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I sentieri di Cimbricus / Non sempre e' questione di consonanti

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Lunedì 7 Settembre 2020

vetter 


La stagione dell’Olimpiade mancata continua a proporre inattesi motivi di interesse: buon ultimo il tiro di Johannes Vetter atterrato nei pressi dei 98 metri e che ha fatto il solletico al mostruoso mondiale di Mastro Zelezny.


Giorgio Cimbrico

Meglio Vetter che Vettel. Con la non piccola differenza che il sassone guadagna un infinitesimo del suo connazionale, originario dell’Assia. Meglio Johannes, che spedisce lo speer, il keihas come lo chiamano i finlandesi, il giavellotto insomma, a 97.76, 72 centimetri, e cioè quattro palmi, dal 98.48 di Jan Zelezny, l’uomo dal braccio d’oro, nel giorno in cui Sebastian, iridato prima dell’arrivo alla Ferrari, conclude molto prima che venga sventolata la bandiera a scacchi.

Vetter, che è più o meno il doppio del pilota, ha un giavellottista greco tatuato sula schiena. Se non sbaglio nell’Iliade la prova faceva parte del programma dei giochi funebri in onore di Patroclo, ma Giovannione valutata la stazza (1,88 per 105), avrebbe potuto dire la sua anche affrontando nella lotta Aiace Telamonio.

Come Rudolf Harbig nativo di Dresda – città martire per eccellenza, pazientemente ricostruita per tornare al tempo in cui venne ritratta, come un’affascinante dama, da Bernardo Bellotto –, Vetter guida il gruppo dei cinque tedeschi che hanno varcato la linea dei 90 metri: Thomas Rohler 93.90, Raymond Hecht 92.60, Andreas Hofmann 92.06, Boris Henry 90.44. Qualcuno ricorderà che Henry, due volte terzo ai Mondiali, lanciava con un berretto da baseball portato con la visiera dietro la nuca. Più singolare il fatto che dopo aver sposato Christina Obergfoll (70.20, ancora quarta di sempre, una vasta collezione di salite al podio con vertice dorato a Mosca 2013), abbia deciso di adottare il cognome della consorte. Una volta ho letto che usava in Giappone se si sposava una geisha. Chissà se è vero.

Prima dell’exploit di Chorzow (località della Slesia che i vecchi dell’atletica italiana ricordano con piacere e commozione: non vado più in là e invito a un esercizio mnemonico, …), Johannes aveva 94.44, tre anni fa a Lucerna. Era in gran forma e lo dimostrò un mese dopo ai Mondiali di Londra: miglior misura di sempre in una qualificazione, 90.26, e vittoria con 89.89. Media 90,07.

Il magistero di Zelezny. La potenza di fuoco espressa dai tedeschi e l’arrivo in scena di nuovi paesi (Trinidad, Kenya, India, Taipei) ha ridimensionato il monopolio baltico, riducendo la presenza dei lanciatori nati sul Mediterraneo del nord a sei presenze tra i primi venti: il finnico Ari Parviainen, il russo (di Leningrado) Sergei Makarov, l’altro figlio di Suomi Tero Pitkaemaeki, il lettone Vadims Vasilevskis, l’estone Magnus Kirt, il terzo e ultimo finnico Seppo Raty. Lontani i tempi in cui quel buonanima di Janis Lusis affermava con orgoglio che il giavellotto era riservato a chi nasceva su quelle sponde.

Dai veleggiatori ai bombardieri. In questa strana stagione Ryan Crouser, che assomiglia al protagonista di un antico fumetto, Lil Abner, ha sparato le 16 libbre a 22.91, pareggiando Alessandro Andrei e Joe Kovacs al terzo posto di sempre (e rimpiangendo di non esserci riuscito a Doha), ha offerto una serie mostruosa, media 22.57 (solo Andrei fece meglio a Viareggio ’87, 22.63) a Des Moines e all’esordio in Europa si è ripetuto con il bombardamento di Chorzow: vertice a 22.70 e media sui cinque lanci validi a 22.55. Passata la boa dei trent’anni, l’antico e controverso record, 23.12, di Randy Barnes, prima squalificato e poi bandito a vita, ha forti chances di cadere ad opera dell’ultimo prodotto di una numerosa famiglia dedita a scagliare attrezzi di ogni peso e dimensione.

Quel giorno, se e quando verrà, richiede la presenza di Leonardo Fabbri, il gigante fiorentino che sarebbe piaciuto più a Michelangelo che al genio di cui porta il nome e condivide il giorno natale.

 

 

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