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I sentieri di Cimbricus / "A voi, in Italia, non piace il calcio, ..."

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Lunedì 24 Agosto 2020

mourinho 

 

Fenomenologia, antropologia e tutto il resto delle scienze teoretiche, umane o di pronto uso per provare un’ennesima irruzione e capire quelli del calcio, così amati, così lontani da non accorgersi più dei privilegi, così ricchi, così isterici.

Giorgio Cimbrico

Negli ultimi giorni ogni parola di un allenatore sconfitto è stata sottoposta a un’esegesi delle fonti del diritto romano, a un esame che non veniva subito dai dispacci tedeschi nel centro di decrittazione di Bletchley Park, a un susseguirsi di martellanti e inquietanti interrogativi, a una caccia al luogo e alla data in cui si svolgerà un vertice degno della pace di Westfalia, a rivelazioni su un improvviso buco finanziario accusato dal suddetto tecnico, diventato asse attorno al quale ruota buon parte dell’informazione del “piccolo mondo sportivo”.

Dieci anni fa Josè Mourinho aveva visto giusto: gli era bastata un’occhiata e un’odorata per capire che “a voi, in Italia, non piace il calcio. Piace solo quel che sta attorno”. Il mercato, le trattative (quelle finte, inventate, sono le migliori), le menzogne, i sotterfugi, le più semplici e banali ammissioni che non arrivano, i silenzi, le corti dei miracoli e dei miracolati (una volta c’era il presidente, il direttore sportivo e l’allenatore: oggi i compiti sono stai parcellizzati: manca solo il camerlengo, l’elemosiniere, il gran siniscalco), l’arroganza che prova a nascondere il timore che un giorno qualcuno dica “il è nudo” e tutto vada a farsi fottere, la valenza sociale sbandierata anche nei giorni più bui e mortali, la funzione salvifica come se il calcio fosse San Martino, Florence Nightingale, il dottor Schweitzer, e al massimo è un Padre Pio.

Mourinho aveva capito e finita la sua crociata se n’è andato e rimasto in Inghilterra dove “a qualcuno – che vuol dire tutti – piace il calcio” che, d’accordo, è cambiato, è stato inondato di soldi arabi, russi e asiatici, ha perso un po’ di vecchi templi e ne ha eretto di nuovi, ma continua a dar l’idea di avere ancora una sua dimensione, una ritualità.

In Italia, salvo rare eccezioni, manca il senso della valutazione, anche quella tecnica. Oggi è facile dire che il Bayern ha vinto la Champions con il gol di uno che alla Juventus non serviva. Si può aggiungere che a “cucire” il gioco del Siviglia è stato uno che all’Inter non ha lasciato traccia. Cose che capitano, dicono quelli del calcio con cui è impossibile instaurare un minimo di rapporto dialettico.

Ma, ad esempio, come spiegano questa corsa allo stagionato? Prima Ribery e Ibrahimovic, ora Thiago Silva, Giovinco. Largo ai vecchi, perfetti per un movimento che non vince una coppa europea nei dieci anni dei banchetti spagnoli e inglesi, del ritorno al vertice dei bavaresi, macchina organizzava e gestionale che non ha eguali, di una Francia che ha invaso i campioni, soprattutto la Premiership, con il frutto delle sue covate e con un lavoro profondo che pesca nel disagio e nel riscatto sociale.

Il calcio italiano è il tifoso che insegue CR7 che, sgommando, lascia i quartieri d’allenamento, è uno spruzzar veleni, è un arrivo di nuovi magnati che non riescono a costruire uno stadio perché qui è tutto molto complicato (e per una volta uso un eufemismo), è un mondo in cui un miliardario che non ha imparato a perdere, strepita e occupa gli spazi che una volta toccavano ai diagonali di Riva, alle invenzioni di Rivera, al tempo breve, senza fronzoli, di Novantesimo minuto.

 

 

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