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I sentieri di Cimbricus / Tempo di elezioni, tempo di noia

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Mercoledì 20 Gennaio 2021


pallottoliere

 

Oggi le elezioni sportive assomigliano alle politiche: non c’è più gradazione di colore e di calore, i programmi sembrano cappuccini che arrivano tiepidi, insapori, senza schiuma.

Giorgio Cimbrico

Non riesco a leggere i programmi elettorali che mi arrivano nella posta ricevuta, sezione “evidenziata”. Cioè, li leggo, provo a leggerli e il mio livello di attenzione cala, sino a scomparire, come in una deplezione postcoitale, ma senza che prima si fosse manifestato un robusto turgore. Attualmente sto rivolgendo i miei interessi ai 200 anni della morte di Napoleone, ai 150 della fondazione della Rugby Football Union, ai 50 del Lions in Nuova Zelanda, guidati da una meravigliosa figura che sarebbe deplorevole etichettare allenatore (Carwyn James aveva la leggerezza del poeta), ai 50 degli Europei di Helsinki, alla lettura e rilettura dei racconti di Borges.

I programmi elettorali sono di una noia mortale, stilati con un linguaggio standardizzato, pieni di disegnini, di grafici, dominati da tante parole che tutti usano come il sale e il pepe e da una in particolare: sostenibilità. Devo dire che la sostenibilità è ovunque: alla fermata dell’autobus vicino a casa un manifesto sostiene il trasporto sostenibile e garantisce che con il monopattino tutto andrà meglio, così come con il moto-share. Sembra sia sostenibile anche mettere in vendita, in rete ovviamente, quello che non usi. Mi si accende l’idea di case spoglie, l’immagine di scaffali vuoti. Serve solo quello che è di pronto e rapido uso e tutto può essere sostituito in fretta, senza nostalgia, senza rimpianto.

Oggi le elezioni sportive assomigliano a quelle politiche: non c’è più gradazione di colore e di calore, i programmi sembrano cappuccini che non sono stati servii in tempo e così arrivano tiepidi, insapori, senza più schiuma, bigi. I contendenti – o i loro spin doctor – disegnano scenari che sembrano gli ambienti dell’Ikea: c’è tutto, nei minimi particolari, anche il mazzo di fiori finti, anche la cuccia per il cane che non c’è ma, con uno sforzo di immaginazione, può essere materializzato, scodinzolante e grato per la nuova, comoda sistemazione.

Così come nel resto della nostra esistenza, tutti promettono una nuova managerialità e una completa digitalizzazione. Per chi ha esordito mezzo secolo fa iscrivendo gli atleti alle gare compilando sin dal mercoledì un elenco, in più copie grazie all’uso della carta carbone, da depositare al comitato regionale, e che scorreva il pacco dei cartellini sempre con il dubbio di averne dimenticato qualcuno in sede, converrete che la situazione è più o meno quella del viaggiatore seduto sulla macchina del tempo di Herbert George Wells. Con una differenza: chiuso il libro, tornava lo scorrere semplice di una realtà consueta. Oggi no.

Ho idea che le cose andranno sempre peggio: uno sport sempre più popolato di marketing, di fidelizzazioni, di app, di password per entrare in queste nuove grotte piene di refurtiva che viene negata agli sprovveduti che non si sono lascati sedurre e travolgere da questo huxleyano mondo nuovo, di streaming per vedere tutto quello che capita nel mondo tagliando i ponti con la dimensione della sorpresa o dell’ingenua immaginazione che, più che una stella polare, è sempre stata la luminosa Sirio che si accende subito dopo l’imbrunire.

E così non leggo o se provo, sono sufficienti poche insostenibili righe per farmi cadere nel torpore tipico del naufrago che posso vincere solo afferrando uno dei libri che tengo sempre a portata di mano: sono le mie ciambelle di salvataggio, i miei eccitanti. Mai usato sonniferi e non è il caso di cominciare adesso.

 

 

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