Milano Cortina 2026 / Dal vostro inviato davanti alla tv
Venerdì 20 Febbraio 2026

I Giochi Olimpici di Milano/Cortina stanno per finire ed anche se visti (e letti) solo tramite i mezzi di comunicazioni meritano qualche riflessione, indipendentemente dai numeri finali (sui quali, forse, ritorneremo).
Luciano Barra
ITALIA E GRANDI EVENTI – L’Italia grazie ai grandi eventi organizzati sul proprio territorio, sportivi e non, è riuscita in questi ultimi decenni ha stupire gli stranieri per l’efficienza e l’ottima organizzazione. Tutto ciò in totale controtendenza con il giudizio negativo che comunemente viene data al nostro Paese causa il cattivo esempio dato dalla nostra politica.
Al riguardo non dimenticherò mai la barzelletta raccontatami alcuni anni fa da Thomas Bach, allora presidente del CIO, che citando il solito refrain su cosa rappresentassero tre Inglesi, tre Tedeschi e tre Francesi, chiosò che tre Italiani rappresentavano … quattro partiti politici.
Eppure ogni volta che avvengono questi avvenimenti fioccano critiche su quanto gli stessi siano costati alle casse dello Stato, quanto ritardi abbiano accumulato e – talvolta – anche quale malaffare abbiano provocato. Dimenticando che spesso tutto ciò è causato dalla incredibile burocrazia prevista dalle nostre leggi, spesso spacciata per trasparenza ma che fa nascere sospetti sui veri scopi e livelli.
Queste critiche vengono fatte dimenticando che la storia ultra-millenaria della nostra Penisola ci racconta come tramite i grandissimi personaggi che hanno raccontato la nostra cultura, musica e arte hanno segnato picchi di genio e un po’ di sregolatezza. Dimentichiamo troppo spesso che il nostro è un Paese del tutto “statalista”, più di molti Paesi del mondo comunista del dopo guerra. In Italia non si muove nulla se non c’è l’intervento economico pubblico (ai vari livelli).
Questo vale per i grandi eventi, sportivi e non, così come per quelli minori. Giubileo, Expo, funerali di Papi, Giochi Olimpici, Campionati Mondiali non si potrebbero fare senza l’intervento dello Stato. Persino le sagre locali non sarebbero possibili se non ci fosse l’intervento pubblico, siano essi contributi diretti o facilitazioni di vario tipo e per uno che vive in mezzo alla campagna toscana, questo è evidente e verificabile.
Nel caso dei Giochi le critiche sono – non tanto per le spese organizzative, che il più delle volte vengono pareggiate dalle entrate proprie –, ma soprattutto per i costi per nuove infrastrutture e per opere pubbliche, spesso non correlate ai Giochi, che lo Stato deve finanziarie. Facciamo male noi dirigenti sportivi a presentare le nostre candidature dicendo che esse non graveranno sulle casse dello Stato. Il nostro approccio dovrebbe essere ben diverso e sostenere, anzi, che grazie al grande avvenimento e grazie ai contributi dello Stato sarà possibile fare degli interventi strutturali che altrimenti non verrebbero mai fatti. Poco male se spesso gli stessi non avranno alcuna relazione con l’organizzazione dell’evento o se saranno ultimati ad avvenimento giù avvenuto.
Non per nulla Roma ancora attende il completamento di lavori finanziati per il Giubileo. Ma poco male, altrimenti si tratterebbe di interventi che non sarebbero mai stati fatti. Lo ripeto, siamo una Paese totalmente “statalista”. Persino gli stessi giornali, che molte volte criticano l’utilizzo di fondi pubblici per questi grandi eventi, fanno parte di questa categoria usufruendo loro stessi di importanti contributi pubblici, contributi che visto il crollo vertiginoso delle vendite sono diventati fondamentali per la loro sopravvivenza e per gli stipendi di chi ci lavora.
Riflettendo su tutto ciò credo che supercritici sui Giochi Olimpici – come Marco Travaglio e Sigfrido Ranucci (e non solo) – dovrebbero ripassare un po’ di storia del nostro Paese e mettersi l’anima in pace.
MILANO-CORTINA E LE MONTAGNE – Milano e Cortina a rappresentare le nostre bellissime montagne hanno meritato di organizzare i Giochi. Non va mai dimenticato come Milano sia la “capitale morale” del nostro Paese e come il Nord Italia sia un motore economico per l’Italia tutta. Mi ha fatto piacere vedere e sentire sulla 7, nel programma di Aldo Cazzullo, “Una giornata particolare”, andato in onda proprio durante i Giochi, e dedicato alle Cinque Giornate di Milano. Lì è stato ricordato che l’Italia non sarebbe mai esistita se i milanesi non avessero, grazie ad eroici episodi, debellato il dominio degli Austriaci aprendo così la strada ad un’alleanza con il Regno dei Savoia che ha poi portato all’unificazione dell’Italia tutta.
Questi Giochi, come hanno detto e scritto in molti, sono stati un grande “spot” per tutto il nostro Paese, per Milano e le Alpi, sia economicamente che turisticamente. Sarà interessante leggere ed analizzare gli studi di impatto economico che verranno elaborati dopo i Giochi. Intanto, a metà dei Giochi, la Banca IFIS ha già calcolato in 5,3 miliardi l’impatto economico “causato” dai Giochi.
Va comunque messo in cantiere che vi saranno anche critiche su sprechi e su cattedrali nel deserto. Si dimentica che i benefici di un grande avvenimento, come i Giochi, vanno misurati nel lungo termine. Così è stato per i Giochi di Roma 1960, che hanno lasciato un’eredità importante alla città, od a Barcellona nel 1992 ed a Londra nel 2012.
Persino la tanto vituperata Atene 2004 grazie agli interventi pubblici si è dotata di un nuovo aeroporto, di tre linee della metropolitana e di due tangenziali. Il tutto ha permesso agli Ateniesi di risparmiare 40’ al giorno per andare a lavorare. Si tratta di vantaggi economici difficili da calcolare e che si misurano nel post Giochi. Come è accaduto a Torino 2006 che ha portato i torinesi finalmente fuori di casa per gioire della loro bellissima città. Ed i benefici si sono visti successivamente.
Dispiace solamente che vista la “candidatura diffusa” non è stato possibile per Milano/Cortina sfruttare due momenti che in passati Giochi (soprattutto a Torino 2006) hanno rappresentato un volano importante per le città organizzatrici. Mi riferisco alla Medal Plaza ed ai Concerti serali nella città. D’altronde non si può avere tutto.
Non si può dimenticare di elogiare il grande lavoro fatto dall’AD Andrea Varnier, un veronese, che ha guidato in maniera impareggiabile una squadra organizzativa di prima categoria. Con lui merita una citazione un altro veneto, questo di Venezia, Marco Balich, che ha firmato una cerimonia di apertura meravigliosa. Il Veneto firma così, insieme alla Lombardia, questa bellissima edizione dei Giochi.
I RISULTATI SPORTIVI – Anche se al momento di scrivere questo articolo le gare non sono terminate, sono stati eccezionali da qualsiasi punto di vista li si guardi. Essi hanno segnato ogni tipo di record: numero di medaglie, posizionamento nel medagliere, record di ori record di atleti medagliati, record di discipline salite sul podio, record di uomini e donne medagliati, record di medaglie per la Federazione del Ghiaccio, record di medaglie di Arianna Fontana. E dolorosamente per il CONI segnerà anche un record di premi da distribuire (sarà necessaria una importante variazione di bilancio!). Ma le emozioni non sono state solo quelle agonistiche ma anche quelle umane sia per vittorie che per sconfitte.
Non mi intrattengo qui sull’analisi delle varie prestazioni conseguite dai nostri atleti, come detto non ancora terminate. Ben meglio di me lo stanno facendo giornali, televisioni e radio. Personalmente oltre al numero delle medaglie trovo molto importante il piazzamento dell’Italia nel medagliere. È vero che nel 1994 eravamo giunti al 4° posto ma poi non avevamo mai ripetuto quel piazzamento, anzi eravamo sprofondati al 17° posto a Vancouver nel 2010, al 22° a Sochi nel 2014, al 12° a Pyeongchang nel 2018 e al 13° a Pechino nel 2022.
La stessa combinazione Parigi 2024/Milano-Cortina 2026 ha segnato un record difficilmente battibile con un totale – al momento di questo articolo – di 66 medaglie (26 + 40) nettamente davanti alle 55 medaglie di Lillehammer-Atlanta (anche se va ricordato che fra le due combinazioni vi è stata una grande differenza di gare da medaglia: 445 di oggi contro le 332 di allora).
Mi interessa, invece, qui analizzare il perché di questi eccezionali miglioramenti. Lo ha fatto con molta umiltà e sapienza il presidente del CONI Luciano Buonfiglio. Lui non ha il carisma né la presunzione di Giovanni Malagò (spocchioso e prolisso il suo discorso alla cerimonia di apertura), ma in una sua visita al Corriere della Sera ha fatto una dichiarazione a Daniele Dallera e a Gaia Piccardi che merita attenta riflessione: “E’ un lavoro di squadra fatto da atleti, gruppi sportivi militari, Federazioni Sportive, Preparazione Olimpica, Istituto di Medicina e dello Sport, e Governo”. Per poi concludere, saggiamente: “Che senso ha farci la guerra? Se ci dividiamo i compiti vinciamo tutti quanti”.
E proprio questa è la grande differenza con gli ultimi trent’anni. Allora lo Sport Italiano aveva un’unica “motorizzazione”, quella congiunta CONI/FSN. Ora le “motorizzazioni” sono diventate quattro con diversi “turbo compressori”: quelli di Sport e Salute, del CONI, delle Federazioni Nazionali (ben più ricche di 30 anni fa grazie anche ad entrate proprie) e delle Forze Armate. Bravo Luciano Buonfiglio ad aver capito tutto ciò ed aver smussati gli angoli dovuti ai drastici cambiamenti del recente passato e, perché no, ai personalismi di qualche sommo dirigente.
Merita, seppur brevemente, ricordare che attualmente le diverse società militari vantano 1200 atleti nelle proprie fila, di cui un quarto negli Sport Invernali. Tutto ciò “cuba” nel quadriennio olimpico circa 300 milioni di euro, tutti finalizzati sull’alto livello. Mai dimenticando che al dà del significa economico per giovani atleti esso nasconde un’importanza psicologica (leggi maturazione di pensione) per il futuro degli stessi. Per questi Giochi 2026 la squadra azzurra era composta per 130 unità da atleti militari (dei 65 civili, 48 sono da assegnare all’Hockey su Ghiaccio che per ovvi motivi non ha squadre di questa disciplina, solo 17 nelle altre discipline). Ovviamente quasi tutte le delle medaglie vengono da atleti militari.
C’è da sperare che questi Giochi fungano da esempio e da “catarsi” per alcune discipline professionistiche in profonda crisi. Sport popolarissimi come Calcio, Ciclismo su strada ed anche Basket (che ha scopiazzato tutto il peggio del calcio) hanno molto da imparare. E con loro anche i giornali che danno loro tanto, troppo spazio, spesso dimenticando sport che meriterebbero molta più attenzione.
I GIOCHI IN TELEVISIONE – Sono stato presente a 5 edizioni dei Giochi Invernali, ma raramente li ho vissuti così intensamente come mi è capitato con Milano/Cortina grazie alle immagini della TV. Ovviamente mi ero adeguatamente attrezzato (due televisori, un iPad e l’abbonamento a Discovery). Non ho perso nulla grazie alle bellissime immagini prodotte per il CIO da OBS.
La RAI – su RAI-2 e RAI-Sport – ha fornito un buon servizio. Grazie al sapiente coordinamento giornalistico di Alessandro Gargiulo e Riccardo Pescante, abbiamo visto tutti i momenti salienti dei Giochi. Altra cosa sono state le telecronache. Qui Eurosport ha surclassato la RAI. I suoi telecronisti si sono preparati per gli sport invernali con 4 anni di allenamenti e contano su un super asso come Massimiliano Ambesi. Alla RAI, esclusi alcuni, anzi pochi, sono stati buttati nell’agone giornalisti che mai avevano fatto una telecronaca, compreso l’infausto debutto del direttore di RAI-Sport alla Cerimonia di Apertura. È come se un atleta volesse partecipare ad una finale olimpica senza aver prima affrontato tutte le necessarie gare di qualificazione. Molto bene anche Radio-Rai.
La RAI ha una storia di grandi telecronisti che parte da molto lontano. Da Nicolò Carosio, a Sergo Zavoli, Giorgio Bellani, Alberto Giubilo, Aldo Giordani, Paolo Rosi, Adriano Dezan, Giampiero Galeazzi, Sandro Fioravanti, etc. Ma loro non sono nati casualmente. Ricordo quando negli anni 60/70 la RAI aveva un suo funzionario – un maestro della dizione – tale De Anna, che preparava ed istruiva i vari giornalisti. Ricordo una sua lezione prima dei Giochi Olimpici di Roma in cui sottolineava l’importanza del tono della voce, da modulare a seconda delle occasioni, del corretto uso della lingua italiana e delle necessità di correggere le inflessioni dialettali (e non compiacersene). Oggi, oltre a queste qualità basilari, c’è molto altro: è necessario conoscere la storia, le diverse terminologie e le liturgie connesse alle diverse discipline, peraltro in costante aggiornamento.
La RAI ha avuto anche grandi direttori della testata sportiva, da Gilberto Evangelisti, a Massimo De Luca, Giovanni Bruno e Jacopo Volpi. Ora, nonostante l’ottimo lavoro di molti, si vede che al momento manca la professionalità nel gestire le risorse umane disponibili. È un peccato non aver saputo utilizzare questa nuova edizione dei Giochi Olimpici per questo scopo, come era accaduto nel 1960 per i Giochi di Roma. Anche qui il privato fa meglio del pubblico.
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