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Una foto, una storia / Abrahams e quei Momenti di Gloria

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Martedì 15 Settembre 2020

 

100-1924 


Incroci della storia: la finale dei 100 metri di Parigi ’24 vinta dal giovane Harold, con le atmosfere del tempo, e le casualità del fato, con la morte quasi simultanea di Ian Holm (Mussabini) e Ben Cross (Abrahams).

Giorgio Cimbrico

“Onoriamo quegli uomini”: Momenti di Gloria inizia con un elogio funebre in onore di Harold Abrahams. Ora è venuto il tempo per ricordare chi si trasformò in uno di quei giovani con il cuore pieno di speranze e le ali ai piedi e che diede il suo profilo aquilino al vincitore dei 100 di Parigi 1924: Ben Cross, scomparso a 72 anni. È già capitato nella storia del cinema che in una parte si risolvesse un’intera carriera. Uno degli esempi può essere Farley Granger, il tenente dissoluto e bugiardo del viscontiano “Senso”. Cross appartiene a questa categoria: una maschera, un carattere, nel suo caso, persino una catena di movimenti, per sempre addosso.

Il caso che governa i fatti e le esistenze ha voluto che Ben se ne andasse due mesi dopo Ian Holm, che nel film che ha segnato la sua vita interpretava Sam Mussabini. Chi ama quel film, le sue eleganze mai estenuate, correrà a rivedere i loro duetti: lo skip scandito dalle note liquide di Vangelis, i colloqui faccia a faccia, l’ottimismo obbligato e la tempesta del dubbio, lo slancio del filo manovrato dal grande burattinaio, l’ubriacatura dopo il successo e dopo che Sam/Ian, esiliato in una camera d’affitto, ascolta da lontano l’annuncio della vittoria del suo allievo e sfonda con un pugno la paglietta: “Figlio mio”.

Ben lavorò sodo in pista – l’assetto di corsa è coerente con i tempi –, mostrò la timidezza e gli imbarazzi giusti nel corteggiamento della cantante che, nella realtà, Abrahams avrebbe sposato, mostrò atteggiamento dignitoso e fiero, senza eccedere in isteria o in forza, nel brano in cui deve fronteggiare il conformismo dei presidi.

Cross veniva da una buona scuola: uscito dalla Royal Academy of Dramatic Art aveva recitato Shakespeare, Shaw, Miller, Shaffer. Ma, curiosamente, era stata una parte nel musical Chicago a convincere Hugh Hudson che il londinese di umili origini potesse fare al caso suo. Anche il protagonista dell’alto personaggio centrale, Eric Liddell, veniva dal teatro: Ian Charleson, scozzese come Liddell, era destinato a vita breve, rapito a 40 anni dall’Aids, nel 1990.

Da “Momenti di Gloria” sono passati quasi quarant’anni, un lungo tempo: Holm ha girato molti film, è diventato Bilbo Baggins, l’umanoide del primo Aliev e molti altri volti di successo; Cross ha lasciato poche sbiadite tracce, meno profonde di quelle che aveva impresso sulla pista in carbonella di Colombes, egregiamente ricostruita.

Nell’84, prima dei Giochi di Los Angeles, girò una pubblicità dell’American Express al fianco di un vecchissimo Jackson Scholz. Lo slogan era: “Non lasciate casa senza”. L’inconfondibile profilo, diventato grifagno, tornò ad apparire in “Il primo cavaliere” (un avversario crudele degli uomini della Tavola Rotonda), in una biografia di un criminale di guerra, Helmut von Schaeder, che tenta di fuggire dalla punizione, e in una produzione BBC su una delle più singolari personalità delle alte gerarchie naziste, Rudolf Hess. Abrahams e quei momenti di gloria erano sempre più lontani.

 

 

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