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Fatti&Misfatti / Chiedendo scusa ancor prima di peccare

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Lunedì 24 Agosto 2020

 
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“Tutti al mare, si guarderebbero bene dal consigliare per il bene comune, come del resto la Lega, la Federazione che al momento si agita per riaprire i palazzi, tremando all’idea che la chiusura del 7 marzo abbia mandato tutto in vacca.”

Oscar Eleni

Fra le risaie tailandesi che profumano di gelsomino per nascondere il dolore dopo la morte di Zizon l’americhen, il Gigi Serafini che era umanità, bellezza dell’anima anche quando montava e smontava parquet, giocatore vero per un basket che scopriva i suoi talenti per strada. Una fuga da Covid street dove ballano i terrapiattisti riccastri, gente con stivali bucati che organizza feste e se ne sbatte con la scusa degli evasori di ogni Paese: ci hanno tenuto troppo in casa. Meglio infettarsi, fingere che sia tutto un trucco, dando retta ai mostri che avvelenano un mondo in estinzione, a sentire il Mercalli su FQ, uno a cui credi perché, come Saviano per la mafia nascosta come i grandi latitanti, ci lavorano davvero, studiano e cercano di informare e non confondere.

Riso Jasmine per cercare sollievo profumato dopo aver visto su tanti manifesti l’invito del creativo che chiede di scegliersi bene gli amici, cercando di non portare a spasso l’ippopotamo, o, magari, anche soltanto chi occupa spazio sparando minchiate a raffica per avere un voto, una poltrona, qualcosa che gli possa far dire, da Milano a Roma, da Torino ad Aosta, da Palermo a Lampedusa, io so io e voi siete le vacche da mungere su banchi ben distanziati, le bestie da tenere all’oscuro sapendo che quando riaprirà la scuola saremo tutti in ansia dopo aver visto le bande della movida accanirsi sui deboli, i bulli prendere a cinghiate chi cercava le loro mascherine buttate per strada.

Ricrearsi lo spirito, chiedendo scusa anche prima di peccare, in questa bolla tailandese, così diversa da Malpensa, l’aeroporto modello, come certi ospedali lombardi, dove un genio aveva deciso che i tamponi venivano fatti ai locali, non a chi veniva da fuori. I danneggiati dal pensiero livido: prima noi, voi a cuccia.

Da Chang Mai per l’atto di pentimento dopo aver trattato il basket, amore nostro, per carità non è confessione, ma amore condiviso con sport dove la verità non evapora al mattino, come hanno fatto i padroncini del vapore, fingendo di essere preoccupati, ma sapendo bene di essere in diretta sul canale Ponzio Pilato dove Lega e Federazione si strappano le penne per la chiusura e adesso non sanno davvero come rimediare.

Per fortuna del basket non tutti sono codardi e allora vedi l’esercito dei gechi a spicchi rubare spazio persino a Raiola, al calcio dove le finali europee di club hanno fatto vendere centinaia di copie del 5 maggio perché, alla fine, tutti gli allenatori celebrati sono stati rimessi nella pentola lasciando sull’altare soltanto il genio che ha rivitalizzato il Bayern, il credente di Siviglia che con il Monchi ripudiato da Roma, come Garcia, ha vinto la coppa che ha mandato fuori giri, ancora una volta, il Conte del calcio che fra le giustificazioni per un possibile divorzio ha parlato di famiglia, forse pensando ai milioni che non tornano dagli investimenti londinesi, un problema per molti professionisti dello sport, dal calcio al football, dal basket al golf, dal tennis ai motori, ignari del mondo intorno al loro giardino privilegiato, oltre quelli soliti delle sbronze e delle sale private con bibite da 500 euro nelle discoteche che incassano milioni, ma al momento di pagare le tasse dichiarano di non andare oltre i 24mila baci di euro, vessati dalle regole anticovid che per loro sono manette.

Dicevamo del poco amore mostrato al basket perduto, ma per fortuna ci sono altri che cantano anche se hanno staccato le campane. Il vero Peterson, glaciale il giusto, umano quanto basta, è quello notturno. Messaggi, storie, figure ridipinte come quella bellissima per Rubini o quella magistrale per ricordare Gigione Serafini che ha viaggiato con lui per la prima Coppa Italia, il primo scudetto, l’uomo del gancio non stoppabile, il ragazzo di Casinalbo alto 2 metri e dieci che fu notato, a 15 anni, da Nino Calebotta, totem e pivot della Virtus tracuzziana, quando, nei suoi viaggi come rappresentante farmaceutico, notò quel ragazzone che andava verso una fabbrica. Una storia meravigliosa ed irripetibile perché la mamma non ne fa più dirigenti del sogno come Porelli in questo ginepraio per agenti che studia nel castello di Raiola.

Tutti al mare, si guarderebbero bene dal consigliare per il bene comune, come del resto la Lega, la Federazione che al momento si agita per riaprire i palazzi, tremando all’idea che la chiusura del 7 marzo abbia mandato tutto in vacca. Forse è così, ma i credenti aiuteranno lo stesso anche se in Lombardia, ad esempio, si sa già che un comitato regionale abbastanza qualificato dai fatti e non dalle parole, sta per essere rivoluzionato, con il presidente che guarda smarrito l’opposizione che, certo, se propone un Frates ha un bel cavallo, incapace però di nascondere anche un passato di cui non andare tanto fiera, ma certo se per certa gente sacrifichi un Tanjevic poi non andare in giro a cercare Bruto e Giuda.

Dicevamo dei credenti, e per Serafini ci voleva la penna di Walter Fuochi per ricordarne la bella storia mentre lo piangono in tanti Zizone, da Ferracini, amico del cuore e della vita, ad Albonico, Caglieris, Bonamico, i virtussini portati da Martini al desco dei Cesari per ricordare lo scudetto portato a Varese sul campo di Masnago.

Pensi all’americhen e allora vai con gratitudine alla pagina che Alessandro Gallo ha dedicato, sul fu Carlino, a piè veloce Achille Canna, il capitano della Vu Nera e della Nazionale, l’uomo che per Porelli difendeva la fortezza senza la violenza dei Pepoli, ma con la saggezza di un ragazzo nato nel 1932 a Gradisca e diventato uomo con il trio Galliera, lui Alesini e Calebotta, nella casa all’angolo con via Irnerio della Bologna tempio di un basket alla Boanaga, Lamberti, Parisini, come lo ameremo sempre. Nel racconto anche l’addio per il derby della paletta perduto. Fu una genialata di Santi Puglisi, non un suo errore, un manager che ha fatto storia, a Pesaro e in Fortitudo, e che sicuramente avrà sofferto leggendo che Achille aveva lasciato Cazzola per questo, un po’ di più, speriamo, che nelle baruffe quando mandavamo al diavolo la sua passione per la caccia e la crudeltà verso gli uccellini.

Nel pentimento, per non aver avuto il coraggio di scrivere che, quando lavoravamo per il settimanale di pugilato K.O. del grande pirata Cattani, fra Benvenuti e Sandro Mazzinghi da Pontedera, che ci ha lasciato, non riuscivamo proprio a scegliere, un po’ come per Coe ed Ovett, per Bartali e Coppi, persino fra Milan e Inter. Erano vere grandezze e ci stavi bene in compagnia di Rocco o Herrera, di Rubini o Tracuzzi, di Bernardini e persino Pesaola, Maspes e Gaiardoni, Thoeni e Gros.

Mentre ci allontaniamo sotto la pioggia finta che esalta il gelsomino ecco al bordo della risaia Mara e Gianni Corsolini che presentano il loro libro sull’amore vero e per il basket, più vero ancora, un po’ come quello che aveva Gianmaria Carasso ai tempi in cui Rimini accoglieva i viandanti del basket guidati da Giordani per tornei che poi hanno spalancato porte per altri viaggi e non soltanto perché da quelle parti era nato Myers e o aveva allenato Faina.

Ci lasciamo abbracciati a Gigione, Carasso, ai ricordi, sicuri che nessuno capirà i messaggi di Bianchini o Recalcati perché fare i finti tonti aiuta anche i codardi, felici che Umberto Zappelloni, sul Foglio, dopo essere stato trattato da cani in un posto per cani, abbia scritto quello che Petrucci e Gandini dovrebbero rileggere prima del banchetto per il cinquantenario, magari andando anche sul Venerdì di Repubblica dove Angelo Carotenuto addirittura svela chi ha messo KO il basket italiano, perché all’inizio la sua ironia ci ricorda le regole del basket che in questa pandemia abbiamo lasciato nei campetti, fra allenatori disoccupati, giovani senza una meta, stregati come tutti dal guadagno perduto e non dai vivai abbandonati, dalle regole per stipendiare gente senza parte e poca arte.

 

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