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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Cronaca e Storie

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Pechino 2008 / Cronaca e storie

 (gfc) I Giochi della XXIX Olimpiadi si sono aperti alle ore 8 di sera di venerdì 8 agosto ’08 (per chiudersi il 24 agosto, sedici giorni più tardi). Quasi un omaggio al numero fortunato del popolo cinese, otto sono state anche le medaglie d’oro vinte dagli italiani e otto quelle conquistate da Michael Phelps, eponimo del 2008. Il momento centrale della cerimonia (spettacolare e fin troppo lunga, con il coinvolgimento di 14.000 figuranti) è stata l’acrobatica e spettacolare accensione del tripode da parte dell’ex-ginnasta Li Ning, olimpionico a Los Angeles ’84 e ora magnate dell’abbigliamento sportivo, ultimo degli otto tedofori che si sono succeduti all’interno dello stadio. Accesa ad Olimpia il 24 marzo, la torcia che ha portato il fuoco entro il “Nido d’uccello” – l’avveniristico stadio centrale dei Giochi (praticamente abbandonato dopo la chiusura) – era partita il 31 marzo da piazza Tien An Men. Dopo 137.000 chilometri attraverso i cinque continenti, è tornata a Pechino il 6 agosto. Il suo è stato il più contrastato percorso della storia olimpica, oggetto di contestazioni e aggressioni (a Londra si è addirittura tentato di spegnerla con gli idranti). Proprio per cercare di ridurre in qualche modo le aggressioni, il programma del suo viaggio (che ha toccato tutti i cinque continenti) è stato a sorpresa cambiato più volte. Dopo il rientro in Cina (avvenuto il 4 maggio), il fuoco di Olimpia ha toccato anche il martoriato e blindato Tibet.

 Sin dall’inizio i Giochi di Pechino non si annunciavano sotto una buona stella, segnati anche da eventi molto più seri e tragici accaduti nell’anno, come il tremendo terremoto del Sichuan che il 12 maggio aveva causato oltre 80.000 morti. Poi l’arrivo della fiaccola a Lhasa, il capoluogo del Tibet che il 14 marzo s’era infiammato per la rivolta anticinese. Una città occupata, blindata da ingenti forze di polizia e con un apparato repressivo impressionante. Gli indipendentisti del Tibet, se pure ne erano rimasti, al suo arrivo hanno scelto di restare chiusi in casa, accogliendo i consigli del Dalai Lama. Quest’ultimo aveva tentato di smorzare i toni dichiarando il pieno diritto di Pechino a ospitare i Giochi. Risultato: sono stati liberati alcune migliaia di detenuti d’origine tibetana, ma ristretto ancora il percorso della fiaccola. E intanto Pechino, laboratorio per il futuro, si andava attrezzando varando un gigantesco piano per la sicurezza che contava su 100.000 poliziotti e vedeva la mobilitazione di oltre 600.000 volontari.

 Quanto accaduto in Cina prima dei Giochi stimola quale riflessione. Innanzi tutto una domanda: tutto questo che senso ha? Cosa ha da spartire con lo spirito che suggerì di adottare la fiaccola, accesa dai raggi solari di Olimpia, come continuità coi valori della classicità? Anche al suo primo apparire, nella Berlino nazista del 1936, pur tra le croci uncinate e in anni che preparavano il peggior conflitto della storia, il passaggio della fiaccola trasmetteva un messaggio di comunanza. E, più compiutamente, seppe farlo nel 1948, a guerra finita, quando più forte apparve la sua identificazione con la pace appena raggiunta. Un messaggio di fratellanza e tolleranza che, più o meno, sopravvisse fino a Roma ’60. Poi anche quest’ultima nobile liturgia dello sport è finita fagocitata dall’esigenza dello spettacolo, svuotandosi di qualsivoglia significato simbolico. Già era capitato a Torino 2006 quando più volte la torcia venne spenta, bersaglio dei no-global che protestavano contro la multinazionale Coca-Cola, tra gli sponsor della manifestazione. Ma questa volta – con la fiaccola cinese che si è vista e non si è vista, che di nascosto ha scalato l’Everest dove la rarefazione dell’aria l’ha spenta, che ha percorso pochi metri circondata da un nugolo di agenti segreti e di poliziotti antisommossa, per correre subito a rintanarsi in qualche bunker –, si è toccato il ridicolo. Se non peggio. Il viaggio della fiaccola cinese, il “viaggio dell’armonia”, doveva mostrare al mondo il nuovo volto del paese, esaltare la sua impetuosa ascesa economica (a scapito dei lavoratori) e le nuovi dimensioni culturali del comunismo di Stato. Ma intanto, a Pechino, si proibivano le riunioni con più di 15 persone e drasticamente venivano ristretti i permessi di soggiorno.

 A suoi massimi livelli lo sport muove interessi crescenti, coinvolge miliardi di persone e sposta risorse enormi. Propone storie di straordinaria umanità, ma è anche capace di sollecitare i peggiori istinti xenofobi. Troppo importante tutto questo, perché venga delegato ad un gruppo di anziani signori che nel CIO si eleggono fra di loro (cooptazione, viene chiamata) e, con anacronistico spirito “amatoriale”, difendono cocciutamente il diritto di determinare scelte che coinvolgono milioni di persone. A iniziare dalla scelta di Pechino delegata ad ospitare i Giochi 2008 (dopo che per un gioco di bussolotti, nel 2000, le era stata preferita Sydney: largamente in testa per tre votazioni, allora Pechino era stata battuta alla quarta chiamata per due soli voti. Misteri della geo-politica sportiva, dei fusi orari televisivi e, perché no, di qualche improvvisa conversione …). Allora, Cina come ultima frontiera. Nuovi mercati aperti alle industrie occidentali, si disse al momento dell’aggiudicazione. Anche se si può sempre obiettare che le scelte vere le opera sempre la televisione, l’impassibile “moloch” che alimenta se stesso e il gigantesco affare olimpico, determinandone anche le sedi e gli orari.

Allora, più opportuno sarebbe spegnerla per sempre questa fiaccola che scalda solo i suoi sponsor. E spiegare ai signori del CIO che procurano tali disastri che – dovunque si svolgano oggi le Olimpiadi – i problemi fuori dagli stadi restano irrisolti, anzi si ingigantiscono, a cominciare dal mancato rispetto dei diritti civili. O, come è capitato nel 2008, dai tanti morti del Tibet dei quali non si conoscerà mai né il numero né i nomi. Al passaggio della torcia sono fiorite violente contestazioni in tutto il mondo, da Londra a San Francisco, da Parigi a Buenos Aires. Qualche nome eccellente, come il regista Steven Spielberg, ha manifestato il suo dissenso rinunciando a firmare la colossale e pletorica cerimonia d’apertura. Qualche dirigente sportivo (e qualche politico) ha timidamente parlato di boicottaggio, ma senza crederci troppo. Così salvando coscienza e bon ton. Intanto, mentre, imperturbabili, proseguono le manovre sottobanco per affidare l’edizione 2016 (finita poi, nel 2009, a Rio de Janeiro e con uno schiaffone a Barack Obama), il CIO ha imposto che per Londra 2012 il percorso della fiaccola non travalichi i confini delle isole britanniche. Un primo correttivo. Che siano già iniziati gli esami di riparazione?

La simbologia cinese. La scelta su Pechino era caduta nel corso della 112ª Sessione del CIO tenuta a Mosca il 13 Luglio 2001. Alla votazione decisiva, la capitale cinese aveva raccolto 56 preferenze, lasciando ben lontani Toronto (22 voti), Parigi (18) e Istanbul (9). Le precedenti valutazioni avevano escluso Bangkok, Il Cairo, Kuala Lumpur, L’Avana, Osaka e Siviglia, che pure s’erano proposte. L’opportunità olimpica era vista dal Governo cinese come una irripetibile e ghiotta occasione per mostrare al mondo i grandi progressi compiuti dal regime comunista, sia pure a spese dello spostamento di milioni di uomini e dei gravissimi danni inferti all’ambiente e alla stessa tradizione cinese. La città era stata completamente ricostruita in base ad una architettura che si proponeva di superare i più avanzati modelli occidentali. Uno sforzo enorme, i cui costi non saranno mai noti nella loro entità, ma che hanno consegnato a Pechino il record mondiale dell’inquinamento. Tanto che, nei giorni dei Giochi, era stato vietato il traffico privato.

 L’arte tradizionale cinese aveva pesantemente influenzato la simbologia di contorno. L’emblema è stato disegnato come un sigillo a richiamo del corpo umano e ispirato al simbolo calligrafico “Jing” (Pechino). Le medaglie sono state modellate e fuse con il ricorso a oro e argento, ma anche, e per la prima volta, alla giada: al dritto riportavano la Nike sullo sfondo dello Stadio Panatinaico, al verso il profilo di un drago. La mascotte si è frantumata in cinque diverse figure, dette “Fuwa”: Beibei (il pesce), Jingjing (il panda), Huanhuan (la fiamma olimpica), Yingying (l’antilope tibetana) e Nini (la rondine). Le sillabe iniziali concorrono a comporre la frase “Beijing Huanying Ni”, come dire “Benvenuti a Pechino”. Infine la torcia, protagonista involontaria: ispirata alla tradizione artigianale, realizzata in alluminio e legno, era alta 72 cm per 985 grammi di peso.

 Ma torniamo agli aspetti sportivi veri e propri, a cominciare dalla sfilata d’apertura in cui l’ordine delle rappresentative, in mancanza di un sistema alfabetico, è stato dettato da un complicato criterio di stretta logica cinese, tanto che la squadra italiana è entrata nello stadio al 191° posto sulle 204 rappresentative presenti. Aveva aperto la Grecia e chiuso la poderosa squadra cinese. Ora, di seguito, gli avvenimenti più significativi.

I più grandi. Una volta era in uso indicare l’atleta eponimo dei Giochi, nel cui nome l’edizione olimpica passava alla storia. Abitudine cancellata dal gigantismo sfrenato dei programmi. Ma per Pechino si può almeno azzardare una scala di merito, un podio:

1) il gradino più alto dei Giochi 2008 tocca al giamaicano Usain Bolt per la superiorità mostrata sia nei confronti del cronometro che degli avversari. I suoi mirabolanti record mondiali sono già nel futuro e annunciano quello più ambito: il giro di pista in un possibile 42”5 o meno;

2) a un dipresso si colloca Michael Phelps che ha coronato l’impresa: vincere otto medaglie d’oro e abbattere il record di Mark Spitz che ne aveva collezionate sette nel 1972. Il delfino di Baltimora è così diventato l’atleta più vincente della storia olimpica: con le sue 16 medaglie in due edizioni – 14 delle quali d’oro e due di bronzo – è sopravanzato solo dalla ginnasta sovietica Larissa Latynina che tra il 1956 e il ’64 ne ha collezionato 18, metà delle quali d’oro. Ma Phelps potrebbe ancora incrementare il suo bottino a Londra, malgrado le nubi scese sul suo nome dopo le ammissioni di allegre serate a base di marijuana;

       3) al terzo posto Maria Valentina Vezzali vincitrice della terza medaglia d’oro consecutiva nel fioretto individuale dopo l’argento di Atlanta. Lanciata com’è all’inseguimento di Edoardo Mangiarotti, nella sua bacheca figurano ora 6 medaglie olimpiche (cinque d’oro) e una dozzina di titoli mondiali. E non è finita, visto che la mamma del fioretto italiano, dopo le esperienze televisive da ballerina, pare aver già prenotato il ruolo di portabandiera alla sfilata del 2012. 

Gli azzurri. Presenti in 29 discipline, sono stati 347 gli atleti chiamati a far parte della squadra olimpica: 214 gli uomini, 133 le donne. Al termine risulteranno aver effettivamente partecipato in 334, vale a dire 204 uomini e 130 donne. Per la prima volta presenti nel Badminton, sono stati assenti o esclusi in qualificazione dai tornei di Baseball, Basket (l’assenza più dolorosa dopo l’argento di Atene), Handball, Hockey e Softball. La squadra al completo era stata annunciata dal CONI il 23 luglio, sia pure con alcune successive sostituzioni causate da casi di doping, infortuni o mancata idoneità medica. Portabandiera designato il canoista Antonio Rossi, alla sua quinta presenza. “Citius, Altius, Fortius”: nel rispetto del motto, il più anziano del gruppo è risultato il tiratore Andrea Benelli, nato nel giugno 1960; la più giovane la ginnasta Vanessa Ferrari nata nel novembre 1990. Al fisico minuto di quest’ultima vanno anche i minimi di altezza (1,43) e di peso (38 chili). All’altro capo della scala di dimensioni umane si collocano il pallanuotista Stefano Tempesti (il più alto con 2,05) e lo judoka Paolo Bianchessi (il più pesante con i suoi 140 chili).

 Il bilancio finale italiano (appena sufficiente rispetto alle attese un po’ mirabolanti) parla di 27 medaglie – 8 d’oro, 9 d’argento e altrettante di bronzo –, pari al 2,9% di quelle distribuite. Bottino poi ridimensionato a 27 per il caso di doping che ha coinvolto, e tolto di scena, Davide Rebellin, secondo nella prova in linea di ciclismo. In testa al medagliere (e nel rispetto della tradizione) si pone al solito la Scherma con 7 medaglie, seguita da Tiro a volo e Pugilato con tre. Le medaglie dei maschi sono state 16, quelle delle femmine 11. Le discipline arrivate sul podio sono state complessivamente 14: per la prima volta tra loro figurava il Taekwondo.

L’ultimo rilievo riguarda gli atleti appartenenti ai gruppi sportivi militari. In partenza erano complessivamente 158 (99 uomini e 59 donne) contro i 189 atleti tesserati per società “civili”. Lo schieramento più consistente, secondo abitudine, è stato quello delle Fiamme Gialle – quello dei finanzieri è il gruppo sportivo più antico – con 39 elementi, seguito da Carabinieri (24), Forestale (23), Aeronautica (18), Esercito e Fiamme Oro (17), Fiamme Azzurre (12) e infine Marina (8). Ben superiore l’incidenza dei “militari” sul medagliere. Infatti oltre il 70% delle medaglie sono finite al collo degli atleti appartenenti ai Corpi: addirittura 7 delle 8 medaglie d’oro sono di loro competenza. Un investimento notevole e una garanzia di serietà e continuità che dovrebbero trovare maggiori sbocchi ai vertici dirigenziali dello sport nazionale.

Italia: ogni medaglia è costata 70 milioni. Il suo interesse si è alimentato della lotta tra cinesi e statunitensi, come largamente preventivato. In termini di medaglie d’oro hanno prevalso i padroni di casa, gli ospiti a stelle e strisce si sono imposti nel totale generale. Malgrado alcune contro-prestazioni, come nello sprint e nel pugilato (solo un bronzo), con 110 medaglie complessive gli americani hanno superato il loro record che risaliva al 1992 quando ne portarono a casa 108, ma solo con 257 eventi disponibili contro i 302 di Pechino. Di contro i cinesi hanno fatto man bassa nelle specialità meno affollate. Terza forza la Russia, benché la squadra era stata largamente falcidiata dai casi di doping prima della partenza per la Cina. Al tabellone dei medagliati risultano iscritti 86 paesi, un record assoluto. Per valutarlo meglio c’è chi si è ingegnato di calcolare le medie tra medaglie vinte e popolazione. Così, se la Cina ha avuto una medaglia ogni 13 milioni abitanti, la Giamaica ne ha conquistato una ogni 245.000 e l’Australia una ogni 470.000. Se si vuole stare a questi parametri, per l’Italia la media è di una medaglia ogni 2 milioni e 135 cittadini. Anche se il criterio più giusto sarebbe non tanto quella della evanescente, e mai precisata, “cultura sportiva”, quanto l’insieme delle risorse economiche disponibili per ciascuna nazione. Restando all’orticello di casa nostra, si può ricordare che le 27 medaglie di Pechino sono costate alla collettività circa 2000 milioni di euro (contando solo i contributi pubblici per il CONI). Come dire 70 milioni di euro l’una. Una cifra mostruosa.

La medaglia n. 500. Considerando gli ex-aequo e i “doppi” bronzi negli sport di combattimento, per le 302 gare previste sono state distribuite complessivamente 958 medaglie. In ordine di tempo la prima si è avuta nel sollevamento pesi donne, categoria 48 chili (la stessa della sfortunata Genny Pagliaro); l’ultima nel torneo maschile di pallanuoto con la vittoria dell’Ungheria. Per l’Italia la prima è stata quella d’argento (poi cancellata) del veterano Davide Rebellin proprio nel giorno del suo 37.mo compleanno; l’ultima (d’oro) dell’eterno dilettante Roberto Cammarelle nei supermassimi. Tra mezzo la medaglia n. 500 della storia olimpica italiana che è andata al collo del terzetto del tiro con l’arco, sconfitto all’ultima freccia dalla Corea nella finale per l’oro. Si dice 500 perché non si ritiene di considerare nel totale le 16 medaglie vinte nelle gare spurie di Atene 1906: edizione dal grande rilievo tecnico (e con notevoli implicazioni sullo sviluppo del movimento olimpico italiano), ma che non appartiene alla cronologia dettata dal CIO. Considerando anche quelle, il totale generale dell’Italia salirebbe a 539. Restando sul tema si può notare a Pechino sia stato raggiunto, e superato, il numero 1000 tra i medagliati italiani considerando nel novero tutte le edizioni, estive e invernali, compresi i dimenticati Concorsi d’arte.  

Le nazioni e i continenti. Più corretto sarebbe dire, secondo quanto piace al CIO, i Comitati Olimpici Nazionali (CNO): presenti a Pechino sono stati 204. Potevano essere la totalità di quelli riconosciuti se uno di loro, il Sultanato del Brunei, non avesse scoperto proprio a Pechino di aver dimenticato … di iscriversi. Con grande scorno del sultano, già assiso in tribuna attorniato dalla sua corte. Nel medagliere finale se ne sono contati 86, tredici più che ad Atene (il record precedente era di Sydney 2000 quando a salire sui pennoni furono 80 bandiere). Segno della diffusione sempre più periferica del richiamo olimpico, peraltro ormai lontanissimo dai suoi valori originali. Al ballo delle debuttanti del podio hanno partecipato il Togo (nella canoa), le isole Mauritius (nel pugilato), il Tagikistan (nel judo), il Sudan e il Bahrein (in atletica, rispettivamente negli 800 e nei 1500 metri), l’Afghanistan (malgrado la guerra perenne), il Kazakistan (con una donna … nel sollevamento pesi). Per altre due è stata la volta della prima medaglia d’oro: è toccato al Panama col saltatore Irving Saladino e alla Mongolia con il judoka Nidangiin Tuvshingayar. Quest’ultimo, nominato “eroe del lavoro” per decreto presidenziale, è stato accolto da un gigantesco bagno di folla al rientro a Ula Bator.

 

Continua il trend di crescita olimpica per i paesi più nuovi (ma anche per i più poveri). Perde invece posizioni l’Europa che arretra nel computo totale, ma restando pur sempre la più beneficiata, seguita dall’Asia e non soltanto grazie ai successi degli atleti cinesi. Da Pechino i 49 paesi europei sono tornati con 452 medaglie complessive: 131 d’oro, 147 d’argento, 174 di bronzo. Alle loro spalle si colloca l’Asia che con le sue 44 nazioni ha riportato 212 medaglie (86 d’oro, 54 d’argento, 72 di bronzo). Seguono le Americhe (42 paesi) con 200, l’Oceania (con 17 nazioni, la gran parte piccole isole) che per l’effetto Australia sale a 55 medaglie. Chiude l’Africa che malgrado le sue 53 nazioni arriva appena a 39 medaglie, grazie per lo più ai podi “pesanti” dei fondisti di Kenya ed Etiopia. Quattro anni prima l’Europa aveva toccato 487 medaglie, con le Americhe a 177, l’Asia a 176, l’Oceania a 54 e l’Africa a 35.  

I record. I più significativi arrivano dall’atletica e dal nuoto. Tra i cinque nuovi mondiali d’atletica, quelli stabiliti da Usain “Lightning” Bolt, come detto, si affacciano sul futuro e spostano verso il Caribe il baricentro mondiale dello sprint. Dapprima col 9”69 sui 100 (3/100 in meno del precedente), poi col 19”30 sui 200 (2/100 in meno del mitico Michael Johnson) e infine col 37”10 della staffetta che demolisce l’annoso 37”40 degli statunitensi, Bolt ha scritto pagine di storia, sia pure solo sportiva. Di significato analogo, ma inferiori sul piano tecnico, appaiono i sette record stabiliti da Michael Phelps, almeno per due considerazioni: la frequenza con cui i limiti mondiali vengono migliorati in piscina; l’incidenza che sugli stessi hanno le innovazioni tecnologiche degli impianti e la recente e controversa adozione dei rivoluzionari costumi interi. Elementi, in senso lato, paragonabili all’introduzione in atletica dei materiali sintetici per le piste. Non per nulla nel nuoto a Pechino sono stati migliorati 27 primati mondiali e ben 71 primati olimpici! 

Il doping. Alla vigilia dei Giochi l’inossidabile presidente del CIO, il belga Jacques Rogge (nominato “Ponzio Pilato” per la disinvoltura con cui s’è mosso a Pechino in tema di diritti civili) aveva pronosticato una quarantina di casi. Lo stesso CIO, nella certezza di fronteggiarli, aveva effettuato 4311 controlli, con l’obiettivo di “testare” poco più di un terzo degli atleti presenti. Ad Atene 2004 i casi noti erano stati 26. Molto meno sono stati quelli cinesi: inizialmente non più di 6. Per quanto è dato sapere hanno perso la medaglia (d’argento) l’eptatleta ucraina Lyudmyla Blonska e il tiratore di pistola nord-coreano Kim Jong Su che di medaglie ne ha dovuto riconsegnare due, una d’argento e una di bronzo. A vario titolo sanzionati la ginnasta vietnamita So Thi Ngan Thuon, la mezzofondista bulgara Daniela Yordanova, la ciclista spagnola Isabel Moreno (spedita a casa prima delle gare) e la greca Fani Halkia che ad Atene aveva vinto i 400 ostacoli. I (soli) sei casi sanzionati si prestano a diverse interpretazioni: qualcuno ha parlato di successo dell’antidoping; ma la tesi prevalente è che le nuove pratiche dopanti, in specie quelle ruotanti attorno al vecchio ormone della crescita, abbiano raggiunto livelli di sofisticazione molto più elevati del passato. Capaci di attraversare indenni la gran parte dei (costosissimi) controlli.

Sul banco degli imputati sono finiti anche quattro incolpevoli cavalli (uno dei quali, appartenente alla squadra norvegese, salito sul podio per il salto ad ostacoli). Un numero troppo piccolo rispetto a quanto s’era visto prima dei Giochi quando erano stati individuati ed esclusi almeno una cinquantina di candidati alle gare cinesi. Tra loro, come si ricorderà dalla cronaca, anche quattro italiani inseriti dal CONI nella squadra azzurra: i ciclisti Riccardo Riccò e Marta Bastianelli, il fiorettista Andrea Baldini (protagonista di uno strano caso di “sabotaggio” che, alcuni mesi dopo, lo ha visto riabilitato) e il nuotatore Alessandro Turrini, quest’ultimo sconfessato in extremis dal TAS. Poi, in gara, si è avuto il caso più clamoroso, la squalifica di Rebellin, medaglia d’argento nella corsa in linea che, dopo mesi di proteste, ha dovuto restituire medaglia e premio in denaro. È la prima volta che un italiano vincitore di medaglia viene cancellato dall’ordine d’arrivo di una gara olimpica. Mancanza di controlli preventivi o solo leggerezza? In ogni caso una vergogna per tutto lo sport nazionale.

I premi. Questa la tabella fissata dal CONI per compensare le medaglie azzurre a Pechino: 150.000 € per l’oro, 75.000 € per l’argento e 50.000 € per il bronzo. Un dieci per cento in più rispetto ad Atene. Non è sforzo da poco specie se paragonato a quanto fanno i francesi che premiano l’oro con solo 50.000 euro. Un risvolto deprimente resta la gigantografia degli stessi assegni consegnata dal segretario generale del CONI ai vari medagliati italiani: si ignora la paternità della bislacca idea, ma infastidisce la caduta di gusto che tocca l’intero sport italiano, olimpico o meno che sia.

 Ma non è finita. Nel marzo 2009 il CONI – che riceve un sostanzioso contributo di oltre 450 milioni di euro l’anno da parte dell’Erario –, ha deciso di integrare quei premi erogando altri 50.000 € annui per ciascun atleta vincitore di medaglia d’oro a Pechino 2008 e a Torino 2006, “a patto che non smettano di gareggiare”. L’assegno verrà consegnato alla conclusione di ogni anno, compreso quello olimpico finale, cioè fino al 2010 per gli “invernali”, fino al 2012 per gli “estivi”. Gli atleti in possesso di tali requisiti sono inizialmente 14: sei per Vancouver, otto per Londra. Analogo contributo per gli otto vincitori di medaglie d’oro alle Paralimpiadi, ma con assegno ridotto della metà. Una apposita tessera garantirà ulteriori concessioni tramite accordi da stipulare con sponsor o aziende. Si tratta, come ha chiarito con eleganza lo stesso CONI, “di una operazione per reclamizzare il prodotto”. Sempre in tema di buon gusto … non ci facciamo mancare nulla!

С этими словами Томпсон встал и рванул оконную штору.

Напрасно вы будете пытаться ускользнуть от личной ответственности!

Конечно, она знала о потерянной бумажке больше, чем сказала своей госпоже.

Я едва удержался от радостного крика.

Одни были господа, другие рабы!

Ввиду "Игра крутой сэм скачать"этого только что собранных солдат снова выпустили из вагонов.

Итак, "Засоби масової інформації: поняття, риси, функції, маніпулювання"Амбри, объясните, пожалуйста, что вас беспокоит.

Мысли бешено "Зв'язок політичної системи і ЗМІ"заплясали в его "Засоби телевізійного впливу і маніпулювання"голове, как будто он мгновенно перенесся в "Значение местного радио"неведомый странный мир.

Но "Значение отраслевых журналов в процессе развития периодической печати XIX века"старик так и остался сидеть, "Зображальна журналістика в районних газетах"как сидел в позе лотоса посреди комнаты.

Хотя я " 

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