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I sentieri di Cimbricus / Scarpe e lucine: proprio tutto regolare?

Domenica 3 Gennaio 2021


luci-valencia

 

Dopo qualche esitazione, la WA (la federazione internazionale di atletica) ha omologato i primati mondiali di mezzofondo ottenuti a pioggia in autunno. Una decisione condivisibile?

Giorgio Cimbrico

C’era chi, Giovanna d’Arco, seguiva le voci. Ora è meglio seguire le luci colorate, disegnate sul cordolo da sofisticate tecnologie. Le luci sono la via per giungere a un ideale sempre sognato, una specie di pietra filosofale della corsa: la regolarità metronomica del ritmo. Umano, troppo umano, disumano? Di sicuro c’è che il tempo di Herb Elliott, guidato solo da una luce interiore, sono lontanissimi.

La sua corsa a Roma ’60 (via da solo prima di metà gara per raccogliere l’oro olimpico e il record del mondo con vantaggio abissale) assomiglia alle magnifiche pitture preistoriche della grotta di Lascaux. Oggi, pur affidati a interpreti originari di paesi che hanno la corsa nelle fibre, nelle vene dell’Africa, dei suo altopiani, questi record hanno qualcosa di asettico, di preordinato. Riproduzioni perfette, come quelle realizzate da una nota azienda madrilena che ricrea capolavori perduti. Qualcuno dice che sono bellissimi.

In questi giorni Track and Field News – a firma dello svedese Lennart Julin – ha offerto un ottimo esempio di giornalismo attento, analitico, di indigine. Non è il caso di sottolineare che quella pianta diventerebbe piuttosto vizza tra chi opta per dedicare la prima pagina alle pene d’amore di un giovane calciatore. In un anno tormentato e mutilato di eventi, cinque record: 5000, 10.000 e Ora uomini, 5000 e Ora donne. E se quel giorno a Hengelo il clima non fosse stato infame, Sifan Hassan avrebbe potuto completare lo slam, la mutazione radicale di limiti che oscillavano tra i 12 e i 16 anni di anzianità.

La domanda è: ma una volta certi sistemi, che vennero adottati dalla troupe “pro” dell’ITA, nata e velocemente scomparsa, non erano proibiti? C’è a questo riguardo un articolo del regolamento tecnico della ex-IAAF, numero 144.3 (a più vecchi fa venire in mente il record del mondo di Peter Snell) che proibisce la scansione di ritmo da parte di atleti doppiati o che siano in procinto di essere doppiati e l’uso di mezzi tecnici. Di recente è stato aggiunto un comma, 144.4, che autorizza l’uso di questi mezzi, sottolineando l’importanza che possono avere per gli spettatori: un mezzo di servizio, non di assistenza per gli atleti. “Siamo sicuri che gli atleti guardino la luce?”, ha osservato lord Sebastian Coe che alle lepri tradizionali aveva affidato i suoi acuti cronometrici.

 

grafico

 

In nome dell’immagine che spesso vale più di mille parole, lo studio di T&FN si affida a un paio di grafici eloquenti. Qui sopra riproduciamo quello relativo al progresso dei diecimila. La linea di Kenenisa Bekele è tracciata su impennate, cadute, rilanci; quello di Joshua Cheptegei ha un andamento regolare, sottolineato da un dato impressionante: meno di un secondo tra il chilometro più veloce e quello più lento, 2’36”9 e 2’37”7. È il frutto dell’impostazione di un ritmo che coinvolge, oltre alle lepri luminose, anche quelle in carne e ossa, oggi lontane da ritmi troppo veloci, troppo lenti o altalenanti, erratici. A Valencia, ormai eletta Città della Corsa, Nicholas Kimeli garantì 13’08” affidando a Cheptegei una seconda “illuminata” parte completata in 13’03”.

A questo punto, per progredire, non rimane che impostare un ritmo da 62”74 e il record dell’ugandese potrebbe tremare. Ad opera dello stesso Cheptegei o di qualche altro emergente, magari il suo connazionale Kiplimo? Un record mondiale centrato in un appuntamento importante è sempre più lontano, sempre meno probabile e così, tra poco più di un anno, Lasse Viren potrà festeggiare l’accoppiata oro olimpico-record del mondo. Il condizionale, così popolare nei media contemporanei, è bandito.

Questi record, ottenuti con scarpe che qualcuno avvicina agli stivali delle sette leghe (anche in questo campo la federazione internazionale è passata dalla tolleranza alla liberalizzazione, estesa anche ai prototipi) e alle luci “amiche” hanno il fascino che un tempo percorreva come un brivido lasciando tracce definitive, indelebili? Gli adepti, per non dire i turibolari, del progresso a ogni costo non hanno dubbi. Chi ha vissuto un altro tempo ed è stato testimone di imprese di uomini memorabili, non ha le stesse certezze. Consola il banale fatto che Cheptegei e Gidey (l’atra grande protagonista della noche valenciana, anche in questo caso con un tracciato assai più piatto di Tirunesh Dibaba) abbiano come supporto un cuore, due polmoni e due gambe. Ma per le mutazioni genetiche il tempo può essere breve.

Si sente anche parlare di scarpe che prevedono la finale e totale scomparsa dei chiodi, sostituiti da aghetti in carbonio, con la garanzia di radicali progressi su record boltiani, destinati a durare troppo tempo per quest’era frenetica che non sopporta stasi o monopoli. Quando John Carlos, Vince Matthews e Lee Evans calzarono antichi prototipi (brush shoes, scarpe a spazzola), i loro record mondiali – 19”7, 44”4 e 44”0 più di mezzo secolo fa – non vennero considerati né portati all’omologazione. Ora, liberi tutti, libero tutto.

 

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