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Duribanchi / Un patrimonio per il suo paese. Ma non solo

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Sabato 24 Ottobre 2020


pele

Anche O’Rey ha tagliato il traguardo degli ottanta. Un re privo di eccessi. Mai sopra le righe. Un grande uomo che appariva “timido”. E l’interrogativo che non ha risposta: resta Pelè il miglior 10 della storia?

Andrea Bosco

Edson Orantes do Nascimiento: semplicemente Pelè. Ne compie ottanta. Un monumento dello sport. Il ragazzino che sedicenne ai Mondiali di Svezia, vinse la Rimet, come allora si chiamava, umiliando i favoritissimi padroni di casa che in squadra avevano i Liedholm, gli Hamrin, gli Skoglund. Portando tra dribbling, “sombreri” e gol, il gioco del calcio nel futuro. Non si era mai visto, prima di allora un giocatore come Pelè.

Iscritto all’anagrafe come Edson per una di quelle storpiature non infrequenti in quegli uffici: l’idea dei suoi genitori era quella di omaggiare l’inventore Edison visto che da poco nel municipio del paese dove vivevano era arrivata l’elettricità.

Ho visto una sola volta dal “vivo” Pelè. A Torino in una amichevole che il Santos disputò contro la Juventus. Il Santos, negli anni Sessanta, viaggiava per il mondo incassando remunerativi contratti. Tutti volevano vedere Pelè. In ogni città del mondo c’era un fuoriclasse che veniva confrontato con quello che sarebbe stato chiamato O’Rey: il re. A Torino in quella stagione furoreggiava Omar Sivori, uno degli “angeli con la faccia sporca” della Nazionale argentina. Oriundi dalle origini italiche: Maschio, Angelillo e Sivori. Con alterne fortune avrebbero vestito anche la maglia azzurra.


Quei tre in Svezia non figuravano nella rosa dell’Argentina. “Epurati” dal selezionatore in quanto (dopo aver accettato gli ingaggi italiani) “traditori”. Ma quei tre avevano fatto meraviglie in patria, distruggendo ai campionati sudamericani proprio il Brasile, che peraltro, ancora non aveva tra le sue fila Pelè. Alcuni storici del calcio sono convinti che con “quei tre”, forse il cammino dell’Argentina in Svezia sarebbe stato diverso.


Quell’amichevole a Torino contava poco. Era una sorta di rivincita: in un recente passato, il Santos si era aggiudicato, sempre a Torino, un match che contava solo per lo spettacolo. Quella notte la gara contava solo per quei due: Pelè e Sivori. Più per l’argentino che per il brasiliano. Che a Torino arrivava dopo una tournèe massacrante e con qualche problema fisico. Vinse la Juve: due gol di Pelè, quattro di Sivori. Potevi delirare per l’uomo con i calzettoni arrotolati che umiliava gli avversari con il tunnel. Ma vedendo Pelè, capivi che per una incredibile magia della natura, quel ragazzo era semplicemente la “perfezione”.

Dribbling, elevazione, stile, tiro, velocità. E gol: a grappoli. Oltre mille in carriera. La notte del millesimo a Rio de Janeiro i tifosi ebbri di gioia invasero il terreno di gioco e la gara fu sospesa per venti minuti. Un’altra volta, in non rammento più quale paese sudamericano, un arbitro estrasse nei confronti di Pelè il cartellino rosso. Ma il pubblico, che pure non era quello del Santos, invase il prato. Tutti volevano vedere Pelè: se ne andasse quell’arbitro, piuttosto.

Visto dal vivo una sola volta: quella. Tante altre, in televisione. Massacrato ai mondiali di Inghilterra nel 1966 da britannici e portoghesi. Imprendibile in elevazione, un metro sopra la testa di Burgnich con zuccata vincente nella porta di Albertosi in quella finale a Mexico City che consegnò comunque l’Italia alla storia per la semifinale: quell’Italia-Germania 4-3 che ancora scalda i nostri cuori.

Pelè: una vita nel Santos, poi negli States ai Cosmos. Un re privo di eccessi. Mai sopra le righe. Un uomo che appariva “timido”. Come mi ha raccontato il Cola, che a Roma incontrò Pelè ad una mostra che celebrava l’arte del calcio di Guttuso.

Ogni cinque anni in Brasile, “nasce” il nuovo Pelè. Non è vero. Pelè è destinato a restare inimitabile: un unicum. Come la rovesciata realizzata “alla prima” (come raccontano gli esperti di cinema) per il film “Fuga per la vittoria”. Restano vivi interrogativi, che tali non dovrebbero essere, ma che periodicamente fanno le fortune dei media. Il primo: nel calcio odierno, riuscirebbe a primeggiare Pelè? Probabilmente sì, considerato che Pelè, era uno straordinario atleta “naturale”. Il secondo: più grande Pelè o Maradona?

Impossibile dare una riposta tecnica. Pelè aveva due piedi. Diego solo il sinistro, ma il suo mancino valeva per due. Forse se Pelè avesse avuto la vita “maledetta” di Diego, il dilemma non si porrebbe. Maradona è stato “troppo”: nel calcio e nella vita. Nelle gioie e nei dolori. L’ascesa e la caduta. La nuova ascesa. La droga e il “complotto”. Barcellona e Napoli. “Ho visto Maradona, …” eccetera. La fuga e il fisco. El “pibe de oro”. La camorra e i figli disseminati per il mondo. La “corte” che viveva alle sue spalle del calcistico Creso. La truffaldina “mano de Dios”. E subito dopo il gol più bello della storia del calcio. Le cure disintossicanti a Cuba. I colloqui con Fidel Castro. Troppo “normale” Pelè per essere paragonato a Diego. Uno: “solo” un monarca. L’altro: un Rimbaud da “stagione all’inferno”.

Pelè non fu mai ingaggiato da una società italiana. Dopo il mondiale del 1958, mezza Europa era alle sue calcagna: Inter e Juventus in Italia. Ma anche Real Madrid e Barcellona in Spagna. E Manchester United in Inghilterra. Benfica in Portogallo. Lo “sfiorò” Angelo Moratti. A Gianni Agnelli che in Brasile aveva sguinzagliato suoi emissari, il presidente di quel paese rispose: “Se viene venduto, scoppia la rivoluzione”. Pare che l’Avvocato, a quel punto, proponesse l’apertura di una fabbrica Fiat in Brasile. La nuova risposta fu: “La rivoluzione scoppierebbe egualmente”. Dopo la feroce delusione del 1950 al Maracana contro Schiaffino e Ghiggia, il Brasile era diventato campione del mondo grazie a quel ragazzino. Pelè fu dichiarato “patrimonio del paese”. Simbolo del Brasile.

Benché in quella notte d’estate a Torino avessi avuto la conferma che il piccolo brasiliano fosse più forte di Sivori, per tutta la vita ho pensato che, in fondo, O’Rey mille gol non li aveva fatti nel campionato italiano. Non aveva “provato” i difensori italici e il “catenaccio”. Soprattutto, Pelè, lo avevo visto una una sola volta “dal vivo”. Quell’altro, con la faccia da indio, aveva accompagnato con le sue meravigliose “lazzaronate” la mia adolescenza.

E come spiegava Pierre de Ronsard “ il vero tesoro degli uomini è la giovinezza, il resto dei nostri anni è una serie di inverni “ .

Un dubbio, tuttavia, mi ha sempre perseguitato. Fosse riuscita la Juventus ad ingaggiarlo, la maglia numero 10, Sivori l’avrebbe ceduta ?



 

 

 

 

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