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Martedì 23 Marzo 2021

 

kiplimo 2

 

Scenario inusuale per la 64. edizione del “Campaccio”, tradizionale palcoscenico del duello tra i corridori africani: ad imporsi è stato il favorito, l’ugandese Jacob Kiplimo.

Daniele Perboni

Il consueto rito pagano del “corta mato”, che tradizionalmente si celebra fra le brume e il gelo dell’inverno, quest’anno ha tradito tutto e tutti. Inutile cercar colpevoli. Basta guardarsi attorno, fare attenzione alle vicende territoriali (triste fine di una regione che vantava un’eccellente sanità, seppur contaminata da scandali, prebende, corruzione e oscenità varie), padane, nazionali, europee, intercontinentali e la risposta nasce spontanea. Mascherine ovunque, ospedali intasati. Luoghi pubblici deserti.

Il tempo pare essersi fermato. Solo le morti non cessano di funestare il Bel Paese (“il bel paese ch’Appennin parte e l’mar circonda et l’Alpe”. Petrarca, Canzoniere, CXLVI, versi 13.14) che tale più non è. Che fare dunque? Lasciato al suo destino il signor Lenin, alla Polisportiva Sangiorgese non restava che spostare in tempi migliori la creatura nata nel lontano 1957 e mai fermatasi e andare in onda al levar della primavera. Così è stato.

La prima volta che sentimmo il nome di San Giorgio su Legnano, Comune situato a sud delle Prealpi Varesine e in posizione leggermente più elevata della confinante Legnano (ecco il perché della preposizione “su” nel nome), fu una domenica sera del 1971. Immagini in bianco e nero, leggermente sfocate. La Domenica Sportiva, dopo l’abbuffata di calcio, dava notizia della vittoria dell’etiope Wohin Masresha, davanti a Franco Arese, al “Cross del Campaccio”. Da pochi mesi eravamo stati precettati nella grande famiglia dell’atletica.

Cinquant’anni dopo siamo ancora attratti da quell’antico e coinvolgente culto. Eccoci dunque in marcia, sperando di non incorrere in qualche pattuglia che, giustamente, ci chieda ruvidamente il perché di quella gita fuori porta, in solitaria e con decreti ingiuntivi a starsene rintanati al proprio domicilio. Per la cronaca, nessun’intoppo.

Come previsto, poche le presenze e parcheggio facile. Mai così accanto al percorso. Solite formalità per l’accredito ed eccoci nei pressi del campo gara. Uno strano silenzio ci accoglie, rotto dal solito gracchiare dello speaker. Pochi i presenti. Niente pubblico. Norme sanitarie rispettate. Saluti, niente abbracci e strette di mani, mascherine a coprire i volti.

Chi ha vinto? Lo confessiamo, eravamo tentati di rispondere come narra una leggenda metropolitana molto conosciuta in terra meneghina. Fine anni ’60, inizio ’70. Le date variano secondo la fonte. Arena, oggi Gianni Brera. Gare finite da un pezzo. Qualcuno si aggira nei pressi del tavolo dei giudici, cercando di recuperare i risultati migliori. Un anziano giudice sbotta: “I risultati? Stia calmo, li potrà leggere domani sul giornale!”. Solo che il malcapitato “era” il giornalista incaricato da quel giornale …

All’alba del secondo millennio basta un clic e in tempo reale riuscite ad avere tutto, anche le foto. Comunque sul podio sono saliti i pronipoti di quel Masresha, allora primo africano a calcare ciotoli, sabbia e argilla di quella che in tempi preistorici era una desolata groana. Vince il noto ugandese Jacob Kiplimo, davanti all’etiope Nibret Melak ed al fratello Oscar Chelimo. Quarto Eyoh Faniel a 46” con Iliass Aouani, più lontano, al sesto posto. Podio africano anche al femminile con Tsehay Gemechu (Etiopia), Lilian Rengerek (Kenia), Tsege Haileslase (Etiopia).

E domenica ci si rivede a San Vittore Olona. Pochi chilometri più a est. Va in scena l’antica 5 Mulini.


Foto: FIDAL.
 

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