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Arena Ermenegildo

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Ermenegildo Arena [1921-2005]

Pallanuoto


(gfc) La più genuina espressione della pallanuoto napoletana: geniale attaccante del primo “Settebello”, quello che il ruvido allenatore Pino Valle aveva assemblato e guidato, nel 1947, a vincere il primo titolo europeo: premessa all’oro olimpico strappato con grande superiorità l’anno seguente agli ungheresi. Erano gli anni di un drammatico e povero dopoguerra, anni di poco pane e di molta fantasia, quando arrangiarsi era più una necessità che un’arte. “Per far parte di quella squadra – ha scritto Alfio Caruso – bisognava essere lesti di mano e di cervello, spacconi, coraggiosi, avventurieri, in una parola artisti, come diceva Arena che in acqua era il più artista di tutti”. Quattro anni dopo, ad Helsinki, con Mario Majoni in panchina, quella squadra picaresca sarebbe stata obbligata a contentarsi della medaglia di bronzo. 

“Gildo” –, com’era d’uso abbreviare un nome fin troppo roboante, poco adatto a un figlio del popolo –, giocava preferibilmente a sinistra, all’ala secondo quanto prevedevano gli schemi in uso, d’istinto, assistito da un fiuto innato del gol, in un’epoca nella quale i ruoli erano molto meno intercambiabili di oggi. Come tutti i suoi colleghi aveva cominciato col nuoto, imponendosi subito ad alto livello: a 17 anni era tra i più promettenti dello stile libero. Ancora nel 1948 sarà campione dei 100 metri con un tempo prossimo al minuto, appena prima che si aprisse la stagione di Carlo Pedersoli. Ma il nuoto in piscina gli risultava noioso, molto più di quello a mare ch’era stata la sua palestra, e s’era così lasciato convincere ad abbandonare le corsie per passare alla pallanuoto, disciplina che nel Golfo aveva avuto i natali o, perlomeno, il battesimo. Nel ruolo di attaccante puro aveva contribuito, a suon di gol, ai cinque scudetti che la “Rari Nantes” riuscì a vincere tra il 1939 e il ‘50. Un quinto, nel 1951, l’avrebbe conquistato con la “Canottieri” dopo un tradimento di quelli che non si perdonano e che nei circoli napoletani creò chiasso e indignazione.


Come a tutta la sua generazione, anche ad Arena la guerra rubò gli anni migliori. Ma “Gildo” aveva saputo reagire meglio di altri, ingegnandosi per riprendere subito. A Londra, dove mise a segno 13 reti, la metà di quelli realizzati dall’intera squadra – la più celebre, passata alla storia della pallanuoto e, perché no, del cinema, fu una beffarda “palombella” in rovesciata che consentì agli azzurri di battere per la prima volta l’Ungheria -–, gli venne assegnato il “Columbus Trophy”, riconoscimento destinato al miglior giocatore del torneo. Un premio dovutogli per quello che aveva mostrato, “estro, intuizione, prontezza e tiro eccezionali”. Dopo i fasti di Wembley, Arena si trasferì alla “Lazio”, prima di riunirsi a Napoli alla “moglie bionda e al figlio”. Alla “Rari Nantes” lo attendevano Cesare Rubini e Bulgarelli, come dire i príncipi di quella Nazionale da leggenda. Di quei giorni, un giovane Gian Maria Dossena scriveva: “Da Napoli è probabile che non si muovano più. Dicono che è una città straordinaria, che nessuno ci può morire di fame perché basta star seduti al sole per nutrirsi. E poi a Napoli c’è il baccarat. Bisogna sapere che il baccarat è una specie di istituzione per la pallanuoto italiana. Forse è questo il segreto dei nostri pallanotisti: esiste un recondito rapporto fra waterpolo e baccarat. E di quest’ultimo gli azzurri olimpionici sono campionissimi”.

Ma al baccarat si può vincere, ma capita anche di perdere. E poi il tempo passava veloce e presto per Arena (e con lui gli altri) si venne a concludere l’epopea dello sport attivo. Alla grande stagione in acqua non corrispose altrettanta fortuna nella vita d’ogni giorno. Complice forse il baccarat, o le sfide a boccette, ma soprattutto un carattere non facile, un’indole troppo irrequieta da amministrare con il sovrappiù di non pochi errori, come quelle notti al tavolo verde, alle carte o al biliardo, nell’attesa del colpo che risolve e può rendere dolce l’esistenza. Scelte avventate, scelte sbagliate. Tanto che nel 1958 il principe di Wembley preferì tirarsi fuori da tutto, voltando le spalle a Napoli per trasferirsi in Australia dove contava di allenare. Vi restò cinque anni, ma senza neppure sfiorare quelle rivincite che cercava.


Rientrato a Napoli, stanco e deluso, eccolo trascinare gli anni della vecchiaia in solitudine, tra crescenti ristrettezze economiche e con una salute sempre più malferma, assistito solo dai pochi amici che non avevano dimenticato la magia delle sue giocate. Una vita agra e sofferta, chiusa da un’ultima beffa: alcuni mesi prima della morte (come già era capitato con la legge Bacchelli per Emilio Bulgarelli, suo compagno di gioco e di avventure) gli venne, finalmente, assegnato il vitalizio stabilito dalla legge Onesti, un riconoscimento e un sollievo economico doverosi, ma giunto troppo tardi. Il napoletano verace Ermenegildo Arena detto “Gildo”, giocatore di pallanuoto sconfitto solo dalla vita, nato il 25 febbraio del 1921, si è spento all’ombra del Vesuvio l’8 febbraio del 2005.

(revisione: 10 maggio 2012)

 

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