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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / C'e' sempre spazio per la commozione

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Mercoledì 5 Agosto 2020

 

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I quarant’anni della vittoria di Pietro Mennea (cinque volte “recupera” e due volte “ha vinto”) e la morte di un suo vecchio e caro amico, Sergio Zavoli, mi hanno preso per mano e portato a far visita a Paolo Rosi.

Giorgio Cimbrico

Ricordo che ero di corta. Squilla il telefono: “E’ morto Rosi, fai cinquanta righe”. E io scoppiai a piangere. Non mi capita di frequente: un’altra volta capitò per Pino Dordoni. Scrissi le cinquanta righe provando a strizzare dentro la storia di Paolo e quella della comunanza che ci aveva portato in giro per il mondo. Come quella volta che tornando da Lisbona voleva convincermi che lui beveva meno whisky di me perché metteva il ghiaccio e un goccio di soda e io lo preferivo liscio o quando, volando tra Australia e Singapore, presentò a tutti Claudio Villa: “A Claudio, cantace ‘na canzone”.

Mi trovavo bene con Paolo, lui si trovava bene con me e mi chiamava “o turco” perché ho sempre portato i baffi e a quei tempi erano scuri. “Turco, vai a chiamare Nebiolo, che je famo di’ du’ stronzate”. E io andavo, staccavo il presidente da qualche augusta frequentazione (una volta, a Madrid, il re di Spagna, attualmente fuggiasco) e lo portavo alla postazione dove era seduto questo romano dal naso importante. Cito me stesso dal “coccodrillo” che bene o male riuscii a condurre in porto, allineando una parte del repertorio che aveva scandito la sua vita: la finta da pantera, l’eleganza, gli aggettivi, il ritmo che poteva sembrare slow ma che improvvisamente si trasformava in martellante, come in una sonata di Prokofev, specie la numero 6.

E così viene naturale chiedersi – per rimanere senza risposta – cosa sarebbe, cosa farebbe uno come Paolo oggi. Non era un collezionista di numeri, un adepto dei dati, non tediava assediando con le statistiche e se la cavava con quei cartoni da imballaggio su cui erano appiccicati con la coccoina (sostanza scomparsa) i record e i migliori di sempre. Non era neppure uno studioso di fisiologia, ma aveva una dote che oggi è sparita: era un solista sensibile, come un grande pianista. Si sedeva e improvvisava, e così possiamo tornare al tema del ritmo: l’adagio, il sostenuto, l’allegro, il precipitato. Senza mai cercare effettacci o effettini, come è di moda oggi. E il fatto che, come mio padre, considerasse Carmen Basilio il più grande pugile che avesse visto sul ring, me lo rendeva ancora più vicino.

Nessuno stereotipo e spazio all’imprevedibilità. E’ da questa dimensione che nascono alcuni dei suoi memorabili. “La pelliccia di chinchilla e lo spericolato cappellino di paglia verde”, indossati da Elisabetta per il match che celebrava il 75° anniversario della Union gallese, stanno accanto all’urlo strozzato “Venanzio Ortis” lanciato quando il furlan comparve improvviso, al largo, per infilzare Ryffel e Fedotkin e conquistare il titolo europeo dei 5000 in cima alla collina di Strahov rendendo la magica Praga ancora più magica, o “al lamento delle cornamuse mentre il vento freddo delle Highlands spazza l’erba di Murrayfield”.

Nessuna mitizzazione, per carità, con lui di mezzo non è il caso. “Turco, te sei ricordato: la prima volta che vieni a Roma, famo ‘na rimpatriata”: mi chiamò dopo un fogliettoncino in ricordo della sua meta di Twickenham, la prima di un italiano nella Fortezza per un antico Resto d’Europa-Rosslyn Park: “’Na finta a destra, ‘na finta a sinistra e so’ annato in mezzo ai pali”. Dall’archivio era sbucata anche una foto, che finì sul giornale: Paolo a trent’anni, sguardo fiero e un angolo di ironia appostato sulla bocca. Fu l’ultima volta che sentii la sua voce. Che a volte ritorna, come in questi giorni di ricordi e di distacchi.

 

 

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