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I sentieri di Cimbricus / Guarda quelli del nuoto, che bravi

Lunedì 16 Novembre 2020

 

isl 


Agli atleti mettersi in tasca qualcosa non farà schifo e certi ambienti devono rassegnarsi: via le ragnatele, svecchiarsi, aprire al mondo nuovo, molto social, pieno di opportunità. Il rischio è l’emulazione.

Giorgio Cimbrico

Ricordate come andava una volta? C’era il senso dell’attesa, che poi è l’unico significato della nostra vita: pensate al tenente Drogo che nella fortezza Bastiani aspetta i Tartari per tutta la vita. Una semifinale di Coppa Europa era un campo di congetture, la conquista della finale un Paradiso delle Uri, un Europeo obbligava a un lungo studio, poggiato sulla documentazione del tempo: ritagli, voci, qualche agognata pubblicazione straniera, con la speranza non fosse polacca o ungherese. L’Olimpiade era, come dicono quelli del Tour, fuori categoria.

Sto parlando di atletica, è evidente, ma era così dappertutto: il giorno della Nazionale di calcio – di solito il sabato, qualche volta la domenica (oggi giocano anche nel giorno feriale dei parrucchieri) – era sacro e la Coppa dei Campioni prometteva appuntamenti brivido sin dal primo turno, e se eri fuori, eri fuori. Era un mondo magnificamente semplice e concedeva spazio a quello che gli antichi romani chiamavano otium, il tempo di discutere, di approfondire.

Sono reduce dall’aver assistito a una tappa della ISL, la sigla della “International Swimmng League”: squadre dai nomi suggestivi (quelli di Tokyo si chiamano Frog Kings, i re ranocchi; i britannici, London Roar: la traduzione è superflua) si affrontano in vasca corta in una serie serrata di distanze. Il gran finale è affidato a tre turni a eliminazione, da consumare in sei minuti. Le squadre sono molto miste: bielorussi possono nuotare per gli americani, brasiliani per la squadra europea. E’ il primo nucleo del nuoto professionistico, anche se è giusto tener presente che i campioni e le campionesse in patria non vivono di elemosine. Ed ecco un altro appuntamento che va a stiparsi in un calendario diventato troppo stretto: gare, partite, tornei ovunque, a ogni giro completo della sfera di cui siamo temporanei ospiti.

L’altro giorno un amico mi faceva notare che la sera prima, non avendo di meglio da fare, guardava delle partite ma un certo punto non capiva se erano di qualificazione agli Europei o della Nations League, una delle tante creature che i Frankenstein che tutto governano hanno creato perché neppure un giorno di spot e superspot vada perduto. Purtroppo non ho saputo dargli una risposta: avevo cercato riparo nell’opera trovando però poco sollievo: l’allestimento dell’handeliana Theodora consisteva in un ricevimento in smoking per i signori e tubino nero per le signore; la gluckiana Alceste era stata “girata” in parafrasi della morte di Diana e il verdiano Rigoletto prevedeva che il Duca di Mantova, il giullare e Gilda salissero e scendessero da auto e limousine.

Tortu e Jacobs, Italian Gladiators, contro Zharnel Hughes e Reece Prescod, British Lions, Ramil Guliyev e Jak Harvey, Balkan Dragons, e Jimmy Vicaud e Christophe Lemaitre, Coqs de France in un torneo imperniato su 60, 100 e 200 da correre in sette minuti, senza recupero. Incubo, nightmare, cauchemar (in turco non so come si dica) per favore vai via.

Il problema è che si va per emulazione e qualcuno comincerà a dire: ma guarda quelli del nuoto che bravi, agli atleti mettersi in tasca qualcosa non farà schifo e certi ambienti devono rassegnarsi: via le ragnatele, svecchiarsi, aprire al mondo nuovo, molto social, pieno di opportunità.

Ormai, anche in questo clima di paura, stanno scendendo in campo tutti, quelli che vi portano in casa da mangiare e da bere, i fondi di investimento che stanno comprando calcio e rugby, Amazon che presto consegnerĂ , insieme a un paio di scarpe e a un frullatore, il codice per vedere un torneo dello Slam.

Mi piacerebbe indossare il saio o una tunica, quella dei monaci tibetani, o trasformarmi in Peter Finch di “Quinto Potere” e dire: Ribellatevi. Ma poi mi dico lascia perdere.

 

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