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I sentieri di Cimbricus / Un inevitabile futuro di demenza?

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Sabato 12 Dicembre 2020

 

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“Il rugby è entrato in quel lato oscuro della luna che invita all’esecrazione, che suggerisce interventi radicali per evitare esiti drammatici, un futuro di notti e di nebbie.”

Giorgio Cimbrico

“Sono i giocatori a scegliere: nessuno li obbiga”: distillando l’intervento di Eddie Jones, CT dell’Inghilterra, sullo stato di salute del rugby, sui casi di demenza, sulla progressiva perdita delle funzioni mentali denunciata da Steve Thompson, da Alix Popham, da Michael Lipman, sulla necessità di intervenire, rimangono parole che possono apparire spietate e che sono crudamente realistiche. È consentito ricorrere anche alle parole di un allenatore giunto a quell’incerto confine tra storia e leggenda, Vince Lombardi: “Il football non è uno sport di contatto, è uno sport di collisione. La danza è uno sport di contatto”.

Lo spazio con una massima di Mao – “la rivoluzione non è un pranzo di gala, la rivoluzione è una cosa violenta” – può apparire sempre più stretto. In un mondo che si ammanta di eufemismi, di vuote parole, di ipocrisie, ogni tanto è bello essere chiari.

Nel venticinquesimo anno di professionismo, il rugby è entrato in quel lato oscuro della luna che invita all’esecrazione, che suggerisce interventi radicali. Se, dopo drammatici esiti, il pugilato ha attraversato campagne proibizioniste, oggi può toccare a uno sport cui è bastato soltanto un quarto di secolo per giungere a una mutazione formidabile, a esiti drammatici, a un futuro di notti e nebbie.

Un fisiologo è intervenuto dicendo che i giocatori sono diventati troppo grossi per poter offrire le proprie abilità. In effetti gli archivi filmati sono, al riguardo, piuttosto eloquenti: il gioco degli anni Ottanta, dell’inizio degli anni Novanta, aveva qualcosa di più arioso. Per la velocità dei backs? Per la maggior lentezza degli avanti? È un fatto che un viaggio a volo d’uccello su immagini di un nostro “ieri” coincide con un missione archeologica a Ninive, a Ur. Quel rugby appare lontanissimo; quel modo di difendere, puerile.

I rilevamenti antropometrici forniscono altri elementi: la statura si è innalzata, il peso medio si è attestato su un crescita attorno ai 15 chii. Citius, altius, fortius era il motto coniato da Pierre de Coubertin, rinnovatore dell’Olimpiade. Il barone era un grande appassionato di rugby: che quella citazione latina fosse in realtà una visione di quel che preparava il futuro?

Una ridda di parole, di opinioni, di suggerimenti alita su uno scenario che qualcuno sta accostando a quello vissuto dalla NFL, costretta a un risarcimento miliardario intentato dai giocatori che avevano subito danni cerebrali irreversibili e dalle loro famiglie, in caso di scomparsa del congiunto. Esiste anche un bel film con Will Smith, “Zona d’ombra”. Titolo originale, “Concussion”. Una parola diventata abituale nel rugby del nostro tempo. Una volta si diceva “ha preso una testata, non sa neppure più dove si trova”.

Ora c’è il protocollo per sospetta commozione cerebrale: comincia negli spogliatoi – dopo una sostituzione che può essere temporanea o definitiva e può proseguire con esami più approfonditi: Tac, esami del sangue per scoprire le tossine liberate dall’impatto. E così Jones può dire che oggi “il rugby è sicuro e che sulla strada della prevenzione è avanti”. Ma sa benissimo, e lo dice, che è uno sport che domanda moltissimo, e così lo scenario passa dalla partita all’allenamento quando le collisioni si trasformano nelle “ripetute” che il velocista corre in pista. Gutta cavat lapidem: è la goccia, l’accumularsi delle gocce, a scavare la pietra, renderla più tenera.

La demenza era la condizione umana e disperata della boxe, quella dei pugili suonati con un sorriso ebete che affiorava sulle labbra: oggi l’alveo si sta allargando, ha raggiunto la Rugby union, la Rugby league, il Calcio che può allineare tra i suoi “caduti” alcuni dei Ramsey’s Boys del ’66 e Bobby Charlton, perso ormai nelle tenebre e nelle ombre dell’assenza. Nel Calcio lo scontro non è furibondo. Cos’è stato a fregarli? Qualcuno azzarda i colpi di testa.

C’è una via d’uscita? O è necessario prender atto del destino che uno sceglie per ambizione, per desiderio di denaro, per pura pulsione agonistica? C’è chi suggerisce di vietare il placcaggio nel rugby scolastico (nel nostro caso è bene sostituire l’aggettivo con “giovanile), di limitarlo a una zona non più alta del petto, la linea dei capezzoli per intenderci, di rendere sempre più punitivo il compito dell’arbitro in casi di tackle a rovesciare o non chiusi, di spallate, di interventi tra collo e testa.

Possono essere suggerimenti pratici e utili. Così come quello di dare più respiro al gioco aprendo a spazi occupati da un minor numero di giocatori, dodici o tredici per squadra o di ridurre il numero delle sostituzioni: i giocatori più stanchi si scontreranno con meno furore. Ma se invece proprio il progressivo esaurimento fisico rendesse più vulnerabili?

In venticinque anni di sviluppo ben orchestrato da chi comanda (non i club, non le federazioni, non World Rugby, ma i “benefattori” senza volto) i volti allegri dei Barbarians sono diventati quelli perduti di chi ha pagato e quelli di chi non ha perduto la coscienza e comincia a preoccuparsi.

 

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