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I sentieri di Cimbricus / Alle radici profonde del Grande Gioco

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Lunedì 15 Giugno 2020

 

webbs 

 

Parallelismi della storia: un azzardo, una costruzione instabile o solo una esercitazione calligrafica alla ricerca della verità: William che inventò il rugby, Arthur che aprì all’Impero le strade dell’India.

 

Giorgio Cimbrico

 

Si sfiorarono, si conobbero i due adolescenti che nel loro destino ebbero un Grande Gioco? Quello inventato con un gesto da William era uno scontro su un prato, quello etichettato da Arthur un gioco di astuzie, di coraggio, di ignoto, sino al martirio finale. E’ una storia possibile e sfuggente, senza dati certi, al massimo sostenuta da qualche affascinante ipotesi: una costruzione instabile e ardita come un’architettura di Piranesi, una vicenda che, fosse ancora tra noi, potrebbe riscuotere l’interesse di Jorge Luis Borges che darebbe all’ipotesi la solidità, la consistenza consentita da quel mondo parallelo che è al nostro fianco e che spesso trascuriamo di considerare.

La verità sta a noi deciderla se quest’atto di volontà è il risultato di una ricerca. Più piacevole se essa non ha portato che ad accumular interrogativi o, a volte, nulla. Usando una parola cara all’Omero del nostro tempo, una magnifica finzione.

C’è un luogo, ci sono dati anagrafici, situazioni personali, coincidenze negli anni della fanciullezza di William Webb Ellis e di Arthur Conolly. Sono quasi coetanei (William nasce alla fine del 1806, Arthur nell’estate del 1807), hanno radici irlandesi (quelle di Arthur sono più solide), sono entrambi orfani (William di padre, ufficiale di cavalleria caduto nella battaglia di Albuera, durante la Guerra Peninsulare; Arthur di padre e madre quando ha solo 12 anni), hanno fede profonda, di spessore ecumenico, e l’uno e l’altro sono allievi della Rugby School, l’antica scuola dello Warwickshie che ha due pregi allettanti: è stimata e, per chi risiede nel raggio di dieci miglia dalla Torre dell’Orologio, ha il vantaggio della gratuità. Ann Webb, giovane vedova, iscrive Thomas, il primogenito, e poi William. Chi abbia deciso per il giovane Arthur non è noto, forse un tutore. Tra il 1821 e il 1822 frequentano le stesse aule, lo stesso refettorio, la stessa cappella, lo stesso campo sportivo, il Bigside.

Se è vero che l’invenzione del gioco “secondo le regole di Rugby”, grazie al gesto rivoluzionario di Williams, risale ai 1° novembre 1823, Arthur non è presente: dopo lunga traversata è arrivato a Calcutta dove viene arruolato con il grado di “cornetta” nel 6° Bengal Native Light Cavalry: la dimensione della Compagnia delle Indie Orientali era tale da prevedere anche l’esistenza di un esercito in cui aveva servito anche un giovane Arthur Wellesley, poi Wellington. A poco più di sedici anni Arthur entra nella vita: oggi sarebbe un poppante.

E’ a questo punto che i destini si allontanano. Il racconto della vita di William è quello di un’esistenza mai agitata da fatti rilevanti: dopo Rugby e l’irresistibile bravata, gli studi a Oxford, l'ingresso nei ruoli della Chiesa d'Inghilterra, la nomina a cappellano a Londra, nella chiesa di St George, ad Albemarle Street (è proprio un gioielliere di quella via d esporre a lungo la Calcutta Cup, prima che Inghilterra e Scozia se la disputino su suolo inglese), poi rettore a St Clement Danes, sullo Strand.

Nella maturità, prossimo ai 50 anni, il trasferimento alla parrocchia di Laver Magdalen, nell'Essex: a quel periodo risale l'unico ritratto conosciuto, pubblicato dall'Illustrated London Post dopo un suo sermone vibrante sulla sanguinosa guerra di Crimea: William è un bell'uomo dai capelli scuri, toga nera e fedine bianche. Più tardi, alle prese con problemi di salute – debole di petto, dicevano i medici dell’epoca – si trasferisce nel sud della Francia, a Mentone e non è certo che venga a sapere che nel 1871 nasca la Rugby Football Union. Muore pochi mesi dopo, lasciando una considerevole fortuna, 9.000 sterline, destinata ad opere di carità. La tomba è al cimitero vecchio della cittadina che verrà frequentata dalla regina Vittoria.

Conolly, morto trent’anni prima, non ha una tomba e il reverendo che tentò di dargliela venne costretto a fuggire a gambe levate per non fare la stessa fine: Arthur non aveva scelto una vita tranquilla: è il primo ad esser mandato “sul campo”: capita nel 1829 quando, ufficialmente in licenza, parte da Mosca (Gran Bretagna e Russia sono ancora alleate) per il Caucaso. E’ accolto con grande cortesia, può contare su una scorta di cosacchi ma all’ospite non sfugge nulla: il numero degli uomini che l’esercito dello zar ha impegnato nei conflitti tra quelle montagne, la qualità dell’equipaggiamento, il temperamento dei soldati. Al confine con la Persia inizia la vera avventura: vuole esplorare la zona tra il Caspio e il deserto del Karakum, possibile direttrice di marcia per un esercito che puntasse verso l’India. La russofilia dell’ultima fase delle guerre napoleoniche aveva lasciato il posto alla russofobia.

Traversa da solo una regione pericolosa, si traveste da hakim, medico, da mendicante, da mercante, da pellegrino al ritorno da Le Mecca. Tenta di raggiungere Chiva, la capitale di uno dei khanati dell’Asia Centrale, punti chiave per una possibile invasione dal Nord. Viene catturato da una banda di briganti, rischia di finir ammazzato o venduto come schiavo ma in qualche modo riesce a convincerli a ripotarlo in Persia. Riparte subito per Herat, governata dal brutale Kamrn Shah. Studia le fortificazioni, valuta gli approvvigionamenti che la zona potrebbe offrire a un esercito e riesce miracolosamente a lasciare la città.

Con una deviazione di 500 km a piedi e a dorso di cammello, visita Kandahar e da lì inizia il ritorno verso l’India dove arriva nel gennaio 1831. I sepays di guardia a Tibbee, frontiera nordovest, non possono riconoscere in quello sporco, arruffato pellegrino un ufficiale britannico che si è lasciato alle spalle 6.500 chilometri. Scrive “Journey to the North of India through Russia, Persia e Affghaaunistan (sic)” indicando le direzioni da cui potrebbe giungere il pericolo russo. Great Game, Grande Gioco, appare per la prima in una lettera a un collega e amico, Henry Rawlinson.

E’ il gioco che gli risulterà fatale: nel 1842 viene inviato a Bukhara, per convincere lo spietato Nasrullah Khan a rilasciare il tenente colonnello Charles Stoddart, imprigionato in una segreta. Non più impressionato dalla potenza dei britannici, appena reduci dalla catastrofica guerra afghana, l’emiro spedì nello spaventoso carcere anche Conolly. Il 17 giugno 1842 vennero entrambi decapitati.

 

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