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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Atletica / La scomparsa di Amos Matteucci

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Sabato, 3 Gennaio 2009Active Image 

Se ne è andato nel sonno nel pomeriggio di Santo Stefano. Aveva quasi 94 anni, ma possedeva intatta la lucida percezione e il rimpianto per quanto cambiato fosse lo sport olimpico, faro abbacinante che aveva rischiarato la sua esistenza. Determinato comunque a presidiare con fede il mondo nel quale credeva, basato su regole, intransigenza, onestà e rispetto. Maestro di sport per più di una generazione, riferimento per i tanti amici, sempre attento ai nuovi eventi e determinato nei giudizi, fino a tarda età aveva continuato a distribuire sul campo insegnamenti d’atletica. Simbolo estremo di un maniera sana e giusta di intendere l’attività sportiva, una visione sempre meno condivisa dai responsabili delle istituzioni di riferimento, da tempo incamminatisi su strade più remunerative.

 

La frase di Erodoto alla quale aveva improntata la vita, tanto da farla stampare sul retro del proprio biglietto da visita, tratta dalle cronache di guerra tra persiani e greci, così recita: “[…] Ahimè, Mardonio, contro quali specie di uomini ci hai mandati a combattere, uomini che non per denaro disputano le loro gare, ma per l’onore!”.Al rito funebre, tenuto della chiesa della Gran Madre di Dio, a Ponte Milvio, a due passi da casa sua, brillavano per la loro assenza i rappresentanti del CONI e del CUSI, i due organismi ai quali con più slancio aveva legato la sua attività di atleta e dirigente._______
Amos Matteucci (“Matos” da come firmava i suoi articoli) era nato a Pesaro il 20 marzo 1915.
Dopo aver iniziato l’attività sportiva con il nuoto, si era dedicato all’atletica leggera, diventando primatista italiano di giavellotto con un 65.94 ottenuto all’Arena di Milano il 16 settembre 1950 (record rimasto imbattuto per quasi 4 anni).
Già sesto ai Mondiali Universitari del 1939, ai Campionati Europei del 1950, a Bruxelles, si era ancora classificato al sesto posto con 64.99: un piazzamento che resta il migliore ottenuto da un giavellottista italiano nella rassegna continentale.
Nel 1952 aveva preso parte ai Giochi Olimpici di Helsinki.
Con la maglia azzurra vantava 20 presenze collezionate tra il 1941 (esordio a Budapest contro l’Ungheria) e il 1953 (ultima apparizione a San Paolo contro il Brasile).
Ha vinto complessivamente 8 titoli italiani tra il 1942 e il 1952, gareggiando successivamente per Oberdan Pro Patria Milano, Ferrovieri Reggio Calabria, Capitolino Roma, Minerva e CUS Roma.
Nel primo dopoguerra è stato tra i ricostruttori dell’organizzazione sportiva romana, collaborando con il C.R. della FIDAL e entrando al CONI a fianco di Giulio Onesti del quale è stato per anni fedele e prezioso collaboratore.
Nella multiforme attività prestata nell’ambito della Segreteria del CONI, si è dedicato alla costruzione e al potenziamento dell’Organizzazione Periferica ed è stato per quarant’anni responsabile e referente dello Sport Universitario presso il Comitato Olimpico. In occasione dei Giochi di Roma gli era stata affidata la conduzione del Villaggio Olimpico e degli impianti di allenamento.
Lasciata la scrivania per limiti d’età, ha continuato a prestare la sua opera distribuendo l’impareggiabile conoscenza dello sport in diversi organismi del CONI, rendendosi sempre disponibile per incarichi di responsabilità e fiducia.
Membro fino a tarda età della Commissione Benemerenze Sportive del CONI e dell’Accademia Olimpica, era un profondo conoscitore e difensore dell’ideale olimpico: nel nome di questo spirito aveva dato alle stampe un prezioso volume di studi  nel quale aveva per anni raccolto, ordinato e commentato le più significative testimonianze olimpiche dei maggiori scrittori e cronisti dell’antichità classica.

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