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Duribanchi / Quella partita che non ho mai visto

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Martedì 30 Marzo 2021


sivori


Non c’ero. Ma ho letto così tante volte i resoconti che è come ci fossi stato, ad esultare per il mio idolo con la numero 10 sulle spalle. Che usava il sinistro come Caravaggio usava il pennello: Enrique Omar Sivori.

 

Andrea Bosco

Anche Draghi sembra impotente. Il paese è scellerato. Il paese è egoista. Il paese è popolato da sciacalli. Il paese è contagiato dalle ideologie. Il paese al ritmo di 400 morti al giorno non ne uscirà. Almeno non a breve. Una società non può essere governata a colpi di fucile e di manganello. Ma neppure è tollerabile che gli untori possano contagiare a piacimento. Una mia amica portata qualche giorno fa per un problema all’ospedale di Lavagna ha appreso con terrore che un medico no vax, in quell’ospedale, aveva infettato una decina di pazienti.

C’è un diritto, scritto nella Costituzione: il diritto alla salute. Questo diritto prevede anche la possibilità di difendersi contro chi quel diritto calpesta. Sapete perché in Italia (e in Europa) scarseggiano i vaccini? Lo ha spiegato Federico Fubini sul Corriere della Sera. L’India ha proibito l’esportazione di vaccini verso il resto del mondo. Ce ne cale, direte? Molto, ce ne cale. Perché il Serum Institute of India è il più grande produttore di vaccini nel mondo. Con un contratto di 550 milioni di dosi di Novavax e di altrettante fiale di AstraZeneca. Quindi: ce ne cale.

Le catene da cui dipendono i cittadini europei per la propria salute sono fragili. E tali resteranno. Per l’avidità, la miopia e la superficialità del baraccone. L’Europa avendo preteso di comprare AstraZeneca a meno di due euro la dose, ha visto, per conseguenza, la multinazionale delocalizzare in India. Europa che ha passato una intera estate a tirare sul prezzo (centesimi di euro). Peggio: l’Europa ha cercato (inutilmente) di ottenere dalle case farmaceutiche “opzioni” (tradotto: diritti) di acquisto senza impegnarsi per ordinativi certi.

Risultato? Ai primi posti della fila sono passati Israele, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e persino il Cile. Che ha aperto la borsa per salvaguardare la salute dei cittadini e che ora ha vaccinato metà della popolazione. Spiega Fubini che i cervelloni di Bruxelles si sono ben guardati dall’investire in innovazione. Trump impegnò sui vaccini oltre 10 miliardi di dollari. In Gran Bretagna, Johnson ha investito centinaia di milioni di sterline nella creazione dell’Oxford Vaccine Consortium che ha portato alle dosi di AstraZeneca. Oggi metà della popolazione inglese è vaccinata: in Europa a stento si è arrivati ad un settimo.

Giuseppe Conte, per dire, ha investito zero euro nel settore: gli “investimenti” li ha fatti in Alitalia e in altre aziende decotte. Ma la domanda che si pone Fubini è più urticante: perché un’economia da 13 mila miliardi di euro e con industrie del farmaco da oltre duecento miliardi di fatturato l’anno, non è riuscita a sviluppare un “suo” vaccino? Semplice: l’Europa è un colosso con i piedi d’argilla che, anche in tempi di pandemia, perde tempo a discutere della misura delle cozze. L’Europa è un continente velleitario, ridotto ormai al rango di “trasformatore di prodotti altrui”. Spiega ancora Fubini che tra le prime diciotto aziende tecnologiche per fatturato al mondo “nove sono americane, tre cinesi, tre giapponesi, due coreane, una di Taiwan”. Nessuna, tra le prime diciotto, è europea. Questa l’amara verità: l’Europa è appesa per i vaccini (ancora una volta) alla generosità degli Stati Uniti.

FURBETTI – Non conosco Andrea Scanzi. O meglio: lo conosco perché lo leggo e perché ascolto quello che racconta in tv. Dice che è un “furbetto” che ha saltato la fila, facendosi vaccinare prima che arrivasse il suo turno. Non è il solo e lo scandalo non è questo. Lo scandalo sono le scuse che Scanzi ha prodotto a patetica giustificazione del suo agire. Beccato con le dita nella marmellata, almeno la decenza di dire: “Sì, sono un figlio di madre emerita. Avevo una gran strizza e ho brigato, telefonato, sollecitato. E visto che sono un vip, ho ottenuto”.

Se sono incazzato? Ci potete scommettere. Io ho 75 anni: sono troppo giovane anche per essere solo “in lista”. Se faccio una cosa tipo Scanzi “giusto se vi avanza una fiala, giusto per non sprecarla”, non finisco sui giornali: proprio non mi fumano. Da De Luca a Scanzi, questo è il paese dei furbi. Ma “ocio” dicono nella mia laguna. Ocio che a forza di furbate “in trapolam, tandem vulpecola cascat”. Non traduco: si capisce. Comunque, per la cronaca: è Merlin Cocai.

Con piacere ho visto che l’amico (granata, specificarlo sempre) Giampa Ormezzano è stato arruolato da S.O. Giampa ne racconterà a bizzeffe. “Io c’ero”, fin dalla prima puntata, è stata una leccornia. Dunque Giampa racconta e “smaschera”. Sono stato per qualche anno cronista sportivo. Con poca fortuna. Forse perché più che raccontarlo, lo sport, mi piaceva praticarlo. Ma non avevo bastante talento. Quindi: flop su due versanti. La storia della mia vita non è interessante. Ma offro a Giampaolo un “nanetto” per la serie “Io, non c’ero”. Scrivo qui, di seguito, quello che ho scritto anche nel mio “Sivori: l’angelo dalla faccia sporca” uscito qualche mese fa. Giampaolo era amico di Omar e con Omar ha sfornato un paio di libri.

Io “non c’ero” quella notte del 21 febbraio 1962 a Madrid. Non c’ero perché avevo 16 anni costretto in un luogo che mio papà chiamava “istituto” ma che in realtà era un collegio. Ci ero arrivato anni prima e me lo ero meritato. Ma questa è un’altra storia. Del genere alla Holden Caufield. Avrei dato un dito per esserci a quel Real Madrid-Juventus, gara di ritorno di quella che si chiamava Coppa dei Campioni. Real in camiseta blanca, Juventus in maglia nera per esigenze televisive. Vinse la Juve, con gol (manco a dirlo) di Sivori: vittoria che la spedì alla terza partita (il Real aveva vinto a Torino e allora i rigori non erano previsti) al Parco dei Principi a Parigi dove perse per 3-1.

EL CABEZON – Avrei dato un dito anche perché (manco a dirlo) Sivori fece un tunnel a Di Stefano che allora era considerato il più forte giocatore del mondo. Io non solo “non c’ero”, ma neppure la vidi in tv. In collegio alle 21,30 (se non avevi qualche allenamento serale) si spegnevano le luci nelle stanze dei piani. Per vedere la partita serviva un “permesso”: una deroga. Sette piani: sei la videro. Non il Settimo, dove dormiva la Quinta Ginnasio. L’insormontabile problema era che il Settimo era un covo di “lenze” stabilmente in punizione. Quindi: niente partita.

L’educatore del Settimo era un toscano dalla lingua sciolta. Il leader del Settimo, un bolognese la cui lingua era più tagliente di quella dell’educatore. “La direzione ha deciso che voialtri stasera la partita un’ la vedrete”. Lapidario. Risposta in bolognese: “Mo’, ti tira ben l’ano di tua vita il più bel più bel fiore? Trattiamo”. La trattativa non ci fu. Quindi: casino. Porte sbattute, vetri in frantumi. “Chiedo tregua, implora il toscano: se lor-signori si acquietano mi impegno ad offrire domani a tutti un ‘affè”. Silenzio improvviso. Poi la vocetta stridula del senese: “Ecco, voi siete come le puttane: per cinque lire pronti ad aprire le cosce”. Collettiva risata: partita andata.

Ho appreso di come fosse terminata l’indomani leggendo il giornale. Cosa che mi fece guadagnare anche l’ennesima (personale) nota: “Bosco entra in classe leggendo la Gazzetta dello Sport”. Io non c’ero e non avrei potuto esserci. Ma avrei tanto voluto. Ho passato 20 anni di lavoro alla RAI e quella partita l’ho cercata. Ma era da sbobinare e non sono mai riuscito a vederla. So che qualche mese fa la RAI l’ha riproposta con la telecronaca di Carosio. Ma me la sono persa. Insomma non solo “non c’ero”: ancora oggi non sono riuscito a vederla. E avrei dovuto. Gino Stacchini che c’era e che ha scritto la postfazione del mio libro, mi ha raccontato che Sivori fece quella sera cose che “noi umani, eccetera”. Ed ebbe nel finale anche la palla per lo 0-2 che avrebbe eliminato il Real, ma la fallì. Non c’ero. E l’ho sempre rimpianto.

Quella notte si fece la storia: la prima vittoria di una squadra italiana in quello stadio e contro quella formazione di divinità che la Coppa vinse per cinque volte di fila. Non c’ero. Ma ho letto così tante volte i resoconti di quella partita che è come ci fossi stato. Fossi stato lì ad esultare per il mio idolo con la numero 10 sulle spalle. Che usava il sinistro come Caravaggio usava il pennello. Che senza parastinchi e con i calzettoni arrotolati faceva gol e tunnel: Enrique Omar Sivori.
 

 

 

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