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Rugby / Una lunga traversata del deserto

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Mercoledì 17 Marzo 2021


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Dopo i grandi successi da giocatore e poi da tecnico, Marzio Innocenti ha ora l’impegnativo compito di reinvertare una federazione che ha urgente bisogno di cambiare passo.

Alberto Gualtieri

E così sabato 13 marzo la Federazione Rugby – una delle Federazioni dello sport italiano più conservatrici negli uomini e negli indirizzi –, ha eletto un governo nuovo di zecca per la gestione dei prossimi 4 anni di attività, con Marzio Innocenti come Presidente.

Finalmente, verrebbe da dire. Soprattutto per Innocenti che ha cominciato il lungo cammino che lo ha portato alla massima carica circa 20 anni fa. Allora era conosciuto principalmente come un giocatore con un grande palmares ed una più che positiva esperienza da tecnico. Eppure, attorniato da un’équipe di gente del rugby, da esperti gestionali amanti della palla ovale, da organizzatori qualificati tracciò un programma con un percorso per il rugby del futuro che appariva necessario ma rivoluzionario. Qualcuno tra i Club italiani intuì che quella era la strada da seguire. Innocenti, da quasi perfetto sconosciuto in quella sua nuova veste, catalizzò un incredibile 25% dei voti di un’Assemblea che il vincitore aveva reso bulgara attraverso i soliti metodi da sottobosco.

Dire “finalmente” per la presidenza di un medico di 62 anni può apparire inappropriato. Eppure, se si considera il tempo trascorso dalla sua prima candidatura, i 20 anni diventano un secolo. Perché il cammino fatto da Innocenti per arrivare a questa presidenza è stato non solo lungo, ma seriamente difficoltoso. Una sorta di impensabile traversata del Deserto del Nefud per arrivare ad Aqaba. Dove i Turchi/Ottomani ed i Poteri Forti che l’occupavano la difendevano rendendola quasi inespugnabile. Così come per troppi anni è avvenuto nel rugby italiano, con il potere e le truppe asservite pronte a colpire chiunque osasse disturbare il loro assetto consolidato. Ed invece sabato 13 marzo 2021 Marzio Innocenti, alias Thomas Edward Lawrence, ha conquistata Aqaba.

Lawrence era un coraggioso, un testardo, un ribelle negli atteggiamenti, nelle relazioni, persino nel sesso. Ma da bravo suddito di Sua Maestà Britannica non era certamente un rivoluzionario. La FIR invece ha bisogno di una rivoluzione. Attraverso la quale possa essere cambiata una visione culturale di questo sport basato, nell’ultimo ventennio, essenzialmente nella disperata ricerca della vittoria che si sperava ne giustificasse l’esistenza, della partita vinta da esaltare per aumentare l’audience e quindi l’appeal verso sponsor e affiancatori, per l’intervista personale sulla “rosea”. Dimenticando troppo spesso che questa visione ha impoverito, fino a renderle sterili, le radici di questa disciplina che basa il suo esistere sul più ampio allargamento di una socialità solidale pronta a riconoscere ed elogiare i valori sul campo ma anche pronta a tentare di rimetterli in discussione in quella dialettica che è l’essenza dello sport ed ancor più del rugby.

Se Innocenti e la sua Dirigenza sapranno essere in questo senso dei rivoluzionari, non solo teorici, lo vedremo con il passar del tempo. Certo, che la Federazione Rugby abbia necessità di ricreare quasi da zero una sua immagine all’interno dello sport italiano ed in ambito internazionale, è un fatto incontrovertibile. Conosco il nuovo presidente da molto tempo avendo anche fatto parte della sua “cordata” nel suo primo tentativo. Una conoscenza rafforzata nei quattro anni in cui, lui da Consigliere Federale, io da Responsabile 6N, eravamo, tra l’altro, precettati nei banchetti ufficiali pre-matches. In quelle occasioni l’ospite del banchetto porgeva ai convenuti i saluti della sua rappresentativa per poi ricevere la risposta della rappresentativa ospitata. Quando era il suo turno, il nostro Presidente iniziava il suo breve discorso in italiano, lasciando un poco attoniti e piuttosto imbarazzati quanti lo ascoltavano.

Nessuna paura: uno sguardo e, molto di malavoglia, Innocenti o Gualtieri, gli unici dell’intero consesso italiano che avessero un decente uso della lingua internazionale, leggasi l’inglese, si ponevano alle spalle del Presidente e da lui semi-coperti traducevano il discorso. Con i sorrisetti ironici dell’ambiente anglosassone e non, ed una immancabile caduta di dignità degli attori di quel teatrino. Una scena che non so se si sia ripetuta dopo di noi, ma che dà il senso di quale fosse il livello dal quale si è partiti e forse in larga parte rimasti.

Trentuno partite senza vittoria nel 6N. Difficile rifarsi una verginità in breve tempo. Questo è un concetto che ognuno di noi dovrà assimilare. Perché anche su questo dobbiamo cambiare. Dovremmo tutti smetterla di considerare i quasi 160.mila miliardi del debito pubblico italiano come risultato di una “mala gestio” del Governo in carica o di quello immediatamente precedente. Quel debito, così come tutte le disfunzioni, piccole o terribili, del sistema italico, sono il risultato di incapacità o addirittura di nefandezze di 60 e più anni di un malgoverno della cosa comune molto diffuso senza che chi gestiva abbia avuto il coraggio di mettere veramente mano al maleodore che da tutto ciò emanava. Tentare di farlo avrebbe significato divenire impopolari. Continuare a farlo avrebbe significato avviare un tentativo quasi rivoluzionario, ma vedendo subito diminuire il consenso. E pochissimi tentavano.

Per questo, da quello che leggo, la Dirigenza Innocenti chiama all’appello l’impegno di tutti per un rivolgimento culturale e sportivo del rugby italiano. Con una nuova coscienza che prenda atto della situazione in maniera approfondita e consapevole e che non si aspetti che un nuovo Governo trovi la formula magica per cambiare subito, magari già nelle prossime settimane, il volto smagrito e sofferente della pallaovale italiana. Chi ha queste aspettative rischia di dare dimostrazione di superficialità e persino di infantilismo.

Prendere decisioni, quindi, con rapidità ma non frettolose. Considerando anche come sia ben difficile che noi si esca dal 6N. A questo proposito vale la pena di raccontare un episodio emblematico. Siamo all’inizio degli anni Duemila. L’allora presidente FIR mi chiama e mi comunica che il presidente dell’IRB, la massima autorità mondiale del rugby, il gallese Glanville Vernon Pugh, vorrebbe fare un giro per Roma che lui adora pur conoscendola a fondo. Naturalmente tocca a me per la solita questione dell’inglese. Tra me e Pugh c’era una insospettabile empatia. Ci chiamavamo per nome, spesso scherzando. Fu lui che nel Comitato 5N – come membro e presidente della Federazione Gallese –, si era battuto con estrema tenacia perché l’Italia entrasse a formare il 6N. Quella prova di forza mi incuriosiva. Non ebbi bisogno di domande. Seduti posteriormente nella comoda Jaguar (allora Sponsor FIR), Vernon mi chiarì che sì, lui amava l’Italia, che i positivi risultati sul campo avevano favorito la sua battaglia, ma che Roma era un affare per tutte le altre 5N. Pacchetti turistici, alberghi, biglietti aerei e così via erano una manna in quei due mesi del Torneo per le Agenzie nazionali, con tutti coloro che desideravano visitare l’Italia. E come abbiamo visto erano in tanti, seppure contingentati dalle regole del 6N! Quindi Roma e solo Roma.

Lasciamo dunque lavorare la nuova FIR e poi esprimeremo opinioni. Qualche accenno e qualche decisione importante mi sembra che siano già state poste in cantiere. Mi ha un pochino sorpreso che tra i vari accenni non ce ne fosse uno che riguardasse le Olimpiadi. Noi, almeno per il momento, non siamo nelle 12 squadre sia M che F che si contenderanno le medaglie d’oro olimpiche. In un futuro si dovrebbe prendere coscienza che, seppure parliamo di Rugby Sevens, una competizione di quel calibro non può sfuggirci. È probabile che questa mia citazione nasca dal fatto che come vice-presidente della CTI di tutti gli sport della FISU, io mi sia battuto per inserire il Rugby nelle massime manifestazioni internazionali. Qui ho cercato di dare solo uno spunto per una riflessione.

Come in tutte le competizioni tra i perdenti rimangono fuori anche persone con le quali magari hai fatto pezzi di strada insieme. È questo il caso di Paolo Vaccari, a suo tempo giocatore, tra l’altro, di una superba Nazionale Universitaria, da me organizzata. Non so quanto Paolo valga come dirigente. Le Società all’Assemblea non lo hanno preferito. Questo è quello che alla fine conta. Certo, visto che tra i suoi sostenitori c’era anche il CUSI, avrei avuto anch’io perplessità a sostenerlo. Quell’Ente, che in occasione delle Assemblee Federali il compianto presidente Coiana, mutuando una frase di Occhetto, definiva “una gloriosa macchina da guerra”, nel giro di poche settimane ha già visto due candidati sostenuti dall’Ente universitario, irrimediabilmente battuti: prima Fabbricini all’A.L., al 22% dei consensi, ed ora Vaccari. Ho l’impressione che la gloriosa macchina sia diventata una pistola ad acqua!

 

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