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I sentieri di Cimbricus / L'Europa copernicana di Torun

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Lunedì 8 Marzo 2021

 

mihambo 3 


L’atletica diventa una zattera della Medusa cui attaccarsi confidando che all’orizzonte spunti una vela. L’elenco è lungo quanto la galleria dei volti offerti alla partenza. 


Giorgio Cimbrico


Intrecci, drammi, approdi, unioni, convenienze, novità in questa Europa copernicana di Torun che esce allo scoperto dai suoi giochi al coperto con un medagliere mai visto: davanti l’Olanda (a parte Liemarvin Bonevacia, antillano, tutti e tutte orange di Nederland, a cominciare dalla maestrina della corsa in decontrazione Femke Bol), appena dietro il Portogallo, bravo a commerciare atleti come al tempo di Enrico il Navigatore. Germania sparita, esaurita, a parte vigne ancora ben curate: il giavellotto, le prove multiple, poco altro. Anche le migliori linfe possono affievolirsi.

Per la ricerca sono sufficienti gli occhi e un minimo di buona volontà: perché una ragazza di pelle molto scura indossa la maglia gialla del regno di Svezia? Perché i gangli dell’esistenza hanno portato sua madre dal Gambia a Helsingborg: molti figli (otto, Khaddi Sagnia è l’ultima), un padre che non c’è, problemi, fame. L’atletica diventa una zattera della Medusa cui attaccarsi confidando che all’orizzonte spunti una vela. Avvistata.

La ragazza che ha corso i 3000 per Israele è una falasha, la tribù perduta d’Etiopia, rimpatriata con un gigantesco ponte aereo; Auriol Dongmo è una massiccia mamma camerunese che ha raccolto l’invito del Portogallo, come aveva già fatto il cubano Pedro Pablo Pichardo e come, prima di loro, Francis Obikwelu, primatista europeo dei 100, da sei anni in coabitazione con Jimmy Vicaut. Pescatori da sempre, i lusitani pescano bene.

Per i paesi del Nord lo scenario è differente, lontano dal “mercato” degli atleti: spesso è dalle quote dei rifugiati (Gambia, Sierra Leone, Irak, Iran, Etiopia, Eritrea, il mosaico dell’ex-Jugoslavia: l’esempio più illustre è Sifan Hassan) e dei migranti che prende consistenza una nuova realtà che il superficiale o il disinformato trattano con sufficienza o non trattano affatto: l’ostacolista Nooralotta Neziri ha nome finnico e cognome marocchino. Kojo Musah, finalista dei 60, danese, ha nome e cognome del Ghana, la terra dei genitori. L’elenco è lungo quanto la galleria dei volti offerti alla partenza o durante il breve rito della presentazione dei finalisti.

Esempi che si accavallano: il padre di Malaika Mihambo è di Zanzibar, come quel buonanima di Freddie Mercury o, chiamandolo con il vero suo nome, Farroch Bulsara; l’astista Bo Kanda Lit Baehre è di Düsseldorf ma nessun dubbio che i genitori siano africani. L’Europa è molto grande, molto popolata, sempre in cerca di nuova linfa. Nello sport la sta trovando grazie alla vecchia e alla media emigrazione (maghrebini e africani del vecchio impero francese, caribici e africani di quello inglese), alle nuove ondate e alle unioni miste che un tempo facevano scandalo e in certi stati della democratica America erano reato. L’Italia era entrata in questa nuova dimensione con la storia e le imprese di Andrew Howe. Oggi tocca a Paolo Dal Molin, bellunese e camerunese, a Larissa Iapichino, anglo-fiorentina con rivoli di sangue siculo e radici caribiche, a Marcel Jacobs, texano di El Paso e gardesano, dal corpo molto illustrato e da qualche giorno molto illustre.

È grazie a queste storie, un tempo rare, oggi presenti, quasi pressanti, che l’atletica porta avanti i suoi contenuti di ecumenicità, di tolleranza, di apertura, di umana globalizzazione, tutti aspetti che superficiali commenti trascurano preferendo le osservazioni più banali, evitando accuratamente un piccolo esercizio fisico: schiacciare con l’indice un tasto e inoltrarsi in un breve ricerca. Si rivelerà fruttuosa. Che Maksim Nedasekau sia compaesano di Marc Chagall – Vitebsk – sono venuto a saperlo così. Un luogo dove i voli impossibili diventano possibili.

PS – Ho provato il desiderio di scrivere tutto questo dopo tre giorni e mezzo passati davanti alla TV, il mezzo che mi ha permesso, dopo Monza-Pordenone e Cesena Vis Pesaro (trasmesse in doppia visione sull’uno e l’altro dei canali di RAI-Sport, per non parlare di un Finlandia-Italia di calcetto con commento in romanesco) di seguire gli EuroIndoor contrappuntati da un rosario di lamentele del telecronista sul sistema informativo (sul mio antidiluviano Toshiba tutto funzionava alla perfezione) e da critiche alla regia. Anche n questo caso ho provato ad approfondire e, grazie a un amico, ho scoperto che esiste un segnale-base e un segnale più ricco, specie per i concorsi. La RAI ha scelto quello base.

Ad abundantiam aggiungo che la BBC ha seguito le gare con il commento di Steve Backley, quattro volte campione europeo di giavellotto, di Denise Lewis, olimpionica di eptathlon, di Tony Minichiello, allenatore di Jessica Ennis Hill e oggi dell’emergente Niamh Emerson, e, per lo sprint, di Richard Kilty, campione europeo e mondiale dei 60. Come diceva un uomo-ancora della radio americana, buona notte e buona fortuna.

 

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