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I sentieri di Cimbricus / Doveroso amarcord per "el partido del siglo"

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Martedì 16 Giugno 2020

 

rivera 


Domani sera di mezzo secolo fa il 4-3 dell’Azteca. Coi tedeschi si sa come finisce: loro sono migliori in tutto, ma a calcio vinciamo noi, è nella storia. Vi riproponiamo questo scritto apparso sul Secolo XIX del 13 giugno. Epopea pura.

Giorgio Cimbrico

Per chi come noi, III E del liceo Mazzini, doveva “fare” la maturità, il testo fondamentale di quei giorni era Tuttosport: quando Riva si sblocca (ma cosa aveva, Gigi: mal di alta quota o era stato maledetto da Montezuma?), Il titolo è “Arriba Riva Mexico Adios” e in quel momento capiamo che non è questione di “Messico e Nuvole” ma di “Lampi sul Messico”, il film che Sergei Eisenstein non portò mai a compimento: “Ottobre”, “Aleksandr Njevski” li avevamo visti al cineforum, ci eravamo commossi, esaltati. Mexico e Ciudad de Mexico, 2248 sul livello del mare: luoghi buoni perché l’impossibile diventasse reale: meno di due anni prima, l’interminabile collana di record del mondo anticipatori del futuro, con il diamante da centinaia di carati il Kohi-i-Nur dell’atletica: Bob Beamon, 8.90.

E così aspettavamo, in un bar di Sampierdarena, nei pressi di Don Bosco dal nome suggestivo, Nairobi, confidando in un miracolo che difficilmente pensavamo si sarebbe realizzato: la Germania (al tempo Ovest) era vicecampione del mondo e dopo drammatico testa a testa, con la collaborazione del povero Peter Bonetti che aveva rilevato l’imbattibile, ma indebolito dalle evacuazioni, Gordon Banks, aveva fatto fuori in rimonta, da 0-2 a 3-2, i Ramsey’s’boys inglesi, titolari della Rimet.

C’era attesa, non spasmodica. Ferruccio Valcareggi appariva per quel era: una brava persona. Lettori e analisti del Guerin Sportivo formato lenzuolo e di altri periodici dell’epoca non avevano dimenticato che, inviato a dare un’occhiata ai misteriosi coreani del nord, quattro anni prima, aveva sintetizzato il suo rapporto a Mondino Fabbri in parole che oggi finirebbero nella categoria del politicamente scorretto: “Sembrano tanti Ridolini”. A seguire, la vergogna di Middlesbrough, il lutto nazionale, i pomodori di Genova.

In uno di quei pezzi fluviali, tra il padano e il mitologico, sospeso tra Ruzzante e Omero, Brera scrisse che la partita fu confusa e scadente, che sotto l’aspetto agonistico fini per essere un squisitezza, che portò vicino all’infarto e che “è difficile non esser fieri di questi guaglioni”. Mezzo secolo dopo, il giudizio ditirambico, spaccato profondamene a metà, può esser condiviso: Italia-Germania poteva finire 1-0: bel tiro secco di Roberto Boninsegna appena al di là del limite dopo pochi minuti: una vittoriuzza italianuzza strappata a bassi ritmi, con un’aggressività tedesca che finiva spesso nella risacca dell’impotenza.

A dare una svolta e a indirizzarla verso l’epos, dopo la parata di Ricky Albertosi su botta da lontano dall’elegante Franz Beckenbauer, airone dall’ala lussata, pensò il lentigginoso Karl Heinz Schnellinger, Mantova e Milan, inventore, parole sue, del tackle scivolato. Schnellinger segnò in spaccata volante al 92’30”, in un tempo in cui il recupero era a piacere dell’arbitro. Quel giorno all’Azteca, 102.444 spettatori, era Arturo Yamazaki, messicano di radice giapponese. Il correttissimo Nando Martellini osservò che due minuti e mezzo erano tanti, troppi.

Tra gli spettatori, e compagni di studi, del bar Nairobi, una maggioranza della classe ’51 con l’appendice di qualche ripetente, ci fu chi osservò che non era necessario fasciarsi la testa: quattro anni prima, a Wembley, un altro difensore, Wolfgang Weber, era stato l’autore, dopo mischia furibonda allo scadere e oltre, del 2-2 e i tedeschi, mezz’ora dopo, erano usciti con quattro gol al passivo. Uno, quello decisivo, nato dalla tacita decisione presa dall’arbitro Dienst e dal guardialinee Bakramov che non avevano una lingua in comune. Alla fine, prima di lanciarsi nella notte di festa, l’autore di quella previsione venne premiato con un paio di giri di spuma al ginger, bevanda ormai prosciugata dalle sabbie del tempo.

Ma prima che quella visione diventasse realtà si rese necessario passare attraverso la fatale esitazione di Fabrizio Poletti che aveva rilevato un acciaccato “Faccia d’Angelo” Rosato (mai stato chiaro se Gerd Muller abbia toccato quella palla), la girata secca, sicura, di sinistro, di Tarcisio Burgnich dopo un’amnesia di Siegfried Held, il perfetto, calligrafico diagonale di Gigi Riva servito da un Angelo Domenghini all’osso, il mancato intervento di Gianni Rivera, inutilmente appostato sul palo, su quella palla vagante toccata dallo spelacchiato Uwe Seeler e dal piccolo, tozzo, “Cobra” Muller. La leggenda della partita narra che, di fronte ai volti attoniti dei compagni, all’incazzatura non dissimulata, di Albertosi, Rivera, ancora una volta impietosamente giudicato da Brera (“nel primo tempo, Mazzola migliore in campo; cosa vogliamo dire del secondo tempo di Rivera?”), promettesse: “Ora vado là e faccio gol”.

L’immagine non è tanto quella di Gianni che, sulla palla ricevuta da Boninsegna in furibondo duello con Willi Schulz, decide per una battuta di piatto, quanto quella di Sepp Maier che, dopo aver deciso dove buttarsi, si accorge di aver sbagliato e si disarticola: braccia e gambe spalancate, inutilmente. Il “tiempo extra” sta per finire. Anotador: Rivera, è scritto a maxi-caratteri sullo schermo. La grafica era ancora bambina.

C’è, nei festeggiamenti che seguirono, un seme di spontaneità, di generosità, di ingenuità, che oggi può essere proposto solo come coltura transgenica, e così non più autentica. Era una massa che, passato il confine del 17 giugno, lasciava case e bar, marciava, pregava di esser caricata da auto, anche sul tetto, su mezzi dal pianale capiente. Nessuna rifiutava di raccogliere questi entusiasti che diventavano improvvisamente amici, fratelli in inoffensive armi, felici tanti. Tutto con ardore, senza preparazione, senza inni come sarebbe successo vent’anni dopo con le Notti Magiche sfociate nella notte tragica del colpo di test di Caniggia. Il rito collettivo si sarebbe ripetuto cinque giorni dopo, quando gli stravolti cavalieri del sogno si arresero a un gran Brasile. Chi partecipò non ha dimenticato: Italia-Germania 4-3, la partita del secolo, el partido del siglo, jaahrhundespiel non è solo quella targa che appiccicarono al muro dell’Azteca.

 

 

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