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I sentieri di Cimbricus / I campioni devono fare i campioni

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Mercoledì 3 Marzo 2021

lilesa

Quando si parla di impegno nello sport ci si inoltra su un terreno non gradito a chi, almeno formalmente, comanda nello sport: chi comanda davvero è chi investe.


Giorgio Cimbrico

Zlatan Ibrahimovic è nato in una delle città etnicamente più complesse e problematiche, prodotte da questo nuovo mondo popolato di emigrati, di rifugiati, spesso di disperati: Malmoe. Il nome e il cognome sono eloquenti sulle sue origini croate e bosniache: Ibrahimovic non è che la slavizzazione di Ibrahim. Sono convinto che sappia quel che è avvenuto nelle sue terre d’origine, gli stessi orrori, recenti, narrati un tempo da un premio Nobel per la letteratura, Ivo Andrić.

Il privilegio, la ricchezza, la sicurezza che sconfina in arroganza che lo hanno reso famoso al pari delle sue abilità tecniche messe in mostra in un’infinità carriera, lo hanno condotto a dire che i campioni devono fare i campioni perché uniscono quanto i politici dividono. È un’opinione, espressa saettando il suo sguardo diabolico.

Nel Signore degli Anelli, Ibra potrebbe essere un comandante delle orchesche truppe di Sauron e in Guerre Stellari sostenere il ruolo di Dart Vader senza i sibili di un evidente enfisema polmonare. Sull’argomento ha citato Lebron James che, anch’egli molto ricco e molto famoso, non ha mai nascosto di avversare Trump, così come molti colleghi delle leghe professionistiche americane. Tutti radical chic?

Quando si parla di impegno nello sport ci si inoltra su un terreno non gradito a chi, almeno formalmente, comanda nello sport: chi comanda davvero è chi investe, ormai lo hanno capito anche i pinguini e i loro pulcini.

Il divieto di manifestare nei luoghi olimpici divenne realtà “legale” a Pechino e ora, per la stessa ragione (il trattamento disumano riservato agli Ujguri del Turkestan cinese), il tema sta tornando d’attualità in vista dei Giochi Invernali 2022, attribuiti alla capitale della Repubblica Popolare, prima a fregiarsi del titolo di città che ha ospitato l’Olimpiade nel due formati stagionali. Decise raccomandazioni sono state espresse dal CIO per Tokyo, di per sé molto blindata (aggettivo di gran moda) per ovvie ragioni.

L’espressione di opinioni e sentimenti ha uno scontato simbolo: il podio dei 200 di Città del Messico. Sempre per far ricorso a un altro aggettivo di largo e corrente uso, un momento iconico che, con il passar degli anni, si è trasformato in gruppo bronzeo, allestito nell’Università di San José, frequentata da Tommie Smith e da John Carlos. L’adesione data da Peter Norman è stata giustamente rivalutata, soprattutto dopo la morte dell’australiano che, come i colleghi di pelle scura, ebbe i suoi guai. Un estremista, un comunista, dissero. Peter era un mite pacifista. E veniva da una famiglia che faceva parte dell’Esercito della Salvezza.

L’impegno sincero, spontaneo, può scaturire anche senza ci siano di mezzo aspetti giganteschi, totali, come i diritti civili o semplicemente umani, o una presidenza controversa, o un governo autoritario, come quello etiope, denunciato sul traguardo olimpico di Rio dal maratoneta Feyisa Lilesa: polsi incrociati, come fossero in catene, per dire al mondo della persecuzione subita dalla sua etnia, gli Oromo.

David Pocock, terza linea dell’Australia, passò qualche giorno in carcere per aver vivacemente manifestato in aiuto dei farmers che stavano per esser sfrattati dalla potenza delle società minerarie e Robbie Fowler, centravanti dei Reds, diede il suo appoggio, non solo morale, ai portuali di Liverpool in sciopero.

I campioni devono fare i campioni, la politica lasciamola fare agli altri, è il pensiero liofilizzato di Ibrahimovic che, per proprietà transitiva, non deve guardare di buon occhio quelli di Black Lives Matter. È un invito a farsi gli affari propri, condiviso dalle autorità sportive, a cominciare dal consiglio d’amministrazione di Losanna.

La situazione può cambiare se di mezzo c’è una bella operazione di facciata. Pensate all’espiazione di massa di Sydney 2000 per provare a vibrare un colpo di cancellino su quel che era stato fatto dall’Australia bianca all’Australia dei Nativi. Quelle sì che sono campagne che vanno ben innaffiate.

 

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