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I sentieri di Cimbricus / Quando il mondo veniva a Fukuoka

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Lunedì 6 Dicembre 2021

 

fukuoka 

Addio a Fukuoka, per lunghi anni “la maratona”: la speranza di esser invitati, la prospettiva di un lungo viaggio, quasi un’avventura per arrivarci quando la Siberia non poteva esser sorvolata, la certezza di poter correre una gara esemplare.

Giorgio Cimbrico

L’Asahi Shimbun, quotidiano un tempo gigantesco e sponsor di riferimento, ha deciso di chiudere, dopo 75 edizioni: costi in aumento, problemi, concorrenza, limitazioni pandemiche. Hanno girato un documentario – “Quando il mondo veniva a Fukuoka” – e il ceko Pavel Kantorek, che vinse nel ’61, resa la sua testimonianza, ha pianto. L’ultimo giro di valzer è andato a Michael Githae, kenyano che corre per il Suzuki Team: 2h07’51” oggi è un tempo molto normale. In certe major si può finire quindicesimi.

“Nell’elenco dei partenti figuravo come Gondola”, ricordava Pippo Cindolo che nel ’75 andò, per tornarne quarto, record italiano in 2h11’45”. Gianni Poli lo imitò sei anni dopo, 2h11’19”. Era l’edizione del record del mondo del simpatico Robert de Castella, 2h08’18”, il secondo e ultimo vertice toccato a Fukuoka e anche il secondo fornito da un australiano: nel ’67 era toccato a Derek Clayton forzare per primo, e per 23 secondi, il portone delle 2h10’, con un progresso violento sul 2h12’ londinese del giapponese Morio Shigematsu. Per trovare un volto come quello di Clayton è necessario rivolgersi a un archivio fotografico della seconda guerra mondiale. Derek è uno dei fucilieri “aussie” che diedero filo da torcere ai giapponesi nella jungla della Nuova Guinea o ai tedeschi dell’Afrikakorps in Nordafrica.

Fukuoka ha avuto i suoi eroi e il tempo non li cancellerà. Frank Shorter, l’americano nato in Germania come John McEnroe, rimarrà il padrone del poker centrato tra il ’71 e il ’74 (in mezzo, l’oro olimpico di Monaco di Baviera), così come Toshihiko Seko continuerà a stringere nelle maglie della memoria i quattro successi non baciati, come quelli del baffuto americano, dal dono della consecutività.

A Fukuoka sono andati e hanno lasciato almeno una traccia vincente i campioni olimpici Josiah Thugwane (1997), Gezehagn Abera (1999, 2001, 2002) e Sammy Wanijru che fece il suo debutto con un tonante 2h06’39” prima di conquistare l’oro di Pechino e scomparire giovanissimo, dopo un salto mortale nel vuoto.

Quelle strade sono state percorse, con successo, da primatisti mondiali (Belaineh Dinsamo nel 1990, Haile Gebrselassie nel 2006, Patrick Makau nel 2014 e nel 2015) e quello che se le lasciò alle spalle più velocemente è stato il piccolo etiope Tsegaye Kebede, 2h05’18” nel 2009. Non arriva al metro e 60 ma è arrivato a collezionare due maratone di Fukuoka, due di Londra, una di Parigi, una di Chicago. Un cacciatore di classiche e il padrone cronometrico di una classica che non c’è più. Non è il caso di azzardare la goffa imitazione di un componimento poetico giapponese per salutarla.

 

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