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I sentieri di Cimbricus / Il piccolo uomo dalle basette cespugliose

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Venerdì 31 Dicembre 2020

 
nihill-1964


Nei giorni scorsi ci ha lasciato Paul Nihill, l’inglese che solo Abdon Pamich seppe piegare a Tokyo. Segnato dalla sofferenza, è stato l’ultimo esponente di una marcia e di uno stile scomparsi da tempo.

Giorgio Cimbrico

Per noi italiani, Paul Nihill è una figura lontana, all’ingresso del rettilineo, mentre Abdon Pamich distrugge a manate, rabbioso e felice, il filo di lana steso sul traguardo di Tokyo. Diciannove secondi sono quei cento metri che dividono il magnifico fiumano dal piccolo e stento inglese dalle basette cespugliose e dall’espressione di chi dalla vita ha avuto poco e quel poco non è stato piacevole. Persino il nome suggerisce un vuoto. Il Covid l’ha portato via a 81 anni.

A quel tempo la moda giornalistica imponeva, per condire e colorare, la ricerca dell’occupazione quotidiana degli atleti, dilettanti o dilettanti di stato. E così vennero scoperti giardinieri, fornai, fabbri, fotografe, cantanti, militari di carriera. Nihill era il ferroviere.

Prima di trovare quell’occupazione la sua vita, iniziata a Colchester, Kent, poco prima degli esordi della Seconda Guerra Mondiale, era stata agra: abbandonato dalla madre, era cresciuto prima in un orfanotrofio, poi in un convento. La marcia fu una scoperta, un orizzonte. “Saresti capace di coprire cinque miglia in un’ora?”, lesse su un giornale l’annuncio di un club della contea. Aveva trovato la sua vocazione, un senso di marcia.

Il debutto olimpico a Tokyo, a 27 anni. Si trovò a guidare la gara mentre Abdon superava un problema intestinale transitato senza imbarazzi nella storia dei Giochi. Ritrovata l’efficienza, Pamich lanciò il suo serrate e Paul capì quale era il suo posto, vicino al Paradiso ma non troppo. Un berretto che nascondeva l’incipiente pelata, la testa leggermente reclinata verso una spalla e quel rettilineo di distacco: tutto in fotografie e fotogrammi bianco e nero che hanno il fascino della nebulosità e del passato che non torna.

Dopo Tokyo aprì una formidabile parentesi: tra il ’67 e il ’70 vinse 85 delle 86 gare cui prese parte. Ma a Messico finì vittima, come Ron Clarke, dell’altura e del caldo dell’altopiano e crollò al 44° chilometro nella giornata scandita dal dominio assoluto del Ddr Christoph Hohne: dieci minuti di vantaggio sul secondo.

Passò alla 20, vinse gli Europei del ’69 al Pireo, finì terzo nel ’71 a Helsinki e il 30 luglio 1972, a Douglas, isola di Man, ebbe a gioia di finire in 1h24:50, quasi mezzo minuto sotto il record mondiale del sovietico Agapov. Oggi quel tempo può far sorridere: la marcia ha subito progressi, sviluppi. Forse mutazioni.

Ormai superata la boa dei trent’anni, Nihill imboccò la sua terza avventura olimpica e, a Monaco, finì sesto nella 20 e nono nella 50. Provò ancora a Montreal, trentesimo. Marciava ancora dopo essersi lasciato alle spalle i 70 anni.

 


 

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