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I sentieri di Cimbricus / Tutto chiaro nel mondo All Black

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Martedì 20 Ottobre 2020


all-black


Finiamo sempre per parlare di Nuova Zelanda quando l'argomento è il rugby: la loro supremazia, le loro leggende, le loro sconfitte, la loro Haka. Ma c'e' molto altro ancora.

 

Giorgio Cimbrico

Domenica, per Nuova Zelanda-Australia atto secondo, Eden Park di Auckland pieno zeppo, 47.000, tutti molto appiccicati, senza mascherine, senza disinfettanti. Agli antipodi, in tutti i sensi. Beh, là è facile, può subito obiettare qualcuno, sono pochi e a parte le città che assorbono a occhio tre quarti della popolazione, il distanziamento sociale è un fatto naturale. Vero, ma non è tutto. Quando il contagio è arrivato anche laggiù e si è scatenato qualche cluster (mi adeguo anch’io, avete visto?) in alcuni quartieri di Auckland, è scattato il lockdown. Risultato: la Nuova Zelanda ha avuto qualche centinaio di infettati e 34 morti.

Finiamo sempre per parlare di Nuova Zelanda quando l’argomento è il rugby: la loro supremazia, le loro leggende, le loro sconfitte (rare come l’uomo che morde il cane: pensate che a Auckland non perdono da 26 anni, l’ultima a farcela è stata la Francia), la loro haka, i talenti che sanno sfornare: l’ultimo si chiama Caleb Clarke, è un modello 1,89x107, di etnia samoana, figlio di un All Black, ed è bastata una partita fatta di accelerazioni e di placcaggi “rotti” perché venisse riesumato il nome di quel buonanima di Jonah Lomu. In più un tocco delicato: Caleb suona il piano.  

I maori la chiamavano Aotearoa, la lunga nuvola bianca. Così la avvistarono dalle piroghe mentre, guidati dal grande dio squalo (non è una bestemmia) i polinesiani erano a caccia di nuove terre. In realtà, della consistenza e della capricciosità delle nuvole, non ha niente: è un paese solidissimo, senza fronzoli. Sennò gli sport nazionali non sarebbero il rugby, la vela, l’alpinismo, l’atletica, il canottaggio.  

La prossima volta che sento dire – con ironia, con sarcasmo, persino con una punta di disprezzo – che la Nuova Zelanda è un paese di pecorai, non mi arrabbio, è la verità. Non sono aggiornato sugli ultimi censimenti ovini; l’ultimo di mia conoscenza parlava di 28 milioni di quadrupedi lanosi e poco più di quattro di bipedi. Da aggiungere alla prima categoria ci sono anche le mucche, i cavalli e i cervi, allevati per la loro carne. Tra i bipedi non ho conteggiato i kiwi che vivono nelle foreste di felci, simbolo nazionale.

Ma non sono le felci che tenete nel vaso in terrazzo: sono enormi perché là piove moltissimo e così è rimasta leggendaria la lettera che un giocatore scozzese convocato nei “British and Irish Lions” spedì a casa quando i tour duravano mesi, i telefoni erano rari e costosi e i rapporti epistolari una normalità: “Qui tutto bene. E’ piovuto solo due volte: un volta ventun giorni e l’altra sette”. Più recentemente hanno avuto eco le parole di un gruppo di tifosi irlandesi: “Che bello, sembrava di essere a casa: un tempo di merda come da noi”. Dicono che il clima può avere influenza sulla storia, sugli sviluppi, sulla mentalità di un paese, di un popolo, e chi ha vissuto nel “paese do ‘o sole” può trarre le sue valutazioni.  

Il Primo Ministro ha 40 anni e quando ha assunto il compito ne aveva 37, la più giovane del mondo. Si chiama Jacinda Ardern, non è maritata, è mamma di Neve Te Aroha, due anni e nata in un ospedale pubblico. Jacinda è laburista e poco prima che gli All Blacks battessero gli australiani era uscita trionfatrice dalle elezioni: Labour ben oltre il 50%. Quando l’anno scorso, a Christchurch, un estremista ha ucciso 35 musulmani in preghiera, Jacinda ha detto una cosa molto bella: “Ricordiamo i nomi di quelli che sono morti, non quello di un criminale”. Qui – e anche altrove – direbbero che è divisiva.  

Jacinda ha governato bene la pandemia e oggi le cifre sono insignificanti. Sono curioso di vedere cosa capiterà in America dove i numeri non sono insignificanti. Ma sono affari loro. Non mi aspetto niente da chi praticava la stessa apartheid del Sudafrica senza essere bandito dal resto del mondo. E anche oggi, puntini di sospensione.  

La Nuova Zelanda è un paese tollerante. Una volta John Kirwan ricordò che quando andava a scuola, in classe c’erano ragazzi di tutte le gradazioni di colore e nessuno ci faceva caso: figli di pakea (i bianchi), di pakea che avevano sposato maori, di samoani che avevano sposato maori, tongane, fijiane e via con tutte le altre combinazioni, in un … sesso e nell’altro. Società piccola e multietnica.  

E’ un paese dove non c’è bisogno di proteggere l’ambiente, morale e naturale. A parte qualche quartiere di Auckland dove ci sono delinquenti, ubriaconi e drogati, il rispetto per tutto ciò che circonda viene da sé. Una mia (ormai impossibile) evasione verso questa buona imitazione di Shangri-la dipende dal rugby, dalle cozze (verdi), dal vino (si sono messi a fare anche quello ed è eccellente), dal silenzio.  Scelgo il sud dell’isola sud, una specie di Scozia. Quando piove mi metto il Barbour.


 

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