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Atletica / “Impresa” o “prodotto”: cerchiamo di capire

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Lunedì, 26 Gennaio 2009

(gfc) Com’è noto, con il 90,56% delle preferenze (e solo il 9,44% di schede bianche, come fa notare il sito federale) Francesco Arese è stato confermato presidente della FIDAL per il quadrienno che si concluderà a Londra 2012. Più o meno sulla linea del 2004 quando raggiunse il 91,55%. Potrebbe non essere una notizia confortante. Parrebbe che un quadriennio di scarsi riscontri non abbia lasciato segno alcuno se non Consiglio, cambiato per dieci/diciottesimi. Già quattro anni addietro “obiettivi primari” erano “atleti, tecnici, dirigenti” (e chi altri?) e si usavano senza pudore, a proposito della maglia azzurra, frasi come “catalizzatore di entusiasmo e carburante delle emozioni”. Sappiamo tutti come è andata a finire.

Per questo non pensiamo di sbagliare allineandoci a quel dieci per cento che non ritiene Arese la persona più adatta a reggere il timone di quella che – tanto tempo fa – Giulio Onesti definiva “la Federazione”. E non perché nella sala motori di via Flaminia il presidente federale, forse il  maggior industriale dell’abbigliamento sportivo, non sia in grado di assicurare una presenza quotidiana. Come, d’altra parte, difficilmente potrà fare il nuovo segretario federale Renato Montabone che – con buona pace dell’autonomia dello sport – fa l’Assessore allo sport ai grandi eventi e al tempo libero del Comune di Torino (carica che gli impone una serie infinita di incombenze, tra cui la vigilanza sugli … spettacoli viaggianti). Non sono solo questi i motivi che fanno ritenere un errore aver riconfermato per altri quattro anni Arese sulla poltrona che fu di Zauli e di Nebiolo, tanto per fare due nomi a caso. Ce ne sono altri, benchè la larga maggioranza dei votanti l’abbiano ritenuti inconsistenti. Ad esempio, un programma d’emergenza e d’urto: che manca oggi, come mancava ieri.Abbiamo sotto gli occhi quello stilato da uno dei più fedeli sodali di Arese, il vicepresidente Alberto Morini, all’indomani della prima elezione, avvenuta a fine 2004. Vi si possono leggere frasi illuminanti: “L’attività tecnica sarà al centro del lavoro della Federazione. Ne sarà allo stesso tempo l’origine e lo scopo. Detta così, sembra una cosa scontata per un ente sportivo. Ma in effetti, credo che in un discorso (sic!) di programmazione del lavoro, sia bene partire dalla definizione del prodotto dell’impresa FIDAL: il nostro prodotto è l’atletica, è bene tenerlo sempre presente”.Stupefacente. Dopo quattro anni di questa gestione, di fronte agli abissi di indifferenza nei quali sprofonda l’atletica leggera italiana, appare arduo convincersi che espressioni quali “impresa” e “prodotto” abbiano a che spartire con questa FIDAL e con questa atletica (pur col rifiuto del“atleticuzza”, ormai in uso in televisione). Eppure la linea federale non si è spostata per nulla, stante la prevista riconferma alla vice-presidenza (vicaria) dello stesso Morini e dell’eterno Adriano Rossi.Nel frattempo, in attesa dei cambi di rotta (Arese ha annunciato “molti fatti e poche parole, contano i risultati e non le intenzioni”), va preso atto della sempre più marcata vocazione della “impresa” FIDAL a misurarsi nelle organizzazioni internazionali. Dopo il cross europeo e la Coppa Europa, ecco in Italia il mondiale di mezza maratona, i mondiali masters, mentre sono in dirittura gli europei indoor, i mondiali allievi, i mondiali juniores e, last but non least, il mondiale di cross (come si può non condividerne, vista l’inconsistenza dei nostri pratisti che nelle ultime edizioni non si sono neppure presentati?).Troppa grazia: neppure fossimo ai tempi andati. Che sia tutta qui la saccente sintesi tra “impresa” e “prodotto”?

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