alle Olimpiadi solo nel 2000. Quasi sconosciuto in Italia dove ha mosso i primi passi negli anni Ottanta e ora praticato per lo più nel Sud, tra Puglia e Campania. Le due regioni, guarda caso, da dove arrivano i due medagliati (ci si passi il termine orribile) di Londra, il nostro campione e Mauro Sarmiento, che è di Casoria, e che a Londra ha vinto un bronzo (dopo l’argento di Pechino).

Se è vero che la storia di un atleta di successo, per forza di cose o scelta di vita, passa per le forche caudine del sacrificio, quella di Molfetta va anche oltre. Secondo una decisione tutt’altro che semplice da accettare e, soprattutto, da perseguire. Un cambio di categoria, contrariamente a quanto avviene di norma, con un salto verso l’alto, passando dai –68 dell’esordio di Atene ai +80 di Londra. Dodici chili e rotti da mettere su in poco tempo, un viaggio nella vertigine se si pensa ai quattro/cinque pasti giornalieri e a un regime dietetico da ammazzare un bue. Il taekwondo – come le altre discipline di combattimento – è articolato in categorie di peso. Quelle riconosciute dalla federazione internazionale (le stesse in uso per i mondiali, per intenderci) sono otto, per i maschi si va dai –54 agli 87 chili ed oltre dei pesi massimi. Troppe per rientrare nel programma olimpico, già così affollato. Tanto che alla fine di un percorso accidentato, quando il nuovo sport venne accettato dal CIO, fu giocoforza rimescolare le carte e ridurle della metà.

Per Molfetta c’era poco da scegliere. Dopo la infelice esperienza di Atene, quando il giovanotto, fin troppo istintivo e spavaldo, venne fermato al primo turno dall’inesperienza, si impone di guardare lontano. Se poi intorno agli 80 chili si incrocia la strada di Sarmiento, meglio lasciar perdere e salire ancora fin oltre gli 87. Con il rischio calcolato di trovarsi tra i giganti e fare la figura di Pollicino. Ma a Londra non è andata proprio così. “Ho dimostrato a tutti che non sempre vince il più forte” dirà alla fine il carabiniere Molfetta, dopo aver festeggiato col tricolore retto a due mani sulle spalle. A ben guardare, l’essenza stessa del taekwondo.

Se si torna indietro e si guarda alle origini, Carlo inizia col taekwondo a cinque anni, portato dal padre Eupremio alla “New Martial Art” di Mesagne (la stessa cittadina della sedicenne Melissa Bassi, uccisa in primavera nell’atroce attentato nel quale sono rimaste gravemente ferite altre cinque adolescenti), la palestra dove, da quasi mezzo secolo, Roberto Baglivo insegna questo sport conosciuto da emigrante in Germania. Una palestra che è quasi una famiglia, dove si allena anche Veronica Calabrese, nella vita compagna di Sarmiento al quale sta per dare una figlia.

Fidanzato con una maestra di danza di Roma, Molfetta trascorre due mesi l’anno a Seul ad allenarsi con il maestro federale Yoon Soon Cheul. Ma ne vale la pena se alla fine diventi campione olimpico. Per arrivare a tanto ha dovuto superare molti infortuni, troppi, e quattro operazioni stampate nella memoria e nel fisico: la ricostruzione dei due legamenti crociati e il rifacimento delle due rotule. Che piĂą? Durante la gara olimpica, nel quarto contro il cinese Liu (anche questo vinto all’extra time) ha preso a dolergli la caviglia sinistra tanto che solo due iniezioni hanno potuto rimetterlo in piedi. Fino alla finale, quando ha saputo raddrizzare un drammatico 1-6 iniziale in 4-9 e poi fino alla paritĂ . Che i giudici hanno tradotto in superioritĂ . Per una medaglia d’oro figlia del coraggio.  

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