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I sentieri di Cimbricus / Nell'anno della Grande Sparizione

Giovedì 7 Gennaio 2021


folla 2

 

“Gli stadi erano luoghi per ogni genere di esecuzione: il berciare rozzo e violento, l’esecuzione di meravigliosi corali, il mugghiare simile a quello del mare quando si ritira sui ciottoli.”

Giorgio Cimbrico

Lo sport a nudo, spogliato, asettico, televisivo, streamizzato, tabletizzato, che già invita i vecchi nostalgici e gli inguaribili al “ti ricordi?”, buono per vecchie abitudini perdute o vietate o per immagini sfocate di un mondo pre-bomba o per racconti di memorabile fantasia: ma davvero esistevano stadi pieni di appassionati, aficionados, fan, tifosi dalle colorature che potevano prevedere anche esiti irrazionali, violenti?

Gli stadi erano luoghi per ogni genere di esecuzione: il berciare rozzo e violento, l’esecuzione di meravigliosi corali, il mugghiare simile a quello del mare quando si ritira sui ciottoli, lo sprofondo vocale per marcare un disappunto, un improvviso rialzarsi dei toni sino a raggiungere climax per una di quelle gioie che possono stordire.

Chiedere aiuto alla memoria significa imbattersi in un antico Galles-Inghilterra, primo approccio poco più che adolescenziale a un rito che coinvolge: il pubblico di Cardiff che canta “Land of my fathers” e la sapienza della regia BBC cha inquadra volti vecchi e volti imberbi, volti stretti dal sottogola del copricapo militare che evoca lontane campagne, tutti commossi in quella parentesi definita preliminare o protocollare. In realtà, componente primaria dell’organismo che, privo, ne subirebbe una diminuzione, una mutilazione.

In questo genere di sacre e storiche rappresentazioni (fierezza, orgoglio, desideri di revanche ne sono ingredienti formativi), il rugby ha detto e scritto tavole della legge: gli scozzesi assiepati sui vecchi terrapieni di Murrayfield come prima della battaglia del ponte di Stirling; gli irlandesi che mormorano una canzone del tempo delle migrazioni; gli inglesi che malgrado abbiano a disposizione un bel repertorio di musica imperiale di Elgar, adottano un vecchio spiritual, passato di recente nel tritacarne della polemica a tutti i costi; i sudafricani con il loro inno arcobaleno, i neozelandesi e, più di recente, gli australiani che hanno aperto alle lingue che si parlavano in quelle terre incognite prima dell’arrivo de bianchi; gli argentini che si commuovono alle lacrime quando odono le prime note di quella che può esser definita ouverture: l’esecuzione totale, data la lunghezza, è piuttosto rara.

Tutti questi momenti vengono già accarezzati mentre è in atto l’avvicinamento, rigorosamente a piedi, verso lo stadio che sta per trasformarsi in un grande auditorium e, nell’intervallo, in un laocootico groviglio o nelle spire di una gigantesca anaconda per liberarsi dei liquidi in eccesso. Il contatto fisico può essere un modo per trovare calore animale, spesso gradito quando venti gelidi soffiano e aghi di ghiaccio vengono trasportati dalle brezze del nord.

Lo stadio, specie d’inverno, trema, cerca conforti alcolici (in molti luoghi è permesso) o in cibi che verrebbero sdegnati dai vegani, si scalda, fumiga. È un arcimboldesco gigante formato da migliaia, decine di migliaia di corpi che da quasi un anno sono spariti per un tocco diabolico. Solo la Nuova Zelanda si è salvata dalla Grande Sparizione.

È nata la dimensione delle pannellature, delle sagome che riproducono spettatori scomparsi, di un silenzio rotto solo dagli echi delle voci dei giocatori, dal rumore del cozzar di corpi, dai fischi dell’arbitro, dagli interventi di uno speaker che parla al vuoto. Urla dal silenzio.

E così, spulciando bollettini che assomigliano a quelli di giorni di inutili assalti, laccati di un immancabile ottimismo, non resta che procedere preparando i nostri occhi, i nostri sentimenti ad altre aride, deserte stagioni, a terre desolate, a ricordi che possono impallidire e che proprio per questo meritano continui ritocchi, senza eccedere nel belletto.

Lontani, estranei, I padroni dello sport vanno avanti. Hanno firmato mostruosi impegni e devono rispettarli. A costo di proporre tra sei mesi l’Olimpiade deserta di Tokyo.

 

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