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I sentieri di Cimbricus / E venne il giorno della Grande Disgrazia

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Mercoledì 15 Luglio 2020


ghiggia 2


Capita che spesso sia il senso di sicurezza a fregare, a disegnare crepe su facciate perfette. Specie se in ballo ci sono i destini di due squadre e dei paesi che rappresentavano. Come al Maracanà, ma anche a Berna.


Giorgio Cimbrico

 

Raccontano che Obdulio Varela – un nome tremendamente letterario per il capitano di una squadra di calcio – se ne andasse solo per le vie dolorose di Rio sino a trovare un caffè appartato. Ordinò una birra e mentre la schiuma svaniva, respinse gli scugnizzi che, come faceva lui chico nelle strade di Montevideo, vendevano giornali listati a lutto e pensò a quel che era avvenuto poche ore prima: il giorno dei giorni degli Orientales era anche il giorno della Gran Disgrazia, titolo del Globo, dopo che un generale, Angel Mendes de Morais, prefetto, prima del fischio si era lanciato in un’arringa sull’ineluttabile vittoria del Brasile (“Voi che non avete rivali in tutto l’emisfero sarete acclamati”) e i 199.854 del Maracanà in vecchio e sterminato formato avevano bramito come cervi in amore.

“Quelli là non esistono” aveva detto a se stesso e ai suoi Obdulio, e quando l’eccitazione era diventata parossistica al gol di Friaca, si era inventato il time out: palla sotto il braccio per andare lentamente verso il centrocampo. Già che c’era protestò con George Reader, l’arbitro inglese: “Per me Friaca era in fuorigioco”. Altri secondi guadagnati

E a questo punto, nel 70° anniversario del Maracanazo, è bene rivolgersi a un ometto dai baffi sottili, dai capelli ben ravviati all’indietro, dagli occhi come piccoli pugnali: un croupier, mestiere praticato in una stagione dell’interminabile vita di Alcide Edgardo Ghiggia, scomparso a 88 anni, a 65 spaccati dalla partita che sentiva molto sua, un delitto perfetto. L’ala destra che disse di sé, con orgoglio: “Ci sono tre persone al mondo che hanno zittito il Maracanà: Frank Sinatra, il Papa e io”. Lui fu il primo, 13’ dopo il pareggio di Schiaffino e il 16 luglio 1950 diventò una morte nel pomeriggio. Quel gol arrivò da un cross di Pepe che raggiunse Alcide. Esiste una ripresa filmata, vecchia, brutta, confusa: i fotogrammi scalpitano come cavalli selvaggi. Si riesce a intuire un diagonale, la palla che va in rete con la collaborazione di Barbosa, il portiere della Seleçao che comprò quei pali e li usò per una grigliata che fu anche un autodafé. Ghiggia si volta e alza un braccio, poco altro.

Sembrava una formalità: il Brasile era arrivato alla partita decisiva (non era la finale ma l’ultimo match del gironcino finale, con Spagna e Svezia) con il vantaggio di poter giocar per il pari e prendersi per la prima volta la Rimet dopo la terribile delusione del ‘38. E invece arriva la nemesi sotto le apparenze modeste dell’omino. Quel che capitò dopo, è entrato nella leggenda, nella letteratura: le medaglie consegnate in maniera quasi clandestina mentre il dolore brasiliano si allaccia alla furia. “Mi aggredirono e dallo stadio me ne andai con una gamba malconcia”, raccontava Alcide nei lunghi anni in cui uno dopo l’altro i protagonisti si avviavano verso i Campi Elisi. Lui è stato l’ultimo.

Il 70° anniversario del Maracanzo non smette di trasmettere qualcosa di epico, di selvaggio, simbolo di un sovvertimento, di una caduta rovinosa. Niente a che fare con il Mineirazo (Brasile-Germania 1-7) che ha appena compiuto sei anni e come tutte le cose recenti non ha il fascino della polvere che si è accumulata insieme a narrazioni favolose, fiabesche, forse inventate. Il Mineirazo, una resa senza condizioni di una squadra sottile come la carta velina, un’umiliazione ma senza quel manto di leggenda che si è steso su vincitori e vinti.

Per trovare qualcosa di simile – un risultato che ha investito i destini di due squadre e dei paesi che rappresentavano – è necessario fare un salto di appena quattro anni, atterrare il 4 luglio 1954 nei pressi del Wankdorf, il teatro di quello che i tedeschi chiamano il “Miracolo di Berna”. Doveva essere una faccenda complicazioni per l’Ungheria, la squadra che da tre anni strapazzava il mondo, a cominciare dai “maestri” inglesi, e per proseguire proprio con i tedeschi, liquidati 8-3 nella fase a gironi. Dopo 8’ tutto sembrava risolto – Puskas e Czibor – ma in 18’ – Morlock e Rahn – tutto era stato azzerato. A metà del secondo tempo, Helmut Rahn, detto il Boss di Essen, cacciò dentro il gol del 3-2. La Germania Ovest della rinascita dalle macerie aveva i suoi eroi, la Grande Ungheria iniziava un processo di diaspora che avrebbe avuto il capitolo finale dopo la rivolta del ’56. Le ombre sugli aiuti farmacologici di cui i tedeschi avrebbero goduto non sono mai state dissipate.

E’ spesso il senso di sicurezza a fregare, a disegnare crepe su facciate perfette. Nel ’72, a Monaco di Baviera, la finale del basket prese il via alle 23,45 per favorire il pubblico televisivo americano. Gli USA giocavano per l’oro per l’ottava volta: dal ’36 una striscia vincente di sette su sette. L’URSS giocava la quinta: quattro sfide con gli americani e quattro sconfitte, un paio molto pesanti. Non è mai stato chiarito se si sia giocato tre secondi in più, ma è un fatto che in quel minuscolo tempo extra Sasha Belov adagiò nella retina la palla del 51-50. Gli americani si ritennero derubati e non andarono a ritirare la medaglia d’argento. Il coach Hank Iba venne derubato due volte: mentre stendeva il reclamo, qualcuno lo alleggerì del portafoglio. Dentro c’erano 370 dollari.    

 

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