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I sentieri di Cimbricus / Se allo sport togli la sofferenza

Sabato 17 Ottobre 2020


pantani-statua 


“Il Pantani morto, per le circostanze, per la commozione suscitata, per l’isteria che ne seguì, per la canonizzazione obbligata, ha costruito un mito perfetto per il nostro tempo e per la gente che lo popola”.

Giorgio Cimbrico

Questo è un argomento difficile ma siccome non sono un influencer, non ho followers, non mi aspetto faccine sorridenti o teschietti, like o dont’ like questo non è il problema, vado avanti rivolgendomi a una confraternita che ho sempre immaginato piccola, iniziatica. In questo Giro povero e autunnale il nome che ricorre spesso, molto spesso, è quello di Marco Pantani. Durante la tappa di Cesenatico, inevitabile inquadratura della statua. E segnalato il passaggio della corsa davanti al residence “Le Rose”, oggi molto diverso, dove morì la sera di San Valentino di sedici anni fa.

Prima domanda. Perché George Best era un maledetto che si è ucciso pescando nella bottiglia e Pantani, morto per un’overdose di cocaina, è diventato una specie di martire? Perché è stata portata in scena l’ipotesi, sempre molto gradita qui in Italia, del complotto per eliminarlo?

Pantani era debole (so che è più elegante dire fragile, ma pazienza …), incapace di risollevarsi dopo l’esclusione di Madonna di Campiglio: “Rialzarsi sarà difficile”, parole sue. Quanti ne trovavano in quel tempo con l’ematocrito sballato? Tanti. Era sufficiente fermarsi quindici giorni, rientrare nella norma. Non ne fu capace.

Era esposto alle tentazioni romagnole, veniva da una famiglia che grazie a lui transitò in un’improvvisa e grossolana agiatezza, era lontano dalla composta serenità, dalla lucidità dei volti di Adorni, di Gimondi. In pittura era un Cristo di Matthias Grunewald, in scultura uno di quei drammatici crocifissi catalani del XII secolo. A costo di finire in un repertorio banale, guardandolo, si poteva intuire come sarebbe andata a finire?

Ma questo era il Pantani vivo. Il Pantani morto, per le circostanze, per la commozione suscitata, per l’isteria che ne seguì, per la canonizzazione obbligata, ha costruito un mito perfetto per il nostro tempo, per la gente che lo popola, per i padroni dei media, per gli strumenti di comunicazione. Ricordo quando un supplemento di esami sul Tour del ’98 stabilì che ritirati, fuggiti, arrivati a Parigi, tutti erano ricorsi al doping.

La voce che Pantani potesse esser spogliato di quella vittoria – così come ne era stato spogliato Lance Armstrong, procurando nell’albo d’oro una voragine più lunga e profonda di quelle scavate dalle guerre mondiali – provocò un’ondata di interventi in cui lo sdegno si affiancava a vecchie antipatie mai sopite per il paese che confina con le regioni italiane dell’ovest. Non se ne fece niente, il successo è rimasto, accompagnato da uno di quegli avvilenti adagi di cui è ricco il nostro mondo: “Se erano tutti dopati, lui comunque era il più forte”.

Ero piccolo quando è morto Coppi: la cosa più grave che combinò fu amare, da sposato, una donna sposata. Ho conosciuto i suoi gregari: Sandrino Carrea raccontava spesso di quando Fausto gli diede una mano perché lui vestisse, per un giorno, la maglia gialla. “E in sogno lui torna spesso e mi dice che è venuto per riprendersela”. Sono storie molto belle, molto tristi e i pochi rimasti le cullano con cura, le trattano per quelle che sono, reliquie preziose.

Nella mitizzazione forzata di Pantani c’è qualcosa di diverso, di artificioso, di forzato, di scomposto, in nome di quello strumento che i media hanno a disposizione e usano in modo disinvolto: compiacere la gente, dare quel che vuole o si presuma che voglia.

Non ho mai ritenuto di essere freddo, impermeabile ai brividi, alle passioni, agli amori anche, ma ho sempre diffidato delle emozioni a buon mercato, delle iperboli forzate, delle isterie procurate e attivamente coltivate. Pantani va giudicato con quella pietas di cui pare che gli antichi fossero maestri. Tutto qua.

PS – Un altro dei malvezzi adottati dalla maggior parte degli atleti. “Mi sono divertito”. “Spero di divertirmi”. Mai capito cosa vogliano dire. Se allo sport togli la sofferenza, cosa rimane? Consiglio di sfogliare l’album: il volto di Zatopek, la maggior parte degli arrivi della Roubaix e lascio a voi il compito di andare avanti.



 

 

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