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Giorgio Cimbrico / Chiamiamola pure, se volete, Covix

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Lunedì 21 Dicembre 2020

 

british_museum 2

 

“La Brexit e la sua mutante Covix stanno isolando il posto che più amo al mondo. Non resta che provare a sorridere riesumando vecchie storielle tipo “nebbia sul Canale, continente isolato” o improntate a una vecchia burbanza imperiale: “da Calais in giù è tutta Africa”.


Giorgio Cimbrico


Sono così innamorato di Londra che sto provando dolore nel vederla deserta, desolata come in un Mercoledì delle Ceneri. Penso alle cose che faccio di solito: andare alla National Gallery e sedermi a lungo davanti al Battesimo di Gesù e alla Natività di Piero della Francesca, spostarmi d qualche sala (prima non era così, era sufficiente una torsione del collo a destra) e ammirare uno degli episodi della battaglia di San Romano di Paolo Uccello e poi dirigermi verso la parete dei Turner che hanno cambiato la pittura: intendo la tecnica, i soggetti. Penso che siano dannatamente soli e così provo a star loro accanto sorbendo una piccola fiala di ars consolatoria distillata.

Di solito quando esco di lì, dopo aver lasciato il mio obolo nei meravigliosi negozi del museo (con attenzione al banco dei saldi dove si scovano affari clamorosi), mi immergo in una folla compatta, guardo i cartelloni dei teatri, visito un negozio di stampe e manifesti, bevo una birra non fredda (ale) al Salisbury (bei vetri decorati), prendo la metro alla stazione di Leicester Square, che è una delle più vecchie e incasinate. C’è un vento puzzolente interno e quelle piastrelle un po’ unte riportano al tempo del blitz quando Henry Moore disegnava i rifugiati che sembravano esseri umani chiusi un bozzolo.

In questa folla frenetica mi trovo bene e non ho mai capito il perché. Una volta quando gli smartphone e le cuffiette non impazzavano, mi trovavo anche meglio si finiva sempre per fare due parole ora è più difficile. Là sotto c’è un mondo, una babele di volti e di razze, ed è anche il miglior ufficio di informazioni del mondo: il ritorno dei panda allo zoo, la mostra alla Royal Acadamy, il nuovo music hall o quelli che tengono duro da vent’anni: Miss Saigon, Cats, I Miserabili, Mamma mia. Salendo o scendendo scale mobili che sembrano venire da o portare agli inferi si può prender nota, organizzare la giornata, la serata.

L’altro itinerario prevede l’uscita dalla stazione di Russell Square e, se il tempo è buono, la sosta nel piccolo parco: sigaretta, un’occhiata agli scoiattoli che si inseguono e alle cornacchie con la loro andatura da ubriache. Alla fine di Montagu Street si intravedono i primi ordini della cancellate e svoltato l’angolo ecco la facciata classica del British Museum.

La mia visita è breve, sempre la stessa: i Marmi Elgin, il fregio e le statue mutile del Partenone. Non scendo nella diatriba tra Grecia e Gran Bretagna, dico solo che Lord Elgin non guadagnò una ghinea quando la direzione del museo decise di acquisire i “materiali”. Una volta ho avuto l’abilità necessaria per averli tutti per me, prima che scalpiccii, sussurri o commenti banali provassero ad aver la meglio sulla bellezza assoluta. Arrivo in anticipo sull’orario di apertura, sosta nella sterminata hall creata da lord Norman Foster, abile avvicinamento agli ingressi delle gallerie quando mancano tre minuti alle dieci, scatto deciso e arrivo solitario nel salone di pietra grigia.

Ho fatto anche pellegrinaggi sportivi – e commossi – al vecchio e nuovo Wembley (mai capito perché non abbiano salvato le due torri) e a Twickenham che non è più Londra ma fa comune e, oltre che per la Fortezza del rugby, è famosa per studios dove sono state girate centinaia di film. Di recente, prima della scoperta del nuovo ceppo, avevano aperto lo stadio a 2000 fortunati, un quarantunesimo del pubblico abituale, quello che alza inni, mugghia come il mare che si infrange sui ciottoli, segnala il suo corale stupore di fronte a decisioni arbitrali. Ora è là, deserto, silenzioso.

Lo scenario è quello di “28 giorni dopo” di Danny Boyles, il regista dell’indimenticabile cerimonia di apertura dei Giochi del 2012. Nel celebrare i trionfi e nell’immaginare (o anticipare) le catastrofi gli inglesi sono sempre stati dei maestri.

 

 

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