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Osservatorio / Mennea: aiutatemi a ricordare meglio

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Sabato 18 Luglio 2020
 
mennea-alco


In margine ad un nuovo episodio su Pietro che vorrebbe dilatare la sua grandezza da atleta proiettandola sul quotidiano. Senza che storicamente l’una aiuti l’altra e gli renda compiutamente ragione.

Luciano Barra

Brutta cosa l’avanzare dell’età che ti cancella dalla memoria cose accadute decenni prima. Questo mi sta accadendo con molti fatti che vengono oggi ricordati, in forma postuma, su Pietro Mennea particolarmente quelli relativi ad episodi accaduti fuori dalla pista di atletica. Ovviamente la mia memoria non ha mai cancellato tutti i grandi momenti agonistici che in circa 20 anni hanno fatto di Pietro uno dei più grandi atleti dello sport italiano. Il tutto sugellato da quella incredibile vittoria ai Giochi Olimpici di Mosca 1980. A proposito, va ricordato come quell’anno fu molto tribolato per Pietro e la sua presenza ai Giochi era stata in dubbio fino alla fine, causa la non grande forma dimostrata nella prima parte della stagione agonistica (forse per un leggero infortunio, di questo la mia memoria non è sicura).

A Mosca, su consiglio di Carlo Vittori, al fine di riguadagnare la forma Pietro partecipò prima ai 100 metri dove con modesto 10”58 fu sesto in semifinale. Ma ciò sicuramente gli fu utile per carburare in vista dei 200 metri che si svolgevano due e tre giorni dopo. Lì vinse prima la semifinale davanti ad uno dei suoi grandi rivali, Don Quarrie, che poi arrivò terzo nei 200 dopo aver vinto quattro anni prima a Montreal. In quella semifinale Alan Wells si qualificò per il rotto della cuffia.

Perché ricordo tutto ciò? Per un episodio non noto ai più. Allora semifinali e finali dei 200 si correvano nel medesimo giorno. Rammento che dopo la semifinale Sandro Giovanelli, che è sempre stato il cuscinetto spirituale di Pietro, venne di corsa dalla zona riscaldamento per perorare con Nebiolo – che non era ancora Presidente della IAAF – la possibilità che Pietro avesse una corsia interna. Allora non esisteva un regolamento che codificava, come avviene ora, le norme per l’assegnazione delle corsie nel passaggio di turni. Ora sono tempi e piazzamenti con il computer a decidere tutto.

Tutto era lasciato al libitum dei Delegati Tecnici. I quali a Mosca erano Fred Holder della Gran Bretagna ed Arthur Takac della Iugoslavia. Nebiolo si raccomandò a Takac in maniera bonaria perché difendesse Mennea. In seguito Nebiolo mi raccontò che Takac, uscendo dall’ufficio dei Delegati Tecnici, gli disse brevemente: Mennea in 7ª e Wells in 8ª.

La notizia fu fatta arrivare a Giovanelli, allora non esistevano i cellulari, perché la passasse a Vittori e Mennea. Poi al momento di entrare in pista i giudici avevano Wells in 7ª e Mennea in 8ª. Potete immaginare i commenti di Nebiolo ed i dubbi su cosa fosse realmente avvenuto. E intanto Pietro era andato in crisi e dovette intervenire Giovanelli, si dice con una sberla, perché entrasse in campo. La sua grandezza fu di vincere anche in quella condizione avversa.

Ecco questo episodio, e tanti altri delle sue fantastiche volate sulle piste di tutto il mondo, mi sono stampate in testa e di loro ricordo ogni minimo particolare.

Dove invece la memoria non mi aiuta è su episodi avvenuti fuori dalle piste di cui ogni tanto nell’esaltare Mennea come uomo, non tanto come atleta, se ne leggono le gesta. Tralascio il famoso “farlocco” filmato televisivo su cui ho già avuto modo di dilungarmi anni fa. No, mi riferisco ad altri episodi come le sue tre (o quattro?) lauree, il suo determinante intervento su non so quale Ministro perché l’Italia andasse ai Giochi di Mosca. Come ad esempio a seguito di un recente libro postumo “sull’angoscia perenne” che lui ebbe per la tragedia di Monaco ‘72 ed infine sul suo periodo dirigenziale quando “non ha mai abbandonato la Federazione e accettava sempre di partecipare agli eventi anche per sostenerla economicamente”.

Io di questi fatti, confesso, non ho memoria e chiedo quindi agli amici di aiutarmi. C’è qualcosa di reale? Oppure tutto fa parte di quella glorificazione che si instaura, a prescindere, quando qualcuno scompare? Se fosse vera quest’ultima interpretazione, mi metto in fila perché – con le dovute differenze - accada anche a me quando verrà il mio turno.

Di episodi con Pietro fuori dalla pista ne ricordo invece in maniera lucida almeno due che penso che sia giusto ricordare. Uno avvenne nel 1980, poche settimane dopo il ritorno da Tokyo, dove Pietro consacrò il suo oro olimpico con una splendida vittoria nel meeting delle “8 Nazioni”. Era autunno inoltrato e Pietro si presentò a sorpresa nel mio ufficio proveniente da Torino. Voleva comunicarmi che aveva deciso di appendere le scarpe al chiodo. Erano poco più di due mesi dall’oro di Mosca. In maniera tranquilla e pacata gli feci rilevare che era all’apice della sua carriera e che negli anni a venire, con la Coppa del Mondo a Roma nel 1981, i Campionati Europei ad Atene del 1982 e i primi Campionati del Mondo del 1983 ad Helsinki, avrebbe potuto raccogliere molte altre soddisfazioni e rimpinguare anche le sue tasche.

Nessuno di questi argomenti scalfì la sua decisione. A quel punto gli detti un consiglio da fratello maggiore (ci dividevano solo 11 anni, …). Gli dissi: prenditi una vacanza con la tua ragazza. Ti offro due biglietti per andare alle Bahamas (vi ero stato in primavera per la IAAF ed ero rimasto stordito dalla bellezza delle isole). Riposati, divertiti e se quando torni sei sempre della stessa idea vai pure avanti, ma non prendere una decisione avventata in un momento di crisi.

Devo dire che stavo per fare breccia, ma a quel punto fu lui a chiedermi. “Mi sai dire perché il gran capo di Torino ce l’ha tanto con Nebiolo?”. Per poi aggiungere che gli avevano offerto una concessionaria FIAT a Barletta a condizione che smettesse. Sapete tutti come andò a finire: concessionaria fallimentare ed un suo doppio ritorno all’atletica nel 1983/84 e poi nel 1988, anche grazie a quel buon samaritano di Alfio Giomi. Chiudendo a carriera con un meritato ruolo di portabandiera ai Giochi di Seoul.

Il secondo episodio capitò quando, a metà degli anni Novanta, espresse l’idea di candidarsi alla presidenza della FIDAL. Ero nel mio ufficio al Foro Italico, come Dirigente Generale responsabile dell’Attività Tecnica del CONI, quando ricevetti una telefonata da Mario Pescante, allora Presidente dell’Ente. Mi disse Pescante in tono molto riservato, che da lui c’era Mennea che in quel momento stava parlando col segretario Pagnozzi: era venuto ad annunciare che intendeva candidarsi alla Presidenza della FIDAL. Loro due gli avevano sconsigliato quel passo, ma lui non aveva alcuna intenzione di recedere. E poi, mi disse Pescante, fra cinque minuti quando uscirà fatti trovare nel mio corridoio e parlagli tu. E così feci. Ma anche in quella occasione senza successo. Gli consigliai, visto che lui da dirigente non aveva ancora fatto molto, di candidarsi al Consiglio Federale e dopo quattro anni, dimostrate le sue capacità, poteva pensare di fare il passo successivo.

Si presentò al Congresso da candidato presidente e su 120 delegati prese il voto di due solamente. Anni dopo, incontrandolo su un volo da Francoforte a Roma (tornava da Strasburgo dove era Parlamentare Europeo col partito di Di Pietro), mi confessò che aveva sbagliato.

Nel passato ho criticato che gli siano stati intitolati il Golden Gala, dove ha gareggiato solo una volta nel 1980, e lo Stadio dei Marmi. Il Golden Gala meritava di essere intitolato a Primo Nebiolo che l’ha inventato. Due momenti invece da lui appena sfiorati. Mennea rimane un grande per le sue tante gesta atletiche, un po’ meno per il resto.

 

 

 

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