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I sentieri di Cimbricus / "Ibra" e Schwazer, nuovi e vecchi fusti

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Venerdì 26 Febbraio 2021


sanremo


Sanremo resta il trionfo delle sensazioni a buon mercato: dopo Ronaldo, tocca ora ai due personaggi “sportivi” del momento. Esegesi del nazional-popolare, purchè a spese degli abbonati.

Giorgio Cimbrico

Non guardo Sanremo dai tempi di Bobby Solo. Pur vivendo in una grotta di Prospero, in una sorta di romitaggio imposto dalla pandemia, nella guisa dei seguaci del Veglio della Montagna, rinserrati tra un raid e l’altro in leggendarie e isolate fortificazioni battute dal vento e sorvolate da rapaci, o del tenente Drogo e dei suoi colleghi, in servizio nella Fortezza Bastiani affacciata su un deserto da cui si alzano nuvole di polvere, ho capito la validità di certi memorabili passati alla storia.



Il Führer diceva: “Chi ha Praga, ha l’Europa”. E così, chi ha Sanremo, ha l’Italia. Può dettare il pensiero, i gusti, le mode, può convincere, può far cambiare idea, può creare quell’atteggiamento così desiderato da chi tiene strette le briglie del potere: il conformismo. Che in questo caso è una parola pretenziosa. Basta che non pensino, è il vero suggerimento. So che non è la prima volta che uso la definizione (che poi non è neanche mia, ma di Edward Romilly), ma pazienza: Sanremo è il trionfo delle sensazioni a buon mercato. Uno beve, ingoia, ingurgita e poi sta benissimo perché non si fa domande, non deve farsi domande. E per questa parte di persuasore tutt’altro che occulto, chi conduce viene anche ben pagato.

So che in passato si sono accese delle “querelle”, delle polemiche che hanno impegnato i vertici RAI (attività prediletta), ma non mi sono mai addentrato. Di certo l’attuale guida guadagna per queste serate molto più di quanto chi portava il nome “originale” riuscì a mettere assieme in una breve, luminosa vita, non sempre facile né felice. Ricordo di quando Paolo Isotta scrisse che il 5 dicembre 1791 è il giorno più triste nella storia dell’umanità: Wolfgang aveva scritto la Clemenza di Tito, il quintetto per clarinetto, il Flauto Magico e stava abbozzando il Requiem. Può bastare?

E così, invece di parlare di Grant Holloway, una specie di reincarnazione di Jesse Owens, delle ascensioni abituali di Armand Duplantis, di Gimbo Tamberi che tanti pensavano non sarebbe tornato nei suoi azzurri spazi, di tutto quello che i 44 raccoglieranno o potranno raccogliere nella copernicana Torun, capoluogo della Pomerania, di un 6 Nazioni privato del vapore affettuoso del suo popolo, mi trovo impegnato come un San Gerolamo, immaginando che ai miei piedi sonnecchi il leone, a esaminare il significato, a praticar l’esegesi delle presenze di Ibrahimovic e di Schwazer senza soffermarmi su Pellegrini, ormai una costante quando ci sono talenti da scoprire e incoraggiare, mostrando una certa foga, una certa eccitazione.

Nei miei superficiali e snobistici approcci – un’occhiata a qualche titolo, quasi potessi essere contaminato o contagiato in caso di un accenno di approfondimento – scopro che Ibra verrà trattato come una rockstar (elicottero compreso, ovviamente), definizione ormai appiccicata dappertutto, come un francobollo mal leccato. È sulfureo – altro aggettivo inflazionato – arrogante, diabolico in forza di un’alleanza con il Principe delle Tenebre che gli consente di cavalcare con disinvoltura il tempo che scorre.

Non è noto se nei suoi spostamenti anche Schwazer godrà dell’elitrasporto. La parte che gli è stata assegnata è complessa e non potrà che esser gradita anche a chi non ha seguito la storia che va avanti da quasi nove anni. Gli ingredienti ci sono tutti: il giovane campione che si fa tentare dalla magia nera e assaggia il frutto avvelenato, il pentito, il redento, il giovane capitano finito nei gangli di un complotto degno del conte di Montecristo. Un dramma così complesso da meritare un libretto già steso a più mani. Quanto alla scrittura musicale, necessario un Amadeus. Quale dei due?    

 

 

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