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Meazza

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Giuseppe Meazza [1910-1979]

Calcio


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(gfc) Probabilmente il miglior prodotto del calcio italiano d’anteguerra. Una istintiva intelligenza e uno stile elegantissimo: queste le caratteristiche di Giuseppe Meazza, un mito per almeno due generazioni di italiani. Ebbe un tocco di palla delizioso, capace di dribbling perentori, era temibile con entrambi i piedi, formidabile negli stacchi di testa, nelle sue fughe solitarie si serviva di una velocità irresistibile. Si può dire che gli riuscisce di fare nel modo più semplice le cose più difficili.

Fu lui l’inventore del calcio al volo con salto all’indietro, una prodezza che imitarono sia Parola che Pelé. Non disponendo di un fisico poderoso (era alto 1.70 e pesava una settantina di chili), rinunciò presto a giocare centravanti proponendosi sin dal 1933 come interno di punta, anche se all’occorrenza non si sottrasse a estenuanti compiti di raccordo. Divenne così il primo vero grande regista del gioco all’italiana. Per le sue invenzioni geniali i tifosi lo idolatrarono. Il gesto rimasto più impresso nella memoria delle folle fu l’invito ad uscire per il portiere avversario prima del beffardo tiro in gol. Più semplicemente, “Peppin” rappresentò l’emblema fisico del football d’anteguerra, che seppe trascinare alla conquista di due titoli mondiali.

Figlio di un litografo, Meazza nacque a Milano il 23 agosto del 1910. A dodici anni, pur di soddisfare la voglia di giocare, mise in piedi una squadra tra i ragazzi del quartiere. Due anni più tardi, quando lavorava come apprendista in una fabbrica di cinghie, si presentò ad una leva dell’Internazionale e venne preso tra i ragazzi. Nel vivaio della squadra milanese affinò rapidamente le sue doti naturali. A 17 anni l’allenatore ungherese Arpad Weisz lo fece coraggiosamente esordire in prima squadra nella Coppa Volta, a Como contro l’U.S. Milanese. Meazza non deluse questa fiducia: segnò due gol e da allora divenne inamovibile titolare. E con la maglia dell’Internazionale avrebbe vissuto i suoi momenti più belli.

Nella stagione 1928/29, alla guida dell’attacco nerazzurro, segnò 33 reti laureandosi capocannoniere del campionato (come poi gli riuscì di fare anche nel 1936 e nel 1938). L’anno seguente vinse il primo dei suoi titoli italiani, contribuendo con 31 gol al successo dell’Ambrosiana, come nel frattempo – per disposizioni superiori – s’era dovuta chiamare l’Internazionale, un nome un po’ imbarazzante per il regime imperante. Nelle 443 partite giocate in campionato realizzò 264 gol. Contando tutti gli incontri ufficiali ne segnò 355 in totale. In Nazionale ne mise a segno 33, un record superato solo diversi decenni più tardi da Gigi Riva.

Le sue reti più celebri restano quelle contro gli inglesi ad Highbury, nella famosa sfida del dopo-mondiale disertato dai britannici. Con la maglia azzurra scese in campo 53 volte: l’esordio il 9 febbraio 1930 contro la Svizzera, celebrando l’evento con due reti, l’ultima il 20 luglio 1939. Tra quelle date – indossando sempre la maglia numero otto affidatagli da Pozzo – contribuì alla conquista dei due titoli mondiali del 1934 e del 1938.

Il suo declino ebbe inizio nella stagione 1939/40, propiziato da una fastidiosa infezione ad un piede. Riprese nella stagione seguente e fece molto scalpore il suo trasferimento ai rivali del Milan. In tempo di guerra lasciò anche il Milan per tesserarsi con la Juventus. Aveva ormai passato da qualche anno la trentina e la condizione fisica non lo assisteva più come prima.

Nel dopoguerra riprese a Varese, dove fu insieme allenatore e giocatore, una esperienza ripetuta poi all’Atalanta, la sua ultima squadra che, guarda caso, aveva gli stessi colori della prima. Nel biennio 1952/53 fu anche allenatore della Nazionale, prima di rientrare infine all’Inter, dove gli venne affidata la cura delle giovanili. Pubblicò anche due manuali di tecnica e gioco.

Meazza si spense a Rapallo il 21 agosto 1979. I suoi concittadini gli hanno dedicato lo stadio di San Siro. Per tutti rimarrà per sempre “il Balilla.”

(revisione: 26 Febbraio 2014)
 

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