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Persone / Loro di Londra: Elisa Di Francisca

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Venerdì 17 agosto 2012

Nessun’altro come lei: delle otto medaglie d’oro degli italiani, due sono al collo di questa marchigiana di 28 anni, dal carattere determinato e solare, capace di spodestare Valentina Vezzali dal trono di fiorettista n° 1 al mondo. Anche se poi, a ben vedere, lo scettro è rimasto a Iesi, piccola capitale della scherma, secondo l’assunto che vuole lo sport italiano pescare i suoi esponenti migliori nei centri minori. Il calendario olimpico pareva fatto apposta per Valentina, con la gara individuale collocata al primo giorno di gare (quello delle cinque medaglie azzurre) con la portabandiera chiamata a giocare la carta della vita: vincere il quarto oro consecutivo nella stessa specialità, come non era riuscito a nessuno dei grandi del passato. Più che un desiderio, quasi una certezza, ma sfumato presto nelle angosce di una giornata che aveva già un suo nome e cognome, quello di Elisa Di Francisca.

Fermata Valentina in semifinale da Arianna Errigo, in una finale tutta di casa, per Elisa c’era la stoccata vincente all’extra time, per Arianna una grande medaglia d’argento. A Valentina, tornata la leonessa di sempre, toccava il bronzo per un podio tutto tricolore. Come era accaduto altre volte nella scherma italiana, l’ultima nel 1956, mai però al femminile. Trent’anni a dicembre, fisico da indossatrice, sorriso pronto e accento gradevolmente marchigiana, Elisa aveva già battuto la Errigo ai Mondiali di Parigi del 2010, anche allora con la Vezzali terza, quando le tre italiane insieme sul podio anticiparono il verdetto di Londra. Le più brave di tutte, come avrebbero dimostrato cinque giorni più tardi dominando la gara a squadre. Un trionfo quelle tre bandiere tricolori che salivano assieme, ma per Elisa una consacrazione olimpica da gustare in famiglia, lontano dalla pazza folla e dai clamori del palcoscenico. Non ci tiene ad essere una prima donna, Elisa, niente a che vedere con la stessa Vezzali o con la Federica Pellegrini, icone di uno sport femminile che sta diventando sempre più protagonista.

Un po’ eccentrica e un po’ calcolatrice, una donna che sa tornare ragazza in pedana, che ama la scherma ma che non vive solo di fioretto, una donna moderna che non rinuncia alle sigarette e al verdicchio delle sue parti. Con le Olimpiadi alle spalle, ad ottobre se ne andrà in Africa ad assistere bambini malati con una Onlus che porta il nome della psicologa della nazionale di scherma, deceduta un paio d’anni fa. Alla scherma è arrivata a nove anni, accompagnata dalla madre Ombretta che tre anni prima aveva provato con corso di danza classica. Niente da fare. Per di più a Iesi, dove la scherma è percorso obbligato, da compiere col supporto di tutta la famiglia, da papà Ermanno, un siciliano cresciuto nelle Marche, alla sorella Martina – la sua prima tifosa – e al fratello Michele, anche lui schermidore di speranze. Quindi l’incontro che cambia la vita, quella col maestro Ezio Triccoli – l’uomo che aveva conosciuto la scherma in un campo di prigionia in Sud Africa – che a Iesi ha dato quattro olimpionici: l’attuale CT della nazionale Stefano Cerioni, Giovanna Trillini, Vezzali e ora Elisa. Fu lui ad impostarla e, quando aveva appena 13 anni, a predirle il podio più alto, quello olimpico.

Un destino tracciato, ma che parve infrangersi quando l’allieva decise di lasciare la scherma, allontanandosi per un paio d’anni. Un periodo difficile, tra la licenza magistrale e un fidanzato che la voleva tutta per sé. Poi il ritorno, per realizzare la profezia. Scomparso Triccoli, oggi c’è la continuità con Cerioni. Sullo sfondo, mai denunciata e vissuta senza fastidi o isterie, la rivalità con la Vezzali. Vent’anni o giù di lì nella stessa palestra alla fine lasciano il segno: certo, ci sono le gare da fare assieme in nazionale, ma mai una amicizia vera, di quelle che segnano. Due mondi a parte, due modi diversi di vivere la scherma – per di più con la più nobile delle armi –, ma con risultati simili. Da campionesse olimpiche. Con un futuro già tracciato per entrambe: prossima tappa, Rio de Janeiro.

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