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I sentieri di Cimbricus / Storie di donne e di frontiere: Cathy e Grete

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Sabato 7 Novembre 2020

 

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“In quei giorni, che tutti ricordano con nostalgia, la Freeman ebbe l’acqua e il fuoco, l’affetto di un paese in piena brama di espiazione e l’amore di un popolo, quello degli aborigeni perseguitati, il suo”.

Giorgio Cimbrico

Quella sera di vent’anni fa rivive in un documentario di 58’ che l’ABC, la televisione australiana, manderà in onda tra qualche giorno, il 13 novembre. Titolo “Freeman” (l’argomento è chiaro …), girato dalla franco-australiana Laurence Billiet che, parole sue, “quando arrivai a Sydney, ero l’unica tifosa di Marie Josè Perec”. Che quel 25 settembre del 2000 non ebbe una corsia per difendere le due corone sui 400: e quella dei 200 dopo la doppietta di Atlanta.


L’elegante francese era volata via, nel senso più stretto del termine, chiudendo con una fuga quattro anni di incertezze, di strane scelte tecniche, di salute malferma, di crisi di nervi. “Marie Josè è sempre stata un modello, una “ispirazione”, racconta Cathy Freeman che oggi ha 47 anni e che in quei giorni, che tutti ricordano con nostalgia, ebbe l’acqua e il fuoco, l’affetto di un paese in piena brama di espiazione e l’amore di un popolo, il suo, quello degli aborigeni, dei nativi perseguitati, emarginati.

Cathy è la donna che dà fuoco al braciere circondato dall’acqua, un’allegoria dell’Australia, terra infuocata circondata dagli oceani, ed è il suo primo ingresso in scena da simbolo. Sono lontani i giorni in cui venne severamente ammonita per aver sventolato la bandiera del popolo che non c’è dopo la vittoria di Victoria, Giochi del Commonwealth del ’94. E’ una bandiera bella ed eloquente: rossa e nera, al centro un sole giallo abbagliante. Chi ha letto “Le vie dei canti” di Bruce Chatwin – o chi si è addentrato nell’outback – riconosce quei colori assoluti.

Cathy non si arrese: quando vinse i titoli mondiali del ’97 e del ’99, corse il giro d’onore con l’una e l’altra, quella ufficiale, con l’Union Jack in alto, in un campo blu profondo e stellato, e quella che è arduo definire ufficiosa. In quel modo la connessione è stabilita e può anche far comodo: Cathy può rappresentare tutta l’Australia, come Evonne Goolagong, molti anni prima a Wimbledon, e Sydney celebrerà la riappacificazione, la concordia ritrovata.

Se esiste una persona che può riassumere i rivoli che sono confluiti nel gigantesco e spopolato paese, questa è proprio Cathy. Nel suo albero genealogico un nonno materno siriano, finito in Australia a vendere cammelli ai cercatori d’argento (ancor oggi ne pascolano migliaia nel deserto centrale), un bisnonno cinese attirato dalla corsa all’oro, un altro avo tra i deportati all’altro capo del modo, ma il ceppo principale è aborigeno, della tribù dei Kuku Yalanyi, quelli che subirono il ratto dei bambini, cresciuti a forza come bianchi. Un nonno, eccellente giocatore di rugby league, ebbe un’offerta dall’Inghilterra ma a quel tempo, era il 1936, i nativi non avevano diritto al passaporto.

L’appuntamento è per la sera del 25 settembre. Cathy ha scelto un “vestito” che ricorda quello di Florence Griffith e che quelli che non riescono a star seri paragonano a quello degli spermatozoi in “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere” di Woody Allen. Cambiano i colori: giallo e verde.

Chi ha avuto la fortuna di vivere quelle ore, non dimentica i 112.524, il loro rombare che sale mentre Cathy cerca e trova l’assetto, lo stadio che diventa un enorme organismo pulsante quando negli ultimi ottanta metri Cathy libera anima e gambe, lascia a mezzo secondo la giamaicana Lorraine Graham, a sei decimi la britannica Katharine Merry che per un attimo si era fatta minacciosa. “Guardavamo il filmato della gara – racconta Billiet –, ma in realtà lo guardavo solo io. Cathy seguiva a occhi chiusi e sapeva quel che stava avvenendo, attimo dopo attimo”.

Altro. Questi erano i giorni della Maratona di New York che nessuno ha corso. Chi ama le visioni, azzarda che sia apparsa l’esigua silhouette di Grete Waitz, la norvegese che ha meritato il titolo di First Lady of Marathon: su queste strade, da Verrazzano Bridge a Central Park, nove successi tra il 1978 e l’88, tre dei suoi quattro record del mondo e una vendetta consumata su Joan Benoit che l’aveva piegata a Los Angeles nell’esordio olimpico della distanza. Grete corse anche quando la malattia la stava divorando. All’arrivo un abbraccio con Fred Lebow: anche il demiurgo aveva i giorni contati.

Qualcuno ha notato che l’importanza di Grete nella crescita del movimento va misurata attraverso l’attendibilità delle cifre: a New York, nel ’78, le donne al via erano poco più di 900, l’anno scorso quasi 23.000. In questi giorni bui, ricordarla, rivederla è una lama di luce.

 

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