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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / "Avevo nove anni e non ero mai stato a Roma, ..." …”

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Lunedì 31 Agosto 2020

 

olimpiade-1960 

 

A sessant’anni dai giorni di Roma ’60 vissuti davanti ad un televisore in bianco e nero, una serie di fotogrammi sparsi in un caleidoscopio che non ha smarrito i colori della fantasia.

Giorgio Cimbrico

Penso che la televisione costò qualche sacrificio: era una Philips di media grandezza (21 pollici), non carenata in legno, grigio metallizzato. Era stata comprata per l’Olimpiade e finì in un angolo di un salone che ricordo come semivuoto e così perfetto per i miei giochi infantili: lì, su un tappeto finto persiano, potevo dispiegare le mie armate di soldatini, molto più amati delle macchinine di latta.

In casa mia di calcio se n’era sempre masticato poco: mia madre, piccola e giovane italiana, pattinava a rotelle sulla pista del complesso delle piscine che il Capoccione aveva fatto costruire in quello stile razionalistico-imperiale; mio padre, iscritto in un gruppo rionale, era un promettente peso medio. Era del ’21 e la cartolina precetto lo raggiunse prima dei 19 anni nell’estate del ’40.

Non ne parlavano molto ma l’Olimpiade a Roma li aveva coinvolti. Lo capii da due fatti: l’acquisto della televisione – il garzone del negozio mugugnò per quei sei piani senza ascensore – e per le ritardate vacanze nel basso Piemonte, dove mio padre aveva individuato un paio di buoni posti per far la posta alle pernici.


A mia madre gli sport, a parte il calcio che riteneva noioso, piacevano tutti e la scoperta della pallacanestro risultò fatale. I trascorsi sul ring facevano sì che mio padre amasse la boxe. Anni dopo mi commosse che chi apparteneva alla sua stessa generazione, Paolo Rosi, condividesse la stessa predizione per Carmen Basilio: i cinegiornali erano la fonte primaria e bastavano pochi fotogrammi per costruirsi un beniamino e farlo crescere con un affetto mai isterico, con una stima smisurata.

Dell’Olimpiade ho una serie di fotogrammi sparsi in un caleidoscopio che non ha smarrito i colori: comprensibile dopo sessant’anni. Ricordo che fui molto colpito dagli indiani dell’hockey che, da buoni sikh, portavano un simulacro di turbante, un nastro bianco che legava le fluenti capigliature. L’aver ceduto il titolo, dopo 32 anni, al Pakistan rappresentò una delle grandi sorprese.

Guardavo tutto: nella pallanuoto giocava un giovanotto nato nello stesso quartiere dove vivevamo, a Rivarolo, anche se Eraldo Pizzo passava per recchelino purosangue; nel basket la torre dell’Italia si chiamava Calebotta e sembrava impossibile che un italiano fosse alto due metri. Mio padre era 1,80 e portava il 45 e faceva parte della tribù degli oltre la norma. I sovietici ne avevano di più alti e girava voce che venissero dagli Urali.

Avevo 9 anni, non ero mai stato a Roma (ci sarei andato l’anno dopo, gita aziendale delle OEG, Officine Elettriche Genovesi, poi confluite nell’Enel) e finii per essere colpito da certi monumenti colossali: la Basilica di Massenzio, le Terme di Caracalla. Pensai che averli utilizzati per le competizioni era stato un’eccellente idea.

Poi cominciò l’atletica e cambio tutto e oggi, tirando le somme, posso dire che cambiò la mia vita perché da quel momento l’atletica non mi ha lasciato e io non ho lasciato l’atletica. Amori dissolti, passioni svanite, rapporti andati in pezzi. L’atletica e Mozart hanno tenuto duro.

Ho visto il mio primo All Black, anzi, due, e uno aveva un’ala rattrappita, posso ricostruire il testa a testa tra Otis Davis e Carl Kaufmann, ho in testa il momento in cui Yang appoggia la testa sulla spalla di Rafer Johnson. E la corsa leggera di Wilma Rudolph, la vicenda finita male di John Thomas, la decisione di Elliott nell’andarsene, il volto impassibile di Abebe. E poi venne il 3 settembre e ricordo che chiamai mia madre (mio padre sarebbe tornato più tardi dall’ufficio: sapevamo che stava arrivando perché fischiettava un suo segnale piuttosto armonioso) e le dissi: “Corre Berruti”. E lo guardammo senza mai temere il peggio, alla fine commuovendoci un po’.

Al ritorno a scuola, scrissi il mio primo pezzo di atletica. Tema: l’Olimpiade di Roma. Dedicai tutto l’elaborato e il conseguente svolgimento a Livio Berruti. La piccola collezione dello Sport Illustrato, che pubblicava (anche) foto a colori, era il fondamento della mia cultura sportiva, della mia piccola conoscenza.

Quella televisione, che un giorno cadde a terra ma rifiutò di esalare l’ultimo catodico respiro, durò a lungo. D’inverno veniva spostata all’ingresso della cucina: non avevamo il riscaldamento e gli inverni erano freddi, la neve abituale, qualche volta, per mia gioia, persino a Natale. Fu da quella Philips che una sera, all’ora di cena, venimmo a sapere che John Kennedy era stato ammazzato.

 

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