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Atletica / I primi 100 anni della IAAF

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Mercoledì 18 Luglio 2012

L’organismo che governa l’atletica mondiale – la IAAF – ha compiuto ieri cento anni. Tutto ebbe inizio con i Giochi Olimpici di Stoccolma che indirizzarono in senso moderno l’organizzazione dello sport. Tre giorni dopo la cerimonia di chiusura, il 17 luglio 1912, in una sala del Riksdag – il Parlamento svedese – venne convocato un congresso con lo scopo di costituire un organismo capace di dettare regole e norme univoche. Nelle gare olimpiche gli svedesi avevano introdotto diverse innovazioni tecniche, tra le quali il cronometraggio al decimo di secondo, l’obbligo di correre in corsie separate fino ai 400 metri, codificate le prove del decathlon nella versione tuttora vigente. Ma si avvertiva l’esigenza di una maggiore uniformità, necessità sostenuta con forza dalle due nazioni all’avanguardia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

A quella prima riunione parteciparono 27 delegati in rappresentanza di 17 nazioni: Australia, Austria, Belgio, Canada, Cile, Danimarca, Egitto, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Norvegia, Russia, Stati Uniti, Svezia, Ungheria. Erano stati gli svedesi – e per loro Sigfrid Edström, eletto presidente del nuovo organismo e rimasto in carica fino al 1946 – a dettare l’agenda dei lavori:

1) definire regolamenti unici per le gare internazionali;
2) omologare i primati mondiali e olimpici;
3) stabilire lo status del "dilettante" per le manifestazioni internazionali.

Il congresso fu un successo: servì per riscrivere i programmi olimpici, con l’abolizione dei salti da fermo e dei lanci a due braccia, per stabilire in via definitiva i pesi degli attrezzi e le misure e le distanze degli ostacoli, per adottare la prima tabella di punteggio. Tutte novità importanti. Ma in realtà la costituzione del nuovo ente, “International Amateur Athletic Federation” (IAAF), fu ufficializzata l’anno seguente, in una riunione tenuta a Berlino dal 20 al 23 agosto (in preparazione ai Giochi Olimpici del 1916, poi annullati dalla guerra), anche se la IAAF continua a considerare il suo congresso fondativo quello di Stoccolma. A Berlino le nazioni salirono a 34: tra loro figurava anche l’Italia, la cui federazione era stata costituita a Milano nel 1906 e all’epoca presieduta dal giornalista Edgardo Longoni.

Passata attraverso due guerre mondiali, impostasi come disciplina universale (sono oggi 213 gli organismi nazionali aderenti), l’atletica ha seguito uno sviluppo impetuoso a partire dal settembre 1981, quando sul soglio della IAAF è salito Primo Nebiolo, rimastovi fino alla morte avvenuta il 7 dicembre 1999. In precedenza, ad Edström erano succeduti l’inglese David Burghley marchese di Exter, in carica per un trentennio fino al 1976, e poi l’olandese Adrian Paulen, per un quinquennio fino all’avvento di Nebiolo. E’ stato il dirigente italiano a introdurre innovazione per certi versi rivoluzionarie. Come la creazione dei Mondiali (1983), del Grand Prix (1985), dei Mondiali Indoor (1987). Nebiolo impose anche un nuovo stato giuridico per gli atleti che portò la IAAF – la quale, nel 2001 ad Edmonton, aveva cambiato il nome in "International Association of Athletics Federations" – in pericolosa rotta di collisione con il CIO.

Scomparso Nebiolo, il suo posto è stato preso dal senegalese Diack Lamine. Sotto la presidenza Diack l’atletica sembra aver perso lo slancio e la dinamicità dei decenni passati, mentre il controllo del movimento va trasferendosi ai manager e agli organizzatori privati a danno delle federazioni nazionali. L’ampliamento eccessivo del numero dei meeting, riuniti nei vari circuiti IAAF, ne sono il risultato non troppo felice. Per il futuro più immediato molte cose andranno riconsiderate, sia per la carenza dei fondi rispetto ad un recente passato, sia per un logoramento dei valori universali dell’atletica. Difficile pensare che di questo colpo di timone sia capace l’attuale presidente (che, comunque, è stato recentemente rieletto fino al 2015).

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