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I sentieri di Cimbricus / In attesa del vaccino da Oxford

Mercoledì 25 Novembre 2020


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Boat Race, Varsity Match: andare per i cortili dei college è anche una “recerche” sulle origini dello sport, non proprio quello che conosciamo noi. Meglio pensare agli archetipi, alle strutture portanti, allo spirito.


Giorgio Cimbrico

E così dopo aver inventato l’atletica e il suo primo meeting, ospitato il miglio di Roger Bannister – un’esplorazione e un’avventura degne di Livingstone e di Hillary – collaborato con Cambridge alla nascita del Varsity Match e della Boat Race, Oxford batte i concorrenti nella gara del vaccino cha pare abbia il pregio di essere a buon mercato. È una buona occasione per una visita: la mia ultima risale a un anno e mezzo fa e riguardava la ristrutturazione – eccellente – dell’Ashmolean Museum, il più antico del mondo, molto eclettico. Tra i curatori, un giovane T.E. Lawrence. Lui, Lawrence d’Arabia. Tra le cose da non perdere, “La caccia” di Paolo Uccello. L’ingresso è gratuito.


Andare per i cortili dei college è anche una “recerche” sulle origini dello sport, non proprio quello che conosciamo noi. Meglio pensare agli archetipi, alle strutture portanti, allo spirito. Parallelamente, di sport ne era nato e ne stava nascendo un altro, quello dei professionisti: in atletica, nel calcio, più tardi nel rugby che ridusse i giocatori da XV a XIII. Il canottaggio non rientra in questa mutazione: i ricchi e i borghesi remavano per gioco, i poveri remavano per necessità. Rimangono memorabili le parole del barcaiolo che portava Tommaso Moro, Thomas More, da casa alla residenza di Enrico VIII: “Tre penny da Chelsea a Hampton Court, tre penny da Hampton Court a Chelsea: chi fa la legge non voga”. Controcorrente o in favore di corrente sul Tamigi non significavano nulla per chi fissava la tariffa.

Oxford era – ed è – blu; Cambridge azzurro, light blue. Le prime rivalità sull’acqua: l’edizione che apre la Boat Race è del 1829, a Henley, uno dei tanti templi londinesi dello sport creato, ricreato, codificato, non ancora sul classico percorso odierno, dal ponte di Putney a quello di Mortlake, quattro miglia abbondanti. Il successo toccò a Oxford che oggi, per dovere statistico, è dietro 84-80.

Subito dopo la guerra di Crimea, si sviluppò un duello serrato, spesso a distanza, su piste approssimative, allestite da ciascun college sul proprio prato o su quello adibito a terreno per le attività ricreative. Il 10 marzo 1859 Henry C. Powell, dell’Oriel College, sul Cowley Sports Recreation Ground corse le 100 yards in 10”0 eguagliando, quanto consapevolmente non è noto, il record del mondo di Thomas Bury, allievo dell’Emmanuel College di Cambridge. Dando per buono il cronometraggio, Powell e Bury dovevano essere molto forti: appena qualche anno prima, George Seward, stella del mondo professionistico, aveva ottenuto lo stesso tempo ai Flora Gardens di Bayswater, Londra.

Il primo recordman del miglio di cui si conoscano nome e cognome è uno studente di Oxford, Thomas Finch, dello Wadham College, 4’45”0 al Bullingdon Green il 3 novembre 1858. Novantasei anni dopo sulla pista di Ifflley Road, Roger Bannister, appena uscito dall’Exeter and Merton Colleges, avrebbe sbrigato i 1609 metri quarantacinque secondi e sei decimi in meno fornendo quello che ancor oggi è stimato come uno dei più importanti ingressi in una nuova dimensione: un uomo poteva correre un miglio in meno di quattro minuti.

Allievo dell’Exeter College oxoniano, grazie a una borsa di studio della fondazione voluta dal proconsole imperiale Cecil Rhodes, era stato il neozelandese Jack Lovelock, grande avversario di Luigi Beccali, che nel 1933, al di là dell’Atlantico, centrò il record dell’università e quello mondiale nella sfida che opponeva la selezione di Cambridge e Oxford a quella di due altri illustri atenei, Cornell e Princeton. Quel tempo, 4’06”7, avrebbe tenuto duro per undici mesi, battuto sulla stessa pista da Glenn Cunningham.

Attestati tra gli iniziatori di cronologie destinate a srotolarsi sino ai giorni nostri sono altri oxfordiani, come Montagu Knight che nel 1867 corse le 440 yards in 51 secondi e mezzo (pare sotto la pioggia), o come Powell che oltre allo sprint praticava anche il salto in alto (1.675 nel 1860) e il lungo (5.94 nel 1859), record mondiale demolito da Alick Tosswill, 6.755 a Marston Ground nel 1869. Testimoni raccontano che dopo l’exploit era così eccitato che per calmarlo decisero di metterlo sotto il getto di una pompa.

“Con quale diritto gioca per l’Inghilterra?”. “Studio a Oxford, signore”. Dialogo tra il Principe di Galles, di lì a poco e per breve tempo Edoardo VIII, e il principe Aleksandr Sergejevic Obolensky, russo per nascita e titolo nobiliare, britannico dal 1936, allievo e laureato al Brasenose College, ingaggiato prima dall’università, poi dalla nazionale della Rosa per una velocità che risultò fatale anche agli All Blacks. 4 gennaio 1936, Inghilterra-Nuova Zelanda 13-0, due mete irresistibili di Obo, destinato a vita brevissima: meno di cinque anni dopo, appena prima del secondo Natale di guerra, morì in un volo di esercitazione ai comandi di uno Hurricane.

Obolensky era stato un blue, uno in un lista infinita di inglesi, gallesi, scozzesi, irlandesi, australiani, sudafricani, neozelandesi, canadesi che in quella parentesi di vita hanno conosciuto il rito del Varsity Match, Oxford contro Cambridge, sfida itinerante dal 1872 al 1921, quando il palcoscenico venne fissato a Twickenham. Raccontava un vecchio allievo e giocatore che la disposizione dei posti, quel giorno di inizio dicembre, diventa simbolo dell’esistenza, del tempo che passa: la parte bassa della tribuna è riservata ai più anziani e il progressivo avvicinarsi a quelle file assomiglia alla sabbia che scorre nella clessidra.

Quest’anno non si gioca e si rimane sul 64-60 per Cambridge. Se le cose migliorano e il vaccino (di Oxford) funziona, appuntamento a marzo.

 

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