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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Nadi

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Nedo Nadi [1894-1940]

Scherma



(gfc) Spetta, di diritto, a questo elegante livornese il titolo di più grande e versatile schermidore della storia, e non soltanto italiana. Esponente della celebre scuola livornese creata sul finire dell’Ottocento da Eugenio Pini, discendente di una famiglia di grandi spadisti, cresciuto nella sala di scherma fondata dal padre Beppe [1860-1945], il celebre “Circolo Fides”, assieme al fratello Aldo, minore di cinque anni, Nedo riusciva ad eccellere indifferentemente e con eguale maestria nelle tre armi. Qualità rara, anche se di preferenza avrebbe ottenuto le affermazioni più prestigiose con il fioretto in pugno.

Nato il 9 giugno del 1894 in riva al Tirreno, Nedo Nadi iniziò a calcare le pedane a cinque anni, allevato dal padre a rincorrere il sacrificio della perfezione. I risultati si videro presto. Già nel 1907, a quindici anni, vinceva a Vigevano il primo torneo contro avversari ben più maturi. Nell’arengo internazionale esordì l’anno seguente, a Vienna, nell’importante Torneo dell’Imperatore. Nel 1911, nel torneo intitolato a Re Alfonso di Spagna, incontrò per la prima volta, uscendone battuto, il celebre francese Lucien Gaudin. L’anno seguente prese parte ai Giochi Olimpici di Stoccolma: dopo un lunghissimo e sfibrante viaggio in treno, alloggiato alla meglio, febbricitante per i postumi di una influenza curata solo con il Chianti, conquistò il titolo di fioretto riportando sette vittorie su sette assalti. Aveva appena compiuto diciotto anni e la giovane età, che faceva contrasto con l’autorevolezza che mostrava in pedana, finì col sorprendere tutti gli osservatori.

Persi i Giochi del 1916 (cancellati dalla guerra che il tenente Nedo aveva combattuto servendo nel “Cavalleria Alessandria”, meritando la promozione a capitano oltre a ricevere due decorazioni al valore), il maggiore dei Nadi tornò nell’arengo olimpico nel 1920, edizione di Anversa. Proprio in Belgio compì quel capolavoro che lo ha consegnato alla leggenda dello sport olimpico. Iscritto a cinque gare, in tutte e cinque ottenne la medaglia d’oro, risultando primo nelle prove individuali del fioretto e della sciabola oltre che determinante nelle tre prove a squadre.

Quella vinta con la squadra di fioretto fu il primo anello d’oro. Il giorno seguente seppe ripetere l’impresa nel fioretto individuale e, di seguito, nell’ordine, nella spada a squadre, nella sciabola a squadre e infine nella sciabola individuale (superando, in finale, proprio il fratello Aldo che si classificò al secondo posto: prima sfida olimpica tra due fratelli). La superiorità di Nadi risultò schiacciante nel fioretto dove, tra competizioni individuale e di squadra, riportò 37 stoccate a favore contro solo 4 contro e ancora di più nella sciabola dove, a fronte di 41 stoccate vincenti, ne subì solo due! “Ancora voi!”, esclamò stupito il re dei belgi Alberto I vedendoselo comparire davanti per la quinta volta nel corso della premiazione. Le sue cinque medaglie d’oro vinte in una sola edizione dei Giochi costituirono un record assoluto rimasto imbattuto fino al 1972 quando vennero superate dal nuotatore Mark Spitz.

Nel frattempo Nedo si era legato ad una donna appassionata e devota, Roma Ferralasco, che divenne sua moglie e che ne racconterà la vita, e le tante vittorie, in un palpitante libro di memorie, rivendicando per lui il titolo di più grande spadaccino di sempre, anche grazie alle medaglie vinte nel 1919 alle Olimpiadi Interalleate di Joinville-sur-Pont. La professoressa Ferralasco – figlia di un dirigente genovese della “Cristoforo Colombo” –, nel dicembre 1920 era stata eletta segretaria del neo-costituito Comitato Femminile della Federazione Ginnastica. Proprio a causa del mancato riconoscimento delle medaglie vinte dal marito a Joinville, alimentò per anni una sua personale ed ostinata battaglia contro le istituzioni sportive – sia CONI che CIO –, fino a consegnare l’archivio e le cose di Nedo Nadi al Museo di Olimpia. Non voleva che quei cimeli restassero in Italia.

Subito dopo i Giochi di Anversa, il penta-campione olimpico accettò l’invito ad andare a dirigere la sezione scherma del “Jockey Club”, nella lontana Buenos Aires. Un’esperienza dalla quale tornò, deluso e depresso, nel dicembre 1923, distrutto nel fisico e prostrato nell’animo. In preda a una melanconica depressione, sulla cui origine ci si interrogava senza trovare risposte soddisfacenti. Dopo un lungo periodo di convalescenza, nel tentativo di uscire dagli strani malesseri e mancamenti che lo tormentavano, riprese con la scherma, nuove sfide ed esibizioni nei teatri contro le più celebri lame del suo tempo. In sei anni uscì imbattuto da 72 tornei e, oltre alle sei medaglie d’oro olimpiche, nel 1930 conquistò nella spada anche il titolo di campione del mondo dei professionisti.

L’ultimo scontro lo sostenne nella serata del 4 febbraio 1931, al “Lirico” di Milano, battendo alla sciabola per 16 a 12 l’ungherese György Piller, il formidabile spadaccino ungherese che, l’anno seguente, si sarebbe laureato campione olimpico ai danni di Giulio Gaudini. Chiusa l’attività agonistica, Nadi fu prima CT della squadra azzurra per i Giochi di Los Angeles (incarico mantenuto anche per i Giochi di Berlino: fu lui ad imporsi per inserire nella squadra il 17.enne Edoardo Mangiarotti), e poi, dal 1935, quando venne nominato alla presidenza della Federazione italiana, incarico che resse fino alla prematura morte.

Il leggendario Nadi possedeva mezzi fisici straordinari, alta statura e fulminea agilità posta al servizio di una tecnica impareggiabile, affinata in anni di estenuanti allenamenti quotidiani, sotto la guida del padre (che, ad ogni errore o incertezza, puniva i due ragazzi con dolorose frustate di fioretto che rigavano a sangue le gambe nude), e di logoranti esercizi ripetitivi di fronte al fratello più piccolo. Le sue migliori qualità risiedevano nell’intuito, nella scelta del tempo, nell’agonismo indomabile. Le velocissime spirali del suo fioretto, la potenza e l’equilibrio che le suggerivano e le guidavano, la mano sempre centrata nella parata e nella rapidità della risposta, erano le doti – apparentemente semplici nell’esecuzione – che gli consentivano di uscire da ogni assalto quasi sempre vincitore, grazie ad una stoccata dall’allungo implacabile, portata sempre con stile impeccabile, mai in affanno.

In anni nei quali la scherma era un’arte riservata a pochi eletti, di quell’arte Nadi fu interprete eccelso. Ma non soltanto. Collaboratore de La Stampa, di scherma scrisse molto e volentieri. Sulla qualità dei suoi elzeviri e ritratti questa è l’opinione che ne ha lasciato Gianni Brera: “Nedo Nadi, leggendario schermitore livornese, non scriveva sull’unghia, al modo dei cronisti moderni: i suoi articoli era propriamente composizioni letterarie, però di grana assai fina, talché mi vien fatto di dire che non esistesse più bravo giornalista sportivo di lui negli anni trenta, in Italia e forse nel mondo”.

Nedo Nadi si è spento a Roma poco dopo la mezzanotte del 28 gennaio del 1940, a neppure 46 anni di età, per una violenta emorragia cerebrale che lo aveva colto al tavolo di lavoro. A raccogliere gli ultimi istanti fu Luigi Saini che, negli anni Sessanta, diverrà segretario del CONI. E’ sepolto nel cimitero di San Giorgio, a Portofino, devastato dalle bombe alleate, accanto alla sposa che molto lo amò e che gli sopravvisse fino al 1983.

Il sarcofago, in pesante marmo nero, reca un’epigrafe aulica dettata da Lando Ferretti nel puro stile dell’epoca: “Qui riposa / cullato dal ritmo alterno del mare / rapito ai cieli da una fede che mai declinò / NEDO NADI / Livorno 9-VI-1983 – 29-I-1940 Roma / A diciotto anni baciato dal trionfo olimpionico / che sei volte iterò / unico atleta al mondo / sicché per lui la scherma / fu vigilia d’armi opra d’arte viatico di gloria / non solo negli stadi e sulle pedane / rinnovate le gesta dei paladini / giacché Dio gli concesse / d’entrare vittorioso a cavallo / in Trento redenta / e di far della penna una spada / acuta e diritta come l’adamantino carattere / Col breve intenso fulgore della tua luce / illuminasti le ombre di quaggiù / tormentato poeta dell’azione / ansioso cavaliere dell’ideale”. 

Più lunga, e romanzata, fu invece la vita del fratello Aldo, più irrequieto e impulsivo nel carattere, e che mai a pieno aveva accettato, nel quotidiano, quella superiorità che Nedo gli aveva imposto da piccolo sulle pedane. I due fratelli, oltre che separati da una accesa rivalità sportiva, si erano da tempo allontanati anche nella vita, senza più riconciliarsi. Almeno a voler dar credito a Roma Ferralasco, che di quel dissidio insanabile – del quale si ignorano le cause reali – fu testimone, e complice, per anni.

Lasciata l'Italia negli anni Trenta per trasfersi a New York, Aldo “condusse vita brillante e mondana” legandosi alla celebre Elizabeth Arden, pur continuando ad occuparsi di scherma, fino alla morte, che lo colse nel 1965. Scrisse anche un trattato di scherma in inglese,* ma la sua attività principale rimase l’insegnamento della scherma, il suo nome quale riferimento obbligato per molti celebri film di cappa e spada, maestro di generazioni di star di Hollywood, da Errol Flynn a Maureen O’Hara. Le spoglie di Aldo vennero cremate e, come in un film, “le sue ceneri disperse da un aereo sull’oceano”. Così si estinse, priva di eredi, la celebre stirpe dei Nadi.

________

* Si tratta di “On fencing”, volume stampato a New York nel 1943. Secondo Antonio Spallino [cfr. “Una frase d’Armi”, 1997], Aldo ha lasciato anche un manoscritto autobiografico (“Mask Off. A fencer’s autobiografy”), mai pubblicato. Spallino ne possedeva una copia dattiloscritta, eseguita nel 1955, donatagli da William Gaugler, che fu allievo di Aldo Nadi prima di diplomarsi Maestro di scherma a Napoli. Gaugler è stato “professore di archeologia classica alla San José University e autore del volume ‘La scienza della scherma secondo la Scuola italiana’ pubblicato nel 1992 da Zanichelli”.

(revisione: 4 Giugno 2014)

 

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