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Duribanchi / C’era una volta ... la musica dal vivo

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Martedì 7 Luglio 2020

 

morricone 


La musica di Ennio Morricone è la nostra musica, italiana e insieme universale. Musica che identifica la scena di un film, più della stessa scena, un sipario che si alza su un mondo, segnando l’immaginifico musicale nazionale.

Andrea Bosco

Lui aveva il “dono”. Come quei cestisti che non hanno bisogno di “vedere” il canestro per segnare e gli basta “sentirlo”. Ennio Morricone aveva il dono della musica. Ho avuto modo di conoscerlo e di intervistarlo, durante i miei anni di lavoro alla RAI. Se n'è andato a 91 anni dopo una caduta. Sarebbe complicato raccontare per intero Ennio Morricone. Premi, successi, in Italia e negli Stati Uniti. Nella strada delle celebrità ad Hollywood c'è anche la sua stella: è la duemilacinquecento e rotti. Le sue musiche nei film. Che Ennio detestava sentir definire “colonne sonore”. Il suo sodalizio con Sergio Leone che prima faceva comporre le musiche e poi (stupendo Henry Fonda) girava le scene con i ritmi di Morricone in sottofondo. Le star di Hollywood erano abituate a Tiomkin le cui “colonne” venivano mixate alla pellicola in post-produzione a film concluso.

Leone era un visionario. E Morricone, del quale era stato compagno di scuola, la sua più grande “visione”. Le note del maestro romano hanno accompagnato “Mission” (Ennio si indignò quando per quel film sui missionari gesuiti non gli fu assegnato l'Oscar), ma anche “Gli Intoccabili” e quel western “mattanza” di Tarantino che gli valse la statuetta.

La musica di Morricone ti entra nella testa e non ti lascia. Senti un brano e ti dici che ha qualche cosa di famigliare. “Sapore di sale”, manifesto dell’estate, se uno ce n'è: un suo arrangiamento. Dice: la canta Gino Paoli. Sì: ma è Morricone. Così come “Il mondo”: che Jimmy Fontana ti faceva ballare sulla mattonella della tua stagione verde. Così come “Se telefonando”, con la voce sublime di Mina. Così come il ragazzo di Gianni Morandi che “amava i Beatles”.

La musica di Morricone è la nostra musica. Italiana e insieme universale. La classicità dei temi di “C'era una volta in America”. L'Italia rurale dello scacciapensieri presente nel primo western dell'amico Sergio. Quando Leone per problemi con la produzione era stato costretto a firmarsi, all'americana, Bob Robertson. Il ritmo che cadenza il delirio omicida del funzionario della Questura Volontè ne “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e che sarebbe diventato (la musica impressionò anche Stanley Kubrick) un mantra per ogni commento sui reportage televisivi relativi alla mafia.

Credo che solo “Azzurro” cantato da Adriano Celentano, nell'immaginifico musicale nazionale, sia paragonabile alle musiche di Morricone.

Musica che identifica la scena di un film, più della stessa scena. Non a caso in “Per qualche dollaro in più” il duello finale tra Volontè e Lee Van Clef viene introdotto dal carillon di un orologio da tasca, prima che dai cinturoni e le colt dei due antagonisti.

Lo struggente tema che cadenza la solitudine dei ricordi di De Niro ti immerge in una stagione, in un romanzo e in una America accostata sovente solo attraverso il bianco e nero delle fotografie d’epoca.

Ogni musica di Morricone è un sipario che si alza su un mondo. L'armonica di Charles Bronson ti immerge nella vendetta. Una armonica emozionante quanto quella di Bob Dylan. Il banjo che cadenza Cheyenne Jason Robards è il binario della ferrovia che accompagna il bandito dal cuore d'oro verso l'ultima fermata della vita. I suoni de “Il mercenario” portano lo spettatore dentro alla rivoluzione messicana. Quelli struggenti di “Giù la testa” oltre che in quella messicana, in quella irlandese.

“Cinema Paradiso” è un sogno italiano. Con poetici suoni italiani. Malena un fascio di sensualissime note.  

Una volta venne a Milano alla Scala per un concerto. E io chiesi un’intervista per la RAI. Mi disse il suo ufficio stampa: “A patto si parli solo di musica. Il maestro vorrebbe evitare di raccontare per l'ennesima volta di come era vedere Clint Eastwood sul set”. Incontro in una delle salette del Piermarini: nuda a parte un pianoforte. Saluti formali. Morricone era un uomo semplice e “spiccio”. Gli dico: “Che concerto sta preparando?”. Non mi risponde. Mi sorprende tirando fuori dalla giacca una biro a scatto. Mi chiede: “Lo sa cosa è la musica?”. Io lo guardo con aria interrogativa. Lui fa scattare la biro: tic-tic. Poi appoggia la mano sulla tastiera: due note. Io sono stonato, non saprei dire quali note fossero. Lui ripone la biro e spiega: “Ogni suono è musica”. Avrei scoperto successivamente dall'amico Armando Torno, premiato (tra le altre cose) critico musicale che Morricone si era dedicato anche alla musica sperimentale: suoni.

Un dito strisciato su una bottiglia. Il suono del battito delle mani. Il “raspino” di ogni fumatore. Il rumore della pioggia che scroscia sul selciato. Lo avrei incontrato nuovamente qualche tempo dopo a Verona, prima di un fantastico concerto all'Arena. Era preoccupato da una sola cosa: di mantenere il fascino delle sonorità. Che anche in un luogo come l'anfiteatro romano della città di Giulietta, adatto al melodramma, inevitabilmente per un concerto poteva “perdere” qualche sfumatura. Mi disse: “In un teatro, specie in un teatro dove l'acustica è stata curata, i suoni risultano perfetti. Ma niente può stimolare un musicista come suonare all'aperto. Dove tutto è musica. Dove i suoni della natura di mescolano a quelli degli strumenti. E' una sfida esaltante: essere all'altezza della natura”.

Aveva cominciato dalla gavetta, nell'avanspettacolo e ne era fiero. Grazie a Sergio Leone e ai suoi film era diventato popolare. Grazie al suo smisurato talento un monumento della musica. Per il Papa aveva scritto una “messa” per non rammento quale anniversario dei Gesuiti. “Fratello” di Leone, amico di Gillo Pontecorvo, estimatore di Carlo Verdone. La sua ultima composizione intitolata “Speranza” eseguita durante i giorni acuti della pandemia su un terrazzo da un giovane musicista

Il necrologio se lo era scritto, con anticipo, da solo. Parole toccanti per la moglie, compagna di una vita. Funerali in forma privata. Forse dei funerali pensava quello che Salinger fa dire al suo Holden quando il giovane Caufield immagina come “potrebbe essere” nel giorno del grande “passaggio”: un monte di gente con gli occhiali scuri e l'aria affranta che mai, in vita, avevi incontrato.

Ne avrei “altre” di personali, legate al Maestro. Ma non mi sembra il caso. Confesso che nonostante i nostri rapporti non siano mai andati oltre l'occasionale e il professionale la notizia della sua morte mi ha addolorato: avevo avuto il privilegio di discutere con lui. E soprattutto, di ascoltare la sua musica, dal “vivo”.

 



 

    

 

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