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Bottecchia

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Ottavio Bottecchia [1894-1927]

Ciclismo


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(gfc)
“In occasione di una certa Milano-Sanremo andai alla cerca di un corridore, pressochè sconosciuto, che aveva fatto vedere i sorci verdi agli avversari illustri. Il nome di battesimo era rotondo e pomposo, di un senatore romano o di un duca altero: Ottavio. Il cognome rovinava tutto, faceva persino ridere. Come si fa a scalare l’Olimpo e chiamarsi Bottecchia? » Così ne scriveva, al principio degli anni Venti, Bruno Roghi. Ma non potevano essere, le sue, parole più avventate. Bottecchia, primo italiano a vincere il Tour dopo lo spazzacamino Garin, più amato e popolare in Francia che nel suo Paese, “Botèscià” come lo ribattezzò Henry Desgrange, condensò nella sua breve e fulminea carriera tutto il ciclismo cencioso e rappezzato del primo dopoguerra, nutrito di imprese sovrumane e di fughe disperate.

Figlio di un mugnaio, ultimo di otto figli, nato nel 1894 nella Marca trevigiana, Bottecchia ebbe un’infanzia misera e predestinata. Prima calzolaio, poi muratore, infine carrettiere, improvvisò tutti i mestieri suggeriti dalla miseria, crescendo timido, introverso, taciturno. Ma anche aperto a ideali socialisti e rinnovatori. Nella Grande Guerra, arruolato tra i bersaglieri ciclisti, il ventunenne Ottavio dette prove di coraggio che furono compensate da una medaglia di bronzo al valore. Tornata la pace, Bottecchia non scese dalla bicicletta: anzi, iniziò a correre tra i dilettanti, sempre alle prese con insolubili problemi economici, perennemente in bilico tra la rinuncia alle gare e la scelta definitiva del ciclismo come lavoro.

Poi la svolta, capitata nel 1922, col miraggio di 100 lire di ingaggio e un secondo posto sulle dissestate strade del Giro del Sannio. Quel solitario ciclista veneto, magro, quasi affilato, sconosciuto alle cronache, che parlava poco e che col suo dialetto si faceva intendere ancor meno, con la maglia lacera e i tubolari rappezzati, costituì la novità più ghiotta di quelle stagioni di ciclismo entrate nel mito. Mentre l’Italia, uscita malconcia dalla guerra, si confrontava con gli scontri di piazza del “biennio rosso” e le tensioni sociali che avrebbero spianato la strada al Fascismo. Dopo aver corso il Giro d’Italia del 1923 (quinto da “isolato”, cioè da non accasato), accettò di andare in Francia a correre nella Grand boucle, la corsa più celebre, quell’anno disertata dai grandi, i vari Girardengo, Brunero e Aymo.

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In compagnia del piemontese Giuseppe Santhià fu così il secondo italiano a venir ingaggiato per il Tour, dove avrebbe indossata la maglia viola della “Automoto”. Scelta avventata, pareva, ma che si sarebbe rilevata quella giusta. Buon passista, grandissimo scalatore, generoso in gara, irruente e mai calcolatore, sovente ingenuo, Bottecchia avrebbe scritto sulle strade del Tour esaltanti pagine di coraggio. Dopo un posto d’onore nella prima tappa, lo sbrindellato «Botèscià» vinse la seconda, giungendo infine al Parco dei Principi alle spalle del suo capitano Henry Pélissier, malgrado molta sfortuna e tanta inesperienza. “Le gentil petit italien” fu la vera rivelazione del Tour: soddisfatti, i responsabili di “Automoto” gli offrirono un contratto triennale e La Gazzetta dello Sport indisse una sottoscrizione che raccolse 60.000 lire.

L’anno seguente, siamo nel '24, nei mesi del delitto Matteotti, Bottecchia si consacrò definitivamente dominatore della corsa d’oltralpe. Salito al vertice della classifica nella prima tappa, non la lasciò più fino all’ultima, dopo aver accumulato un vantaggio incolmabile nella tappa dei terribili sette colli, con l’Aubisque, il Tourmalet, l’Aspin, su strade sterrate e polverose. Ormai poteva ritenersi una leggenda. Che consolidava ulteriormente nel Tour del 1925 quando seppe ripetere l’impresa vincendo col vantaggio di 54’20" sul secondo. Al quarto appuntamento, nel 1926, non fu altrettanto fortunato: con gli avversari che ormai lo temevano e che gli si coalizzarono contro, finì presto fuori gioco per una foratura nella prima tappa. Arrivato con 45 minuti di ritardo ai Pirenei e con il morale a terra, il freddo del Tourmalet gli fu stavolta fatale e lo costrinse al ritiro.

Ma il destino non gli concesse tregua o rivincite. Il 3 giugno del 1927, durante un allenamento solitario nelle strade di campagne di Pordenone fu vittima di un incidente che non ebbe testimoni. Forse subì una aggressione da parte d’una squadraccia fascista, si disse, che intendeva punirlo per le sue idee; forse per una caduta causata da un malore; forse per le conseguenze di un diverbio con qualche sconosciuto. Solo ipotesi che ancora ai giorni nostri suggeriscono inchieste e nuove indagini. Per quanto se ne può sapere, pur con la frattura della base cranica e la clavicola destra a pezzi, Bottecchia riuscì ad arrivare a Peonis trascinando la bicicletta che non avrebbe abbandonato per nessun motivo. Trasportato in calesse fino all’ospedale di Gemona vi spirò dopo dodici giorni di agonia, senza aver ripreso conoscenza. Aveva appena 33 anni.

 
I quattro Tour di Bottecchia

• 1923 [24-6/22-7; 15 tappe] – 1. Henri Pelissier (Fra) km 5386 in 222 ore 15’30” (media: 24,428); 2. Bottecchia a 30’41”; 3. Romain Bellenger (Fra) a 1 ora 4’43”.
• 1924 [22-6/22-7; 15 tappe] – 1. Ottavio Bottecchia km 5427 in 226 ore 19’21” (media: 23,598 km/h); 2. Nicolas Frantz (Lux) a 35’36”; 3. Lucien Buysse (Bel) a 1 ora 32’13”.
• 1925 [21-6/19-7; 18 tappe] – 1. Ottavio Bottecchia km 5430 in 219 ore 10’18” (media: 24,775 km/h); 2. Lucien Buysse (Bel) a 54’20”; 3. Bartolomeo Aymo a 56’17”.
• 1926 [20-6/18-7; 17 tappe] – 1. Lucien Buysse (Bel) km 5745 in 248 ore 44’25“; 2. Nicolas Frantz (Lux) a 1 ora 22’25“; 3. Bartolomeo Aymo 1 ora 23’51”; … O. Bottecchia, rit.

(revisione: 29 Marzo 2014)
 

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