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Piste&Pedane / L'atletica sceglie e si affida a Stefano Mei

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Lunedì 1° Febbraio 2021


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Ma non sarà una corsa facile quella che dovrà affrontare, un po’ come gli capitò nel 1986 sulla pista di Stoccarda: possiamo solo augurargli lo stesso risultato finale.

Daniele Perboni

«Spero di poter essere il presidente che unisce, datemi fiducia e riusciremo a portare l’atletica dove deve stare». Queste sono le prime parole di Stefano Mei appena eletto nella 43ª assemblea elettiva. Prende il posto di Alfio Giomi, in carica ininterrottamente dal 2012, quando successe a Franco Arese. Si conclude così la carriera del dirigente maremmano? Probabilmente no. Una carriera iniziata, a livello nazionale, nella lontana primavera del 1989 quando risultò il secondo dei consiglieri eletti (7268 voti), alle spalle di Livio Berruti (7274) e grazie a quei voti si guadagnò la carica di vice presidente in coabitazione con lo stesso ex velocista e il lombardo Enzo Campi.

Ricordiamo che in quell’occasione assurse al trono di Primo Nebiolo (costretto alle dimissioni per i diversi scandali che squassarono l’atletica italiana, in primis il “caso” Evangelisti, dopo aver vinto qualche mese prima le elezioni in quel di Cagliari), l’allora 43enne Tenente Colonnello Gianni Gola da “Mantua”, ex lanciatore di tutto.

Appena annunciata la vittoria chiedono allo spezzino Mei un breve intervento di cinque minuti (così da lasciare il tempo a chi di dovere di recuperare i risultati delle votazioni riguardanti i candidati consiglieri): «Cinque minuti? Troppi. Rischio di scoppiare a piangere».

Un successo, quello dell’ex mezzofondista, che per l’occasione si è trasformato in maratoneta, maturato nei quattro lunghi anni che hanno preceduto questa sofferta ma nonostante il Covid partecipata assemblea (presenti l’86,87% degli aventi diritto al voto). Sconfitto nel 2016 da re Alfio (61% contro 39% le percentuali che sancirono il trionfo del presidente uscente) non si è perso d’animo, continuando a battere incessantemente il territorio alla ricerca di voti, volti, spunti, nuove proposte e progetti per rilanciare la sua formula di federazione, basata sulla meritocrazia. Come ha ampiamente sottolineato in tutti gli incontri pubblici e dal palco della Fiera di Roma.

Inutile nasconderselo però, e non si cela neppure il nuovo inquilino di via Flaminia Nuova. Per lui sarà vita dura, faticosa, in salita: «Inutile far finta di niente, in Consiglio federale abbiamo 7 membri della corrente di Vincenzo Parrinello e 5 del mio gruppo. Dovremo trovare degli equilibri ma credo che se tutti terranno fede alla voglia di rinnovamento che hanno manifestato in sede di campagna elettorale, non ci saranno problemi. Amiamo tutti l’atletica e credo che questo prevarrà su tutte le logiche di schieramento». Lo attende un duro lavoro di ricucitura e di tessitura. Ne sarà all’altezza? Servirà un capace e saggio contorno di consiglieri attrezzati alla bisogna.

Ecco i dodici membri del Consiglio federale. Quota dirigenti: 5 in lista Parrinello (Sergio Baldo, Maria Grazia Vanni, Oscar Campari, Anna Rita Balzani, Sandro Del Naia), 3 lista Mei (Alessio Piscini, Gianfranco Lucchi, Carlo Cantales). Quota tecnici: Domenico Di Molfetta (Mei), Elisabetta Artuso (Parrinello). Quota atleti: Margherita Magnani (Parrinello), Simone Cairoli (Mei). A chi spetterĂ  la vicepresidenza? Dal primo passo avremo gli indizi su quale rotta intenderĂ  navigare il nono presidente della FIDAL. Conteggio che parte dalla rinascita post bellica: il 1946.

Esaminando i numeri appare chiaro che il vero protagonista, in negativo però, di giornata è il generale Vincenzo Parrinello. Già in mattinata scambiando messaggi con un vecchio amico e consigliere federale (riconfermato) avevamo percepito una sorta di fibrillazione: “Per me si va al ballottaggio” la missiva. E ciò puntualmente si è avverato. Dopo la prima “chiamata”, solo 2723 voti separavano i due contendenti, poco meno del cinque per cento (24.286/40,90% Parrinello, 21.563/36,32% Mei, 13.410/22,58% Fabbricini). Così la sorta di alleanza messa in campo il giorno precedente fra Mei e Fabbricini ha funzionato a meraviglia.

Al ballottaggio lo spezzino ha raccolto 31.051 voti, 9.488 in più rispetto alla prima tornata, contro i 26.917 (2631 la differenza) dello sfidante. Chiaramente i voti del terzo incomodo sono confluiti sul vincitore. Chiaro segnale di completa sfiducia manifestata dai delegati nei confronti del pupillo di Giomi, nonché vicepresidente vicario nei due mandati precedenti. Evidentemente in otto anni non ha saputo coltivare adeguatamente il sostegno del movimento. Il peccato capitale del generale e del gruppo che lo sosteneva? Non aver elaborato un piano B. Errore fatale, specialmente per un militare di carriera … Negligenza dettata della supponenza manifestata in più occasioni, specialmente da alcuni membri del suo entourage, di essere o di ritenersi il più forte.

 

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