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I sentieri di Cimbricus / Un gioco sportivo preso molto sul serio

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Martedì 4 Agosto 2020

 

winston_churchill 


Corrispondente e ambizioso scrittore, le avventure del giovane Churchill tra i fronti di guerra e il gioco del polo. Quando essere inviati poteva essere un piacere o trasformarsi in un pericolo mortale.

Giorgio Cimbrico

Un colpetto di speroni e furono sulla bassa collina cha apriva la vista verso Omdurman: le truppe raccolte all’interno della grande “zeriba” di sterpi spinosi e la flottiglia delle cannoniere che dondolavano sul Nilo erano scomparse alle loro spalle. Sottotenente aggregato al 21° Lancieri, Winston Churchill il 2 settembre 1898 era in avanscoperta con sette uomini. Missione: capire se l’esercito dei mahdisti si era mosso dalla città di fango alla confluenza dei due grandi fiumi che diventano uno solo (l’Azzurro scende dall’altopiano d’Etiopia, il Bianco prende forza sin dall’incubatrice della foresta di Ituri) e prendere contatto con lo stato maggiore del Sirdar, il comandante in capo della spedizione sir Herbert Kitchener.


L‘uomo dallo sguardo gelido e dai baffi smisurati, che si apprestava a fare colazione, non aveva simpatia per quel 24enne che gli avevano appioppato come soprannumerario. Era in servizio o no? Si chiedeva il generale ricordando che il giovanotto gli aveva fatto avere una sua cronaca militare cui non aveva prestato la minima attenzione. Qualcuno dell’entourage lo aveva informato che il giovane Churchill aveva un accordo con Oliver Borthwick proprietario del Morning Post, per una serie di reportage sulla campagna del Sudan e il subalterno si era spinto ad indagare sul compenso: quindici sterline a colonna. Ed ecco che, tra tanti ufficiali in servizio permanente ed effettivo, il caso porta proprio questo intimidito Churchill a galoppare, a dare un occhiata, a valutare la velocità a cui si muovono quelle masse di armati, a riferire al comandante che, tra sole sempre più abbacinante e casco ben calato sulla fronte e trattenuto dal sottogola, neanche lo riconosce.

Winston torna nei ranghi del 21°, diventa uno dei protagonisti di una carica che si spezzetta e che potrebbe avere conseguenze molto spiacevoli non avesse a portata di fondina la sua Mauser, assiste alla liquidazione finale e molto sanguinosa di un problema che si era incistato da quattordici anni nella politica estera britannica (creando anche un martire: Charles Gordon, Gordon di Khartoum), torna in patria per vedersi accreditato sul conto la somma di 300 sterline per quei pezzi che hanno avuto buon successo ma che Borthwick ha preferito pubblicare anonimi.

Dopo qualche mese, e dopo il congedo dall’esercito, la situazione è più limpida e la proposta che Borthwick gli sottopone è interessante: 250 sterline al mese per un minimo di quattro mesi, spese pagate, libertà di movimenti e di espressione. Winston, a 25 anni, sarà il corrispondente per la guerra anglo-boera appena scoppiata. “Alle condizioni più vantaggiose mai proposte da un giornale inglese”, annota con un certo compiacimento.

Non è uomo da retrovie, non si accontenta di quel che gli può venir servito dall’ufficiale addetto alo sparuto gruppo di corrispondenti. Va nel Natal, finisce in una località minacciata dai commandos boeri, si imbarca in un’avventura piuttosto assurda su un treno blindato, viene catturato e secondo le leggi di guerra potrebbe essercene già abbastanza per fucilarlo. “Sono un corrispondente di guerra”, dice ai ruvidi burger. “Ma allora perché lei è in divisa e si è dato da fare durante lo scontro?”. E’ fortunato: smarrita la fida Mauser che l’aveva egregiamente servito contro i mahdisti, appare ai catturatori da disarmato.

Internato in una scuola di Pretoria, riesce a far telegrafare al Morning Post: “Sono prigioniero, consideratemi sollevato dall’incarico”. Borthwick gli risponde di non preoccuparsi. Subodora che il giovanotto, anche senza scrivere una riga, diventerà un campione d’incassi per Fleet Street? La fuga da Pretoria, la scomparsa, il silenzio, l’arrivo nell’Africa Orientale Portoghese in treno, nascosto tra le balle di lana, rendono roventi le rotative.

“Con il Morning Post che mi provvedeva largamente dei mezzi per comprarmi degli ottimi cavalli e per pagare i miei movimenti, mi spostavo da una colonna all’altra appena c’era odore di combattimento”. Dopo il Natal, Winston cambia fronte, ora è nell’Orange per la marcia di Lord Roberts (che non lo vede di buon occhio) verso Johannesburg e Pretoria. Nel frattempo si è arruolato nella cavalleria leggera. “Non vieni con noi? Ti prometto uno spettacolo di classe”, lo invita Angus O’Neil, ufficiale degli Scouts. “Nell’interesse del Morning Post decisi di partite con loro”. Finiscono nel tiro incrociato dei boeri e per una volta Winston perde l’ottimismo: “Ormai sei a posto”, si dice. Lo salva un cavalleggero che gli offre… un passaggio. E’ uno dei primi ad entrare a Johannesburg e la preoccupazione è trovare l’ufficiale censore che dia un’occhiata alle sue corrispondenze che devono partire per telegrafo. “Alla fine – racconta – mi pagarono per dieci mesi e con quelle 2500 sterline e qualcos’altro che avevo messo da parte grazie alla vendita dei libri sulle spedizioni in India e in Sudan, riuscii a dedicarmi alla politica”.

Winston era un eccellente cavaliere (come da brevetto ottenuto a Sandhurst) e ha concesso qualche squarcio della sua attività letteraria e pubblicistica a uno degli sport che si possono praticare stando in groppa.

Racconta che una delle priorità, sin da quando le cime erano state mollate a Southampton e lungo la navigazione, fu fondare un club, dotarlo di una cassa, discutere sulla scuderia da interpellare appena fossero approdati a Bombay: pare che la Bycullah, che aveva cavalli arabi e del Belucistan, fosse la migliore. Gli uomini del 4° Ussari stavano per conoscere l’esperienza indiana, sognavano gloria sulla frontiera Nordovest contro afghani e pathan e non vedevano l’ora di scendere in campo: il torneo interreggimentale di polo li attendeva.

A questo punto – è il 1896 – non resta che lasciare la parola al 22enne sottotenente: “Per giocare a polo dovete avere dei pony da polo. L’esperienza diceva che un reggimento trapiantato dall’Inghilterra in India per due anni non avrebbe contato nulla nelle competizioni. Due anni erano il tempo normalmente necessario per mettere insieme una vera scuderia”. Ma la fortuna è dalla loro parte: rilevano subito 25 eccellenti pony dal Poona Light Horse Regiment “e ci mettemmo all’opera”. L’obiettivo era il torneo che assegnava la Coppa Golconda, al via a Hyderabad un mese e mezzo dopo lo sbarco dei giovani ussari che avevano dismesso la giubba con alamari per una tenuta tropicale.

All’arrivo ad Hyderabad l’accoglienza fu all’insegna di un generale rammarico: al primo turno i novellini dovevano misurarsi proprio con la squadra di Golconda, formata dalla guardia del corpo del nizam e ritenuta la più forte del Raj. Sotto 3-0, il 4° finì per spuntala 9-3 e, secondo il racconto di Winston, “nei giorni successivi ci riuscì facile mangiarci gli avversari uno dopo l’altro stabilendo il record, mai più superato, di una squadra che vince un torneo di prima categoria a neanche cinquanta giorni dal suo arrivo in India”.

Dopo esser andato a fare a fucilate con le tribù afridi del Malakand e aver scritto il suo primo libro, Winston incontrò la sconfitta a Meerut, a nord, in un torneo dall’esito sorprendente: la vittoria toccò al Durban Light Infantry, un reggimento di fanteria. “Di fronte a loro dovettero cedere tutte le squadre inglesi più forti e così successe delle indiane: tutte le ricchezze di Golconda e del Rajputana, l’ambizione dei maraja e la bravura dei loro splendidi campioni si lasciarono portar via la Coppa della Cavalleria da ufficiali di un’arma appiedata. I loro trionfi li dovettero alla capacità di un uomo, il capitano De Lisle, che in seguito si doveva distinguere nella spedizione di Gallipoli (infausta operazione che costò all’ispiratore Churchill la carica di Primo Lord dell’Ammiragliato) e come comandante di reggimento sul fronte europeo”.

Dopo l’avventura in Sudan, Winston torna in India e riesce a metter finalmente le mani sulla Coppa di Meerut, “esausti sui nostri pony esausti. Ma non vorrei che il lettore se la prendesse con quei giovani ufficiali che prendevano così sul serio un gioco sportivo. Pochissimi di loro erano destinati a raggiungere la vecchiaia e la nostra squadra non avrebbe più visto una partita. L’anno dopo Savory fu ucciso nel Transvaal, Barnes fu ferito gravemente nel Natal e io diventai un politicante sedentario sempre più handicappato dalla mia sventurata spalla”.

 

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