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I sentieri di Cimbricus / L'uomo che volle farsi re

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Sabato 31 Ottobre 2020

 

connor 


A novant’anni se ne è andato anche James Bond, pardon Sean Connery. Figlio di una donna delle pulizie e di un camionista, dopo una miriade di mestieri, era entrato nel mito collettivo come l’agente 007 al servizio di Sua Maestà. Ma non soltanto.

Giorgio Cimbrico


Daniel Dravot che voleva diventare re, Guglielmo di Baskerville colto e astuto (un Holmes medievale), l’editore amico della Russia (“mi riconoscerà, sono come un grosso letto sfatto”), Marko Ramius che fugge con il suo sottomarino, il vitale selvaggio che penetra nella sfera degli estenuati Immortali, il generale Urquhardt che si fa paracadutare sull’Olanda da neofita del tuffo nel vuoto, lo spadaccino spagnolo mentore di uno scozzese colpito da un sortilegio, l’intoccabile agente Malone che va incontro al suo martirio, un vecchio e crepuscolare Robin Hood.

E ancora, il condannato che non si fa piegare da secondini sadici, il poliziotto dissociato e psicopatico, l’agente britannico finito nella più profonda delle galere americane perché in possesso di segreti inconfessabili, il Rajsuli, principe-predone delle montagne dell’Atlante (“ci incontreremo ancora, quando saremo due nuvole d’oro”), lo scrittore misantropo che si scopre generoso, un Re Artù oppresso dal destino, il distratto e irresistibile padre di Indiana Jones, il colonnello Arbuthnot che viaggia sul treno della vendetta, il geniale ladro vittoriano che inventa un nuovo tipo di effrazione, il minatore irlandese che vuole il riscatto ed è tradito da chi crede un amico, lo sceriffo spaziale che indaga su uno sperduto satellite di Giove, Allan Quatermann che deve salvare il mondo in compagnia di altri magnifici eroi (non super) dei fumetti e della letteratura popolare, il marito che deve affrontare la paranoia della moglie. E James Bond.

Sean ci ha accompagnato per tutta la vita e non diventerà il primo presidente della Repubblica di Scozia. Vorrei rivederli tutti quei film e forse lo sto facendo senza on demand, senza ricorso alla tecnica, solo all’affetto, alla simpatia per quel volto ribaldo, scozzese di nascita ma molto irlandese: “L‘uomo che volle farsi re” (di John Huston, tratto da uno dei più bei racconti di chi del racconto era maestro, Rudyard Kipling), “Il nome della Rosa”, “La Casa Russia”, “La grande fuga di Ottobre Rosso”, “Zardoz”, “Quell’ultimo ponte”, “Gli Intoccabili”, “Robin e Marion”, “La collina del disonore”, “Riflessi in uno specchio scuro”, “The rock”, “Il vento e il leone”, “Scoprendo Forester”, “Il primo cavaliere”, “L’ultima crociata”, “Assassinio sull’Orient Express”, “La grande rapina al treno”, “I cospiratori” (con un po’ di rugby selvaggio con Richard Harris), “Atmosfera zero”, “La leggenda degli uomini straordinari”, “Marnie”. E i suoi 007, in cui viveva con un singolare regime alimentare e alcolico: caviale Beluga, paté, uova di quaglia, qualche aragosta se era in missione in Giamaica o nelle Bahamas, Dom Perignon, Martini secchissimi (e solo agitati).

Credo che lo rimpiangeremo in tanti e in tante. Come saranno oggi le sue magnifiche Bond girls?

Nobby Stiles. Nelle stesso ore ci ha lasciato anche Stiles che gli argentini chiamavano “el bandido”, ma che per gli inglesi era un terrier che mordeva e pazienza se i denti erano finti: nelle celebrazioni del 30 luglio 1966, a Wembley vecchio stile, lui balla la giga, tiene in una mano la coppa (ancora Rimet) e nell’altra la dentiera. E’ il settimo dei Ramsey’s Boys a lasciarci, il quarto in questi ultimi mesi dopo Gordon Banks, Martin Peters e Jacky Charlton.

Era nato vicino a Manchester nel ‘42, durante un bombardamento tedesco. Suo padre era nelle pompe funebri, la madre era sarta. Pura working class: Nobby ne era orgoglioso. Allo United per dodici stagioni, anche quella della Coppa dei Campioni ’68 e di George Best che aggira il portiere del Benfica e tocca dentro con noncuranza. Ritrovare Eusebio gli fece ricordare un colloquio con sir Alf prima della semifinale mondiale: “Nobby, voglio che lo tieni fuori dal gioco”. “Ok, Alf, per la partita o per sempre?”. “La partita basta”. Aveva 78 anni e dopo aver combattuto in campo, aveva tentato di non arrendersi a un ictus, a un cancro e all’Alzheimer.

 

 

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