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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Mercoledì 19 Agosto 2020

 

usoc 


Che lo sport olimpico statunitense sia da sempre il più vincente è acclarato, ma forse non tutti sanno che questo avviene senza ricevere alcun contributo di natura pubblica. Se ne può trarre qualche insegnamento?

Gianfranco Colasante

Qualche giorno prima di Ferragosto il comitato olimpico statunitense, organismo che ha recentemente mutato il nome in “US Olympic and Paralympic Committee” e ingloba 61 strutture a vario titolo riconosciute, ha diffuso i dati 2019. Il report – intitolato “Sport Benefits Statement” – è articolato in cinque sezioni: a) Programmi d’alta prestazione; b) Competizioni olimpiche e paralimpiche; c) Centri di allenamento (Chula Vista, Colorado Springs, Lake Placid, Salt Lake City); d) Supporto ad atleti e federazioni; e) Promozione per la squadra olimpica (USA Team). Come si noterà, nessun accenno al cosiddetto “sport sociale” o a palestre di fitness spacciate per società sportive o a contributi per potersi iscrivere … alle scuole calcio (Spadafora docet).

Mi rendo conto che – per una organizzazione sportiva come la nostra, autoreferenziale e provinciale – un confronto con l’universo sportivo americano sia del tutto improponibile. Tanto più che il sistema scolastico pubblico e privato da loro fornisce da sempre un contributo enorme e inavvicinabile. Sport scolastico che da noi, pur con tutti i distinguo, è solo un lontano ricordo: la nostra Scuola da decenni ha ben altre priorità. Tutto vero, ma qui parliamo di Comitati Olimpici che – a CIO piacendo – dovrebbero discendere alle stesse matrici e quindi, pur con tutta la prudenza, qualche insegnamento si dovrebbe pur trarre. Almeno su due direttrici: l’esclusione dello sport dichiaratamente professionale da ogni beneficio pubblico e la massima trasparenza (“including digital and Web programming”) in specie sul comparto economico.

Sull’organizzazione olimpica USA che non riceve neppure un centesimo di denaro pubblico, come su tutto il comparto no-profit, vigila il Senato attraverso il “Ted Stevens Olympic and Amateur Sports Act” che sin dal 1978 – avete letto bene – traccia confini piuttosto rigidi e soprattutto li fa rispettare. Anche se non tutto è esente da critiche. Tanto che lo stesso Senato ha appena nominato una commissione di studio sullo stato dell’arte del proprio C.O. Tra i dossier aperti, la riduzione degli attuali 567 impiegati – che solo in stipendi costano oltre 54 milioni di dollari – e l’accorpamento di alcune federazioni “minori”. Nel nome di una maggiore efficienza e produttività.

Quindi, chi ha pazienza, cercando troverà tutto a portata di clic. Da noi, com’è noto, non è così. Tutto risulta più sfumato (avventurarsi sul Web per credere) tanto più che la cosiddetta Riforma – abbiamo appena celebrato il primo genetliaco della legge che l’ha istituita, ma delle norme che la dovrebbero rendere operativa non si vede l’ombra e chissà se mai si vedrà –, ha per ora partorito un inedito apparato tripartitico di gestione e controllo (CONI/Federazioni, Sport&Salute, Dipartimento sport) nel quale non è chiaro chi fa cosa (e, in sottordine, quanto viene pagato per farlo).

Se poi a questo scenario si aggiunge la costante volontà dei partiti politici di porre le mani sullo sport, le cose si fanno ancora più incerte. Non per nulla negli ultimi dieci anni – non so se sia un record, ma se non lo è ci va molto vicino – abbiamo avuto almeno sette responsabili governativi per lo sport, ciascuno con le sue idee riformiste e – senza offesa per alcuno – la sua variegata impreparazione.

Tanto per ricordare, in cattedra a bacchettare lo sport si sono succeduti il sottosegretario Rocco Crimi, il ministro Piero Gnudi, il ministro Graziano Del Rio, il sottosegretario Claudio De Vincenti, il sottosegretario Luca Lotti, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, il ministro Vincenzo Spadafora. Vedremo chi sarà il prossimo senza peraltro farsi illusioni sulla qualità e la bontà dei progetti. Ma con una premessa necessaria: non sarà possibile alcuna Riforma se non si mette prima mano allo sport “professionale” accompagnandolo con grazia fuori dal Comitato Olimpico.

Tornando agli USA, con un bilancio di 194 milioni di dollari (erano stati 317 per il 2018, anno olimpico, ma solo grazie ai diritti televisivi pagati dalla NBC), ripeto, senza un solo centesimo pubblico ma con una buona quota di donazioni private, per il 2019 l’USOPC ha potuto sostenere 33 federazioni estive e 8 invernali (federazioni che negli Stati Uniti si definiscono NGB, National Governing Body). In testa troviamo gli sport acquatici, qui accorpati ma è un artificio dal momento che nella realtà si tratta di quattro organismi indipendenti.

In effetti è l’atletica ad avere la primogenitura con poco più di 10 milioni di dollari, con l’83% destinato all’attività agonistica di livello (niente master o corse su strada, per capirsi). Poi le altre a distanza variabile. Tra tutti le NGB, il Basket si colloca al 17° posto (1.847.218 $), il Calcio al 21° (1.295.594 $), il Tennis al 28° con 322.042 $, il Golf al 32° con … appena 62.712 dollari! Curioso invece che in Italia i contributi pubblici più recenti siano andati al Tennis (per quattro anni di Masters) e al Golf (per la Ryder Cup spostata al 2023). Zero dollari infine per il Baseball, sport nazionale USA per eccellenza.

Questo che segue è il quadro per le strutture americane più “ricche”. Una lettura interessante che dovrebbe suggerire più di una considerazione e qualche confronto con la realtà, peraltro spostato a vantaggio dei bilanci italiani (si noti che un dollaro è oggi pari a circa 84/100 di euro).

• Federazioni estive
1)       Sport acquatici: $ 12.000.925
(Nuoto: $ 7.435.980; Pallanuoto: $ 2.648.440; Tuffi: $ 1.611.337; Artistico: $ 305.168)
2)      Atletica – $ 10.485.866
3)      Lotta – $ 5.000.793
4)      Pallavolo – $ 4.872.696
5)      Ginnastica - $ 4.252.369
6)      Canottaggio – $ 4.252.369
7)      Ciclismo – $ 3.870.948
8)      Rugby – $ 3.514.053
9)      Tiro – $ 3.294.415
10)   Triathlon – $ 2.965.313
11)    Pugilato – $ 2.758.203
12)   Tiro con l’arco – $ 2.115.139
13)   Vela – $ 1.975.922
14)   Scherma – $ 1.975.071
15)   Hockey – $ 1.868.937
 
• Federazioni invernali

1)       Sci e Snowboard – $ 9.307.196
2)      Bob e Skeleton – $ 3.854.179
3)      Hockey – 3.055.466
4)      Pattinaggio di figura – $ 2.784.665
5)      Pattinaggio di velocitĂ  – $ 2.540.944
6)      Slittino – $ 2.451.746
7)      Biathlon – $ 1.792.471
8)      Curling – $ 1.651.926
 
E da noi? Per il 2019 sono state finanziate dall’erario 31 federazioni olimpiche e 9 non olimpiche. Molto ci sarebbe da innovare e, se posso usare il termine, “riformare”. Ma partendo dalle idee e rinunciando agli annunci. Si pensi al rapporto difforme tra alcune nostre federazioni nazionali e le rispettive federazioni internazionali o a possibili, se non proprio necessari, accorpamenti. Chi le dovrebbe proporre? Per confronto, ecco l’elenco di quelle che ricevono dal MEF più di 5 milioni di euro (la più ricca delle non-olimpiche resta il Motociclismo con un appannaggio pari a 4.513.091 euro, per molte NGB olimpiche americane un impossibile miraggio).
 
1)       Calcio – € 36.227.859
2)      Sport acquatici – € 13.408.661
3)      Pallavolo – € 11.837.469
4)      Atletica – € 11.046.559
5)      Sport invernali – € 10.818.686
6)      Ciclismo – € 9.660.925
7)      Basket – € 8.961.217
8)      Tennis – € 8.829.858
9)      Judo, Lotta, Karate – € 8.154.643
10)   Scherma – € 7.296.482
11)    Ginnastica – € 6.901.087
12)   Tiro a volo – € 6.533.023
13)   Rugby – € 5.928.841
14)   Pugilato – € 5.214.689
15)   Equitazione – € 5.195.024
16)   Baseball / Softball – € 5.171.229
17)   Sport del ghiaccio – € 5.156.454
18)   Canottaggio – € 5.061.409



 

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