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Italian Graffiti / Cultura e civilta' delle Societa' Sportive

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Sabato 20 Giugno 2020

 

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Partendo da un garbato distinguo del presidente del CONI Giovanni Malagò, torno su un tema che mi sta molto a cuore: la tutela delle “autentiche” Società Sportive, quelle che praticano e proteggono le discipline olimpiche. Confortato in questo da quanto scriveva già nel 2012 proprio lo stesso Malagò.

Gianfranco Colasante

Ho sotto gli occhi una riflessione di Francesco Alberoni apparsa nella rubrica tenuta per anni sulla prima del Corriere della Sera. Ve ne leggo l’incipit e la conclusione: “Se un Paese perde le sue radici culturali, la sua storia, la sua arte, la sua lingua diventa incapace di creare e svanisce. […] Se non vogliamo svanire dobbiamo tornare a spostare tutti i nostri standard verso l’alto: verso il rigore, la cultura, la fantasia, l’eccellenza”. Era il febbraio del 2007 e molta acqua da allora è transitata sotto il ponte del Foro Italico, ma quei concetti appaiono quasi profetici nella loro limpidezza.

Se poi proviamo a spostarli nel recinto dello sport, le “radici culturali” restano (ancora oggi?) solo le Società Sportive: vale a dire quei nuclei di “volontari” che tra Ottocento e Novecento costituirono le Federazioni (le quali ultime, nel giugno del 1908, dettero vita al CONI con il solo intento di garantire la presenza italiana ai Giochi Olimpici). Sistemato lo scenario, torno al tema delle Società Sportive trattato nel mio precedente Graffiti (13 giugno).

Ci torno sollecitato da una lettera – per la verità giuntami solo “per conoscenza” – indirizzata a Luciano Barra da parte del presidente Giovanni Malagò nella quale si confutano garbatamente le conclusioni del “mio” articolo e si rivendicano i meriti del CONI. Nel particolare, Malagò rammenta che il CONI “ha delegato alle Federazioni Sportive Nazionali, alle Discipline Sportive Associate ed agli Enti di promozione sportiva specifiche attività riferite all’iscrizione nel Registro Nazionale delle Associazioni e Società Sportive Dilettantistiche, che appunto conferisce il riconoscimento ai fini sportivi alle sole associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate agli Organismi sportivi, […] in possesso degli ulteriori requisiti sportivi, nonché praticanti almeno una delle 364 discipline sportive […] riconosciute dagli Organismi sportivi internazionali”.

Inchinandomi deferente allo stretto burocratese, mi limito a prenderne atto assieme ai relativi richiami legislativi che lo innervano. Ma non erano quelli né la sintesi né l’obiettivo del mio Graffiti. Più modestamente, più che innescare un excursus storico, avevo la pretesa di suggerire un passo ulteriore, non tanto al legislatore (Dio ne scampi!), quanto ai vertici dello sport nazionale. Un invito ad uscire dall’equivoco del tutti insieme appassionatamente e dall’assunto “il numero è potenza” (che poi tanto bene non ha portato mai a nessuno), e definire meglio il concetto stesso di Società Sportiva. Casomai col ritorno alle origini con una maggiore sottolineatura del valore del “volontariato” (termine sempre meno di moda), fino ad una sorta di attestato di qualità per chi lo merita. Certo, solo una provocazione, ma con l’intento di avviare – se non proprio un dibattito – almeno uno scambio di idee.

Partendo da un dato certo: attualmente le Società Sportive tradizionali – cioè quelle che praticano e diffondono “solo” le discipline olimpiche, come dire non più di 41 rispetto alle 364 della platea nella quale oggi si misura il CONI – non si sentono tanto bene. Anzi, peggio ancora, tendono a chiudere i battenti e, nel migliore dei casi, a mutare vocazione. Quello era il tema. Da vecchio dirigente di una società universitaria – il defunto CUS Roma, una polisportiva che negli anni Sessanta/Settanta dello scorso Secolo dominava in Italia, dall’atletica al rugby – porto ad esempio proprio il caso dei centri universitari: oggi quasi scomparsi, quando in anni non lontani interi campionati nazionali si reggevano sulla loro presenza, come capitava nel rugby stesso o nell’hockey prato, tanto per citare a caso. Un tracollo irreversibile, il cui ultimo conato pare sia stata una vagheggiata federazione dello sport scolastico/universitario, …

Anche il richiamo che il presidente fa ai “Numeri dello Sport” non pare aiutino a fare chiarezza. Infatti la primogenitura di quella indagine è attribuibile ad un CONI d’altri tempi ed aveva lo scopo di tamponare appetiti, diciamo così, di natura politica. Correva l’anno 1987 e sul soglio del Foro Italico sedeva il socialista Franco Carraro. Anzi, mi permetto di ricordare che a quella prima pubblicazione – curata da Bruno Rossi Mori con l’apporto di Enzo D’Arcangelo, due esponenti della sinistra doc – fornii malvolentieri un modesto apporto, almeno nella fase di realizzazione, con alcuni viaggi presso l’editore fiorentino Le Monnier che realizzò la pubblicazione: 208 pagine dense di grafici e tabelle in vendita a 34.000 lire.

Ma quel che più contava erano i numeri proposti allora su dati degli anni 1983/85. Le federazioni erano 39, i “tesserati” a vario titolo censiti nelle federazioni stesse risultavano 4 milioni e 530.mila. L’intero sistema dei praticanti era valutato in “appena” 8 milioni e 780.mila unità. Infine le Società Sportive – quel che maggiormente qui interessa – erano 76.522 delle quali 62.739 club “federati”. Già allora il comparto genericamente raccolto sotto la voce “altri nuclei” toccava il 18% del totale. Dato che giustificava lo slogan populista che caratterizzava quel lavoro: “dallo sport di pochi, verso lo sport di tutti”. Non molto dissimile da oggi. Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire.

Che se ne ricava? Continuo a ripeterlo: oggi come allora non sono i numeri a misurare lo stato di salute delle Società Sportive. Un comparto che già soffre di suo e che dalla crisi in atto difficilmente uscirà rafforzato. Una valutazione pessimistica per la quale mi conforta un molto autorevole parere: proprio quello di Giovanni Malagò. Mi è infatti tornato in mente come affrontava l’argomento nel suo programma teso alla presidenza del CONI diffuso – 60 pagine di elegante grafica pubblicitaria – sul finire del 2012. Titolo, neppure tanto originale, “Un nuovo modello per le sport italiano”. Sono andato a rileggere. In quel programma del futuro presidente le Società Sportive facevano capolino un po’ in sordina solo al punto 6 del terzo capitolo (su un totale di sei).

Tanto per ricordare, ben dopo altri argomenti – forse ritenuti più validi elettoralmente – come la “valorizzazione dello sport amatoriale, componente essenziale dell’economia dello sport italiano”, oppure il “concreto supporto” agli Enti di promozione fino alla “valorizzazione delle Associazioni benemerite”. Eppure, giunti finalmente al predetto capoverso, vi si trovava scritto: “[…] se è vero che il volontariato dello sport costituisce il 53% dell’intero mondo dei volontari e si muove sulla scorta di passione e competenza degni di apprezzamento e gratitudine profonda, è altresì vero che si registrano sempre più preoccupanti casi di abbandono a fronte di responsabilità e difficoltà crescenti. In quest’ambito, il nuovo CONI non può più trascurare questa realtà, non può più lasciare soli quanti meritano il supporto delle Istituzioni non solo nel momento del successo e delle vittorie sportive, ma soprattutto durante quel sacrificio quotidiano e preliminare ai risultati che vede impegnati i volontari nel proseguimento di finalità del tutto non lucrative."

Ed ancora: “E se troppo spesso le società sportive e la componente dei volontari sono considerati una vicenda ‘ovvia’, un apporto scontato, ancor più spesso la loro sopravvivenza è messa in pericolo dalle sempre maggiori difficoltà nella ricerca e nel reperimento delle risorse necessarie, a fronte di una colpevole indifferenza delle realtà amministrative. Il nuovo modello di gestione del CONI che propongo parte da un diverso e consapevole riconoscimento di queste realtà e dal supporto concreto nella risoluzione dei problemi che le affliggono, anche attraverso strutture dedicate”.

Fin qua il pensiero di Malagò alla vigilia della sua incoronazione. Ora, se le parole hanno ancora un senso, quel programma – che vagheggiava un “CONI come un palazzo ‘di cristallo’: trasparente, esemplare, aperto e partecipato” – parlava ad alta voce di tutela del “volontariato” e di finalità “del tutto non lucrative”. Concetti da condividere in pieno, almeno da parte mia, se non fosse che trovano qualche difficoltà a coincidere con gli scenari attuali. Per quel che conta continuo a credere che quelle parole confermino ampiamente quanto avevo scritto nel Graffiti oggetto delle attenzioni del presidente.

Come concludere? Rubando la chiusura ad Alberoni: “Se non vogliamo svanire dobbiamo tornare a spostare tutti i nostri standard verso l’alto: verso il rigore, la cultura, la fantasia, l’eccellenza”. Si può provare a farlo anche nello Sport? Casomai ripartendo dalle “autentiche” Società Sportive, quelle delle piste e dei campetti di periferia? Sempre che ne siano rimaste.

 

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