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I sentieri di Cimbricus / L'uomo che fece rivivere Sam Mussabini

Giovedì 25 Giugno 2020

 

holm 


Se ne è andato a 89 anni Ian Holm, il Bilbo Baggins della Compagnia dell’Anello. Per noi della vecchia confraternita aveva altri meriti: aver restituito il fascino e il sapore dei Giochi 1924 in Momenti di Gloria.

  

Giorgio Cimbrico

 

Nel giro di un paio di giorni se ne sono andati Vera Lynn e Ian Holm. Vera aveva 103 anni ed era stata Forces’ Sweetheart; traducendo, il dolce cuore delle truppe. Durante la guerra, aveva cantato in Egitto, in India e a Burma, ammettendo che il clima della jungla non era il massimo. We’ll meet again, ci vedremo ancora, era l’inno della speranza, un titolo diventato una formula, usata di recente, in un discorso alla nazione, da chi l’aveva nominata Dame: la Regina era un’adolescente quando Vera era uno dei volti – e delle voci – di un paese che aveva deciso di resistere, di contrattaccare. Di vincere.

Ian andava per gli 89 ed è stato uno dei più grandi “non protagonisti” della storia del cinema. Se il suo “supporto” fosse mancato, tanti film memorabili sarebbero zoppi, incompleti, sbiaditi. “E’ morto Bilbo Baggins”: è il titolo più comune, fioccato appena la sua scomparsa è diventata ufficiale. Lo Hobbit che trova e, dopo mille peripezie, conserva l’Anello, conscio di quale potenza abbia in sé, lo ha reso famoso, ma noi della vecchia confraternita possiamo replicare che la tarda età e il Parkinson si sono portati via Sam Mussabini che sfonda la paglietta con un pugno e dice “figlio mio” quando sente in lontananza annunciare “premier, Harold Abrahams, Grande Bretagne”. A quel punto chi non si commuove, ha il cuore di pietra o è stolidamente distratto.

In “Momenti di gloria”, Ian recita sempre ingrugnato perché Sam doveva proprio essere così: nemico dell’ipocrisia, delle convenzioni, della presunta sacralità del dilettantismo, dei campi sportivi scolastici cari, si dice, al Duca di Wellington, ricercatore e inventore di un metodo che nel 1908 aveva portato il piccolo sudafricano Reggie Walker all’oro dei 100, singolare incrocio di sangue arabo, turco, italiano, studioso di biliardo.

Per interpretare un personaggio così singolare, era necessaria una bella capacità di introspezione. Chi meglio di Ian, nativo dell’Essex, figlio di uno psichiatra, attore shakespeariano che aveva abbandonato il teatro (per poi tornarvi da Re Lear) per il cinema? Quell’interpretazione gli guadagnò, nel 1981, la nomination all’Oscar. Vinse il film, non lui. Gli fu preferito un altro britannico, di radice lituana e di robusta milizia nei classici elisabettiani: John Gielgud per “Arturo”.

Holm, che è stato insignito del Cbe, Commander of British Empire, è stato un magnifico compagno di viaggio, una salda presenza su cui contare: era Ash, l’androide nel primo Alien, era in quel capolavoro visionario che è Brazil di Terry Gilliam, era in Frankenstein di Kenneth Branagh che lo aveva voluto al suo fianco in un magnifico Enrico V. Ian era l’uomo d’arme Fluellen e sapeva rendere alla perfezione il cantilenare dei gallesi.

Ciao all’una e all’altro, interpreti di un mondo che non c’è più. We’ll meet again, in qualche modo.

 

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