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I sentieri di Cimbricus / Attenti agli stereotipi dell'iconoclastia

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Venerdì 12 Giugno 2020

 

monte rushmore 

 

“Questo vuole il potere: nuvole d’ira, ondate di risentimento, di livore, di cecità. All’esaurirsi di una, un’altra verrà suscitata, trasmessa attraverso quei canali impiantati nelle fibre della moralità, nei meccanismi del cervello: i social media.”

Giorgio Cimbrico

La formazione di una prospettiva storica passa attraverso un’analisi (oggi una parola difficile da digerire, più o meno come cultura) che spesso, e non per desiderio di semplificazione, può esser sostenuta da immagini che è frettoloso definire simboliche. Le nude bambine vietnamite che fuggono davanti al napalm, nella brutalità della rappresentazione hanno la stessa forza, la stessa importanza di una copertina di Time dell’82: un manichino seduto davanti a un computer da tavolo. Il pc era ancora di là da venire.

L’anno, il 1982, è importante: viene dopo i Settanta della e delle libertà, delle conquiste sociali e sindacali, di echi ormai sbiaditi ma ancora presenti di fantasia al potere, di violenza, di stragi di Stato, di terrorismo puro o infiltrato, di ideologie residue, di guerre locali, di pulsioni.

Credo siano proprio le pulsioni ad aver armato chi ha un potere che non è militare né politico, solo assoluto. Il potere vero è la capacità di condizionare. E così, dopo la copertina di Time, nasce il portatile, nasce il cellulare e con essi i primi germi di una nuova concezione del lavoro e del cosiddetto tempo libero. Da un lato, la disponibilità senza limiti di tempo, dall’altro un’assuefazione da lotofagi che diventa ossessiva con il progressivo allargamento della rete e con la nascita di quell’apparato che lo rende a maglie fittissime, impenetrabili, dominanti e pericolosi: i social media.

Un mondo sempre più assuefatto digerisce con facilità concetti che un tempo avrebbero prodotto jacquerie, rivolte luddiste o semplicemente un duro confronto sull’occupazione, sulle condizioni di vita: flessibilità, mobilità, delocalizzazione o semplice negazione dei diritti più elementari. Il capitalismo, che secondo vecchie previsioni, dovrebbe rantolare, ha trovato nuova linfa. E’ riuscito a creare uno scenario di sfruttamento attonito, di incapacità di reazione, di demolizione ideologica, di diseguaglianza così abissale e accettata da provocare un’età che è arduo definire. Un’età dell’inquietudine? Dell’ansia? Della paura? Più che altro un’età del vuoto, da ricoprire all’esterno con etichette facilmente applicabili, con slogan facilmente ripetibili. Chi le assorbe e li scandisce non ne capisce i nessi, i significati, le ragioni.

Il crollo della creatività delle arti plastiche, della musica, di gran parte della letteratura è un altro robusto elemento a favore della visione. Un aspetto che può esser sbrigato da allegria di naufraghi: dopo aver prodotto Giotto, Piero della Francesca, Michelangelo, Shakespeare e Cervantes, Monteverdi, Vermeer, Mozart, Flaubert, Moore, cosa potevamo aspettarci ancora?

Nell’orologio della storia, sino a pochi minuti fa, al centro c’era la Pandemia, cui rispondere con imposizioni, con stereotipi – o con atteggiamenti irrazionali –, oggi è il movimento contro il razzismo, così ampio da allineare vecchi e nuovi sostenitori dei diritti civili a iconoclasti e saccheggiatori. Cosa potrebbe capitare se venisse divulgato il fatto che nella sua fuga dalla Repubblica Romana morente, Giuseppe Garibaldi era accompagnato, oltre che dall’inferma Anita, da uno schiavo nero che aveva portato con sé dal Sudamerica? Gli adepti del nuovo movimento avrebbero di che sbizzarrirsi: non esiste in Italia borgo, cittadina o città che non abbia un monumento del Generale. Non mi sembra il caso di suggerire di andare e scalpellare il monte Rushmore dove sono raffigurati due proprietari di piantagioni: Thomas Jefferson e George Washington.

Questo vuole il potere: nuvole d’ira, ondate di risentimento, di livore, di cecità. All’esaurirsi di una, un’altra verrà suscitata, creata smuovendo le peggiori correnti, trasmessa attraverso quei canali che hanno impiantato nelle fibre della moralità, nei meccanismi del cervello. E così, quando qualcuno invita a riconnettersi con se stessi, a riflettere, viene sbeffeggiato. Nessuna pace alle loro misere anime.

 

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