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I sentieri di Cimbricus / Ceneri che non finiranno nella polvere

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Martedì 7 Luglio 2020

everton-weekes 

 

“Se rimangono tracce dell’Impero, è patrimonio del cricket, ancestrale passatempo per chi, dopo il lavoro nei campi, si ritrovava con gli amici e con un mazza piatta che serviva per battere il grano o il lino provava a centrare una palla piuttosto dura.”

Giorgio Cimbrico

Dal momento che qualcuno o molti o troppi si stanno divertendo a smontare la storia, io mi diletto a comportarmi come quando ero bambino, e così vado a prendere uno dei giochi che mi hanno regalato a Natale e che ho tenuto nella sua scatola (non è un’immagine inventata, non è un espediente letterario: adoro le scatole) e ne estraggo parte del contenuto. Bellissimo. Roba per amici veri e fidati. Naturalmente devo spiegare la ragione della mia decisione, della mia scelta: un fatto piuttosto recente di cronaca che nei giornali e nei siti britannici ha occupato vasto spazio (qui, nulla), la morte di sir Everton Weekes, Ordine Cavalleresco di san Michele e di San Giorgio, Ordine dell’Impero Britannico.

Everton, Dio lo benedica, aveva 95 anni e con l’età era diventata secco come un grosso ramo, ma da giovane era proprio un bel ragazzo, uno dei più grandi battitori nella storia del cricket, tra il ’48 e il ’58 una delle armi letali della squadra delle West Indies, le Indie Occidentali, esordio contro l’Inghilterra, ultimo test contro il Pakistan. Sir Everton era di Barbados ed era nero.

Se rimangono ancora tracce dell’Impero, la maggior parte è patrimonio del cricket, antico, forse ancestrale passatempo per chi, dopo il lavoro nei campi, si ritrovava con gli amici e con un mazza piatta che serviva per battere il grano o il lino provava a centrare una palla piuttosto dura. Quando, per via marittima, lo hanno esportato, ha avuto più successo della cotonina di Manchester, delle posate di Sheffield, delle ceramiche di Stoke, L’hanno amato tutti: neri, bruni, meticci, britannici che non avevano mai visto la madre patria. In particolare gli australiani e qui può finalmente cominciare la nostra storia, la storia delle Ceneri. E a questo punto molti sono autorizzati a chiedere perché abbiano un’etichetta all’apparenza così quaresimale e soprattutto perché siano così importanti.

La seconda risposta è che con Australia-Inghilterra del 1877 iniziano i confronti tra nazionali di continenti diversi (nel 1871 e nel 1872 rugby e calcio avevano dato il via ai faccia a faccia “internazionali” tra Inghilterra e Scozia), per la prima sarà necessario pazientare ancora un poco.

1882, 45° anno di regno di Victoria, detta anche la Vedova: all’Oval di Londra, gli australiani, alla prima visita e accolti con una certa sufficienza (erano dei colonials, dopotutto, e pare anche piuttosto rozzi), ebbero la meglio sugli inglesi, inventori e depositari, e Reginald Brooks detto Bloobs, pubblicò sullo Sporting Times uno dei più beffardi necrologi nella storia delle commemorazioni: “Nel ricordo amorevole del cricket inglese scomparso il 29 agosto 1882. Il corpo verrà cremato e le ceneri portate in Australia”.

Gli australiani presero la cosa dannatamente e sportivamente sul serio e quando sei mesi dopo furono gli inglesi a render visita in fondo al solito viaggio interminabile solcando tre oceani, al capitano (e conte) Ivo Bligh eleganti dame della buona società dello Stato di Victoria (tra cui Florence Morphy che più tardi sposerà proprio l’aristocratico giocatore inglese), consegnarono una piccola urna – stile lacrimatoio dell’antica Grecia – che conteneva le ceneri di una palla e di una delle “porte” che stanno alle spalle del battitore: dopo una vittoria che aveva il sapore della vendetta, gli inglesi avevano diritto a riportare in patria le spoglie.

L’urna rimane in casa di Bligh, diventato nel frattempo Lord Darnley, e alla sua morte viene trasferita al museo del cricket di Lord’s. Non viene messa mai in palio, ma per almeno settanta volte si è giocato in nome del suo spirito e di ciò che in essa è contenuto: un piccolo pugno di ceneri, una grande massa di storia e un formato di sport che appartiene a un mondo perduto e conservato. Perché le Ceneri riescono a tener duro con la loro smisurata lunghezza, un mese e mezzo abbondante: dentro una serie di sette test potrebbero abitare tre Giochi Olimpici e una Coppa del Mondo e mezza di calcio. All’apparenza ingombranti (oggi tutto pare sia diventato ingombrante), ma anche preda ambita dai network.

Per 48 giorni, il palinsesto di un canale è fatto: cricket, dal mattino alla sera, con i suoi strani, lenti ritmi, le sue accensioni improvvise, uno spaventoso bagaglio statistico che rinvia a eroi per un giorno, ad angeli vendicatori. In Australia, la frase di Fred Spofforth (“Si può fare”), pronunciata quel giorno di 138 anni fa, è diventata simbolo del brusco realismo degli “aussies.”. Ho idea che le Ceneri non finiranno mai nella polvere.

 

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